Il pacchetto era tenuto insieme da un elastico secco, che si è spezzato appena Vittorio ha provato a sfilarlo.
Le buste sono scivolate sul tavolo e Tommaso le ha raccolte una per una, allineandole secondo le date.
La più vecchia risaliva a poche settimane dopo la scomparsa di Ada.
L’ultima era stata scritta nell’anno in cui Elena era morta.
Alcune buste avevano ancora il francobollo e il timbro postale.
Altre erano senza francobollo, perché Elena le aveva affidate a persone che passavano da Lucca.
Vittorio ha spiegato di averle raccolte tutte nello stesso cassetto, senza mai trovare il coraggio di consegnarle.
Tommaso non ha commentato quella parola, coraggio.
Ha continuato a controllare le date, cercando gli anni della propria infanzia tra i segni lasciati dall’inchiostro.
«Le hai conservate tutte?» ha chiesto Tommaso.
«Non so se siano tutte.»
Quella risposta mi ha fatto più male di quanto mi aspettassi.
Vittorio ricordava ancora in quale cassetto avesse messo ogni ricevuta, eppure non sapeva quante parole di sua moglie avesse sottratto a suo figlio.
Tommaso ha aperto la prima busta.
Il foglio era piegato in quattro e la calligrafia inclinata verso destra.
Elena raccontava di essersi trasferita per qualche tempo a Barga, dove un’amica di famiglia di nome Teresa le dava una mano.
Diceva che la casa era piccola, ma dalla finestra si vedevano i tetti e, oltre, le colline.
Soprattutto, chiedeva a Tommaso di non scambiare la distanza per mancanza d’amore.
Mio marito si è fermato su quell’ultima frase.
«Papà, quando mi hai detto che mamma non voleva farmi entrare in camera, questa lettera era già arrivata?»
«Sì.»
«E quando piangevo perché non mi telefonava?»
«Non era abbastanza forte per parlare a lungo.»
«Non ti ho chiesto perché non telefonava.
Ti ho chiesto se sapevi che voleva parlarmi.»
Vittorio ha annuito.
Tommaso ha posato la lettera sul tavolo e ha chiesto di non essere interrotto mentre leggeva le altre.
In una Elena raccontava di avere ancora la scatola dei colori che lui lasciava sempre aperta.
In un’altra si scusava perché, durante una visita in ospedale, non era riuscita ad abbracciarlo come avrebbe voluto.
Non prometteva guarigioni impossibili.
Gli scriveva che avrebbe desiderato passare anche soltanto un pomeriggio insieme, seduti sul letto a guardare un libro di figure.
Nell’ultima busta c’erano poche righe.
La grafia era incerta, ma la richiesta era leggibile: Elena voleva sapere se Tommaso avesse ricevuto almeno una delle lettere precedenti.
Non pretendeva una risposta lunga.
Le sarebbe bastato un disegno, magari proprio uno dei gatti che lui faceva da piccolo.
Tommaso ha chiuso gli occhi.
«Non mi hai lasciato nemmeno la possibilità di disegnarle un gatto.»
Vittorio non ha provato a difendersi.
È rimasto con le mani intrecciate sul tavolo, improvvisamente più vecchio di quanto fosse apparso all’arrivo.
«Pensavo che, se ti fossi abituato alla distanza, avresti sofferto meno quando sarebbe morta.»
«E quando è morta, che cosa avresti voluto che provassi?»
La domanda non ha trovato risposta.
Ricordavo che Tommaso, nei primi anni del nostro matrimonio, non si avvicinava mai ai reparti ospedalieri se non era indispensabile.
Mi aveva detto che gli ricordavano un posto in cui nessuno gli aveva spiegato perché doveva aspettare nel corridoio.
Adesso quella paura aveva una forma più precisa.
«Voglio portare via le lettere», ha detto.
Vittorio ha fatto un gesto di assenso.
Quando però Tommaso ha preso anche il quaderno azzurro, suo padre ha allungato una mano.
«Quello era di tua madre.»
«Appunto.»
Per un momento ho creduto che avrebbero ricominciato a discutere.
Vittorio si è limitato a ritirare la mano.
Siamo usciti senza abbracci e senza una promessa di rivederci presto.
In macchina Tommaso ha tenuto il pacchetto sulle ginocchia.
Non ha letto altro durante il tragitto.
Ogni tanto, però, guardava la prima busta, come per assicurarsi che fosse ancora lì.
A casa mi ha chiesto di chiamare Ada.
Ha voluto parlare direttamente con lei e ha stabilito un’ora precisa per andare a prendere l’ultima pagina del quaderno.
Non era un perdono, e Ada non l’ha scambiato per tale.
Abitava in una piccola casa al piano terra, dietro un cortile di Lucca.
Sul mobile dell’ingresso aveva la fotografia di una donna poco più giovane, sua sorella, e accanto una scatola di aghi e fili.
Ada ci ha fatto accomodare senza chiedere come fosse andata da Vittorio.
«Hai portato il foglio?» ha domandato Tommaso.
Lei ha preso una cartella da un cassetto.
Dentro c’era una pagina ingiallita, con il margine strappato che combaciava a vista con quello rimasto nel quaderno.
Non serviva una perizia per capire che provenivano dallo stesso oggetto, anche se questo non bastava da solo a spiegare ogni fatto.
Elena aveva scritto di voler lasciare la casa di Vittorio e di aver chiesto un accordo per vedere regolarmente suo figlio.
Sapeva che, durante alcuni ricoveri, Tommaso avrebbe dovuto abitare con il padre.
Aveva paura che lui interpretasse quella scelta provvisoria come un rifiuto.
Per questo chiedeva ad Ada di parlargli con parole semplici e di ripetergli che i problemi degli adulti non erano colpa sua.
Tommaso ha letto due volte quel passaggio.
«Era questo che avevi paura di farmi vedere?»
«Una parte», ha detto Ada.
«Temevo che leggessi soltanto che tua madre accettava di lasciarti a casa con Vittorio.
Allora non sapevo spiegare la differenza tra affidare un bambino a qualcuno per curarsi e smettere di volergli bene.»
«E adesso?»
«Adesso so che avrei dovuto provarci, anche se non avessi trovato le parole giuste.»
Ada ci ha lasciato leggere il resto.
In fondo al foglio Elena aveva scritto il nome di Teresa e un indirizzo a Barga, chiedendo che fosse avvertita se le sue condizioni fossero peggiorate.
«Teresa è ancora viva?» ho domandato.
«Sì.
Ci sentiamo a Natale.
Non esce quasi più, ma abita ancora lì.»
Ada ha esitato.
«C’è una cosa che non le ho mai chiesto di spiegarmi.
Quando Elena stava molto male, Teresa venne fino a Lucca per parlare con Vittorio.
Voleva accompagnare Tommaso a salutarla.
Tornò a Barga da sola.»
Mio marito ha alzato lo sguardo.
Per tutta la vita aveva creduto che nessuno fosse venuto a prenderlo.
Ora sapeva che qualcuno aveva fatto quella strada, aveva suonato e non era riuscito a portarlo da sua madre.
Per scoprire che cosa accadde durante quella visita e che cosa Teresa aveva conservato, continua con la Parte 5.













