Tommaso ha interrotto la chiamata prima che suo padre potesse aggiungere altro.
Per qualche secondo ha tenuto il telefono in mano, guardando lo schermo spento.
«Quale ultima pagina?» ha domandato ad Ada.
Lei ha chinato la testa.
«Elena me l’aveva affidata.
Non è qui, perché non volevo portarla sotto la pioggia insieme alle lettere.
La conservo in casa, dentro una cartella.»
«Perché non me l’hai detto subito?»
«Perché riguarda una decisione che tua madre avrebbe voluto spiegarti di persona.
Non mi sembrava giusto cominciare da quella, senza sapere se avresti accettato di ascoltarmi.»
Tommaso ha scosso il capo.
«Avete deciso tutti che cosa dovevo sapere.
Mio padre allora, tu adesso.
Io sono ancora quello che aspetta alla finestra.»
La frase è rimasta sospesa tra noi.
Ada ha rimesso la pagina immaginaria al suo posto, come se la stesse già riponendo davvero.
Gli ha lasciato il proprio numero su un foglietto e si è fermata sull’uscio.
«Non ti chiederò di perdonarmi.
Se vorrai quella pagina, te la porterò senza condizioni.»
Quando è uscita, Tommaso non si è mosso.
Ho chiuso la porta piano, sapendo che, per lui, anche il rumore della serratura poteva avere un significato diverso dal solito.
Quella notte ha riletto le quattro lettere fino a tardi.
Nella prima chiedeva ad Ada se fosse arrabbiata per il latte che aveva rovesciato sul quaderno di matematica.
Nella seconda raccontava di un compagno che lo prendeva in giro perché aspettava sempre qualcuno al cancello.
Nell’ultima, scritta anni dopo, non chiedeva più di tornare.
Le augurava semplicemente di stare bene.
«Ero diventato educato perfino con la mia rabbia», ha detto.
Mi sono seduta accanto a lui sul tappeto.
Non gli ho raccontato che cosa avrei fatto io al suo posto.
Gli ho soltanto chiesto se desiderasse che lo accompagnassi da Vittorio.
«Sì», ha risposto.
«Ma se comincia a parlarti al posto mio, fermalo.»
La mattina seguente abbiamo guidato fino a Viareggio.
Vittorio viveva da solo in un appartamento ordinato, con i mobili sempre nella stessa posizione e le persiane aperte a metà.
Aveva settantasette anni e camminava più lentamente di un tempo, ma il tono con cui ci ha accolti era rimasto identico.
«Vi ho chiamati due volte.»
«Lo so», ha risposto Tommaso.
«Oggi sono io a fare le domande.»
Vittorio ci ha invitati a sedere.
È andato in cucina e ha portato tre bicchieri d’acqua, nonostante nessuno li avesse chiesti.
Sembrava convinto che i gesti abituali potessero rimettere ordine anche in quella visita.
«Ada non ha mai capito quanto fosse malata tua madre», ha iniziato.
«Ada dice che mamma voleva separarsi.»
Il volto di Vittorio si è contratto.
«Lo voleva, sì.
Ma era stanca, spaventata.
Non sapeva quanto sarebbe riuscita a fare da sola.»
«E per questo hai mandato via Ada?»
«Perché la incoraggiava a prendere decisioni che non poteva sostenere.»
Tommaso si è spostato in avanti.
«Mamma aveva il diritto di decidere se restare tua moglie.
Essere malata non te lo dava in consegna.»
Vittorio ha guardato me, cercando un’alleata.
Io ho tenuto le mani sulle ginocchia.
«Lucia, tu sai che non è semplice crescere un figlio quando l’altro genitore non sta bene.»
«Non lo so abbastanza per giudicare quegli anni», ho risposto.
«Ma so che Tommaso ti ha fatto una domanda, e non gli hai risposto.»
Per la prima volta Vittorio ha abbassato gli occhi.
Dopo un lungo silenzio si è alzato e ha aperto il mobile sotto la libreria.
Ne ha tolto una scatola da scarpe chiusa con un elastico.
Dentro c’erano ricevute di farmacia, fotografie, una vecchia agenda e un quaderno con la copertina azzurra.
Tommaso l’ha riconosciuto senza averlo mai visto prima.
Era l’oggetto di cui tutti parlavano e che lui, fino al giorno precedente, non sapeva neppure esistesse.
Vittorio lo ha posato sul tavolo.
«Leggilo, se pensi che ti farà bene.»
Le prime pagine contenevano appunti pratici: orari delle medicine, nomi di medici, spese e appuntamenti.
Poi la grafia diventava meno regolare, ma le frasi restavano precise.
Elena annotava piccoli fatti su Tommaso, il suo modo di fingere di non aver paura dei temporali, il gatto disegnato su ogni foglio, il desiderio di portarlo a vedere il mare d’inverno.
Mio marito passava le dita accanto alle parole, senza toccare l’inchiostro.
Una pagina era datata pochi giorni prima della scomparsa di Ada.
Elena aveva scritto che un’avvocata le aveva spiegato come chiedere la separazione e concordare gli incontri con il figlio durante le cure.
Non prometteva di portare via Tommaso il giorno dopo.
Chiedeva un modo per continuare a esserne la madre senza vivere sotto le decisioni di Vittorio.
«Aveva parlato con qualcuno», ha sussurrato Tommaso.
«E tu lo sapevi.»
«Non volevo perdere anche te», ha risposto Vittorio.
«Non mi avresti perso perché vedevo mia madre.»
Suo padre ha serrato la mascella.
«Lo capisci adesso.
Allora eri un bambino.
Io pensavo che, vedendola soffrire, ti saresti spaventato e non saresti più tornato a casa con me.»
«Ma io ero già spaventato.
Mi avete soltanto lasciato da solo con quella paura.»
Nessuno ha risposto.
Vittorio ha sfogliato il quaderno fino alla fine, dove si vedeva chiaramente il bordo irregolare di una pagina strappata.
Poi l’ha chiuso.
«Ada ha preso l’ultima pagina quando l’ho mandata via.
Da quel giorno non ho più saputo che cosa ne abbia fatto.»
«E mamma?» ha chiesto Tommaso.
«Dopo che Ada se n’è andata, mamma continuava a chiedere di me?»
Vittorio si è passato una mano sulla fronte.
«Sì.»
«Tu le dicevi che volevo vederla?»
Il silenzio è stato più lungo di prima.
«All’inizio le dicevo che avevi la scuola.
Poi che eri troppo turbato.
Infine le ho detto che preferivi non andare.»
Ho sentito Tommaso inspirare lentamente.
Da piccolo aveva atteso che qualcuno tornasse; sua madre, dall’altra parte della stessa menzogna, aveva aspettato una visita che suo figlio non sapeva di poter fare.
«E lei ti ha creduto?» ha domandato.
«Non del tutto.
Ha continuato a scrivere.»
Vittorio ha indicato la scatola da scarpe.
Sotto l’agenda, infatti, c’era un secondo pacchetto di buste.
Erano indirizzate tutte a Tommaso, e non una sola era stata aperta da lui.
Per capire che cosa Elena aveva tentato di dirgli in quelle lettere, leggi la Parte 4.













