Ada non ha pronunciato subito il nome di mia suocera.
Ha guardato la busta ingiallita, come se anche dopo tutti quegli anni avesse bisogno del permesso di qualcuno per continuare.
«Elena era malata, questo lo sai», ha detto infine a Tommaso.
«Ma non era incapace di capire quello che succedeva intorno a lei.»
Tommaso ha spinto indietro la sedia.
«Non ho mai detto che lo fosse.»
«Tuo padre lo diceva spesso.
Sosteneva che la malattia la rendesse confusa, che non dovessimo darle retta quando chiedeva di parlare con te.»
Conoscevo poco Elena.
Era morta quando Tommaso aveva dodici anni, molto prima che noi ci incontrassimo.
In casa avevamo una sola fotografia di lei, scattata davanti alle mura di Lucca: un vestito chiaro, i capelli raccolti e un sorriso rivolto a qualcuno fuori dall’inquadratura.
Tommaso la teneva nel cassetto del comodino, non in vista.
Una volta mi aveva spiegato che guardarla gli faceva ricordare soprattutto l’ultima visita in ospedale, quando non aveva osato avvicinarsi al letto.
«Nell’autunno in cui smisi di venire», ha continuato Ada, «Elena aveva deciso di separarsi da Vittorio.»
Mio marito è rimasto fermo.
«Non è possibile.
Mamma non poteva neppure uscire da sola.»
«Non voleva andarsene quella sera.
Voleva preparare le cose con calma.
Aveva parlato con un’avvocata, e cercava un posto in cui vivere quando sarebbe stata dimessa.
Mi aveva chiesto soltanto di aiutarla a organizzare il trasferimento.»
Ada ha intrecciato le mani.
Ha spiegato che Elena aveva iniziato a trascorrere periodi sempre più lunghi tra casa e ospedale.
Vittorio decideva chi poteva visitarla e quando, diceva ai parenti che lei aveva bisogno di silenzio e rispondeva al telefono al posto suo.
Ada aveva creduto che volesse proteggerla.
Poi, un pomeriggio, Elena l’aveva trattenuta in camera mentre Tommaso faceva i compiti.
«Mi disse che non aveva paura della malattia quanto di diventare invisibile dentro la propria famiglia.»
Non era una frase facile da ascoltare.
Avevo conosciuto Vittorio come un uomo rigido e preciso, sempre pronto a correggere Tommaso persino sul modo di apparecchiare.
Non l’avevo mai visto alzare le mani o minacciare qualcuno.
Ma ricordavo quanto rapidamente mio marito tornasse zitto ogni volta che il padre disapprovava qualcosa.
«Che cosa hai scoperto?» ha chiesto Tommaso.
«Un quaderno azzurro.
Elena lo teneva nascosto dietro le lenzuola nell’armadio.
Ci segnava le date dei ricoveri, i colloqui che riusciva a fare senza tuo padre e le cose che voleva dirti.
Non perché temesse di dimenticarle, ma perché aveva paura che nessun altro le ricordasse.»
«E tu l’hai letto?»
«Mi chiese lei di farlo.
Voleva sapere se sarei stata disposta ad accompagnarla a un appuntamento.»
Tommaso si è passato una mano sul viso.
«Mio padre mi diceva che mamma non sopportava le visite.
Quando chiedevo di lei, rispondeva che la facevo agitare.»
Ada ha chiuso gli occhi.
«Era quello che diceva anche a me.
Ma Elena chiedeva di te ogni giorno.»
Ada ha raccontato che Elena lasciava spesso libero il posto accanto a sé sul divano, anche quando era troppo stanca per alzarsi.
Una sera le aveva chiesto di comprare dei fogli da disegno, perché sperava di potersi sedere con Tommaso e ascoltarlo parlare della scuola.
Ada li aveva portati il mattino successivo.
Erano rimasti inutilizzati, ma non perché Elena avesse cambiato idea.
Per alcuni istanti abbiamo sentito soltanto il rumore della pioggia contro il davanzale.
Non volevo riempire quel silenzio con una consolazione che nessuno mi aveva chiesto.
Ho preso tre tazze pulite e ho finalmente versato il tè.
Ada ha ringraziato, senza bere.
«Il martedì in cui sparisti», ha ripreso Tommaso, «mi ero messo nello zaino un disegno da darti.
L’ho riportato a casa per una settimana.»
Ada si è portata le dita alle labbra.
«Io ero venuta.
Vittorio mi aspettava sulle scale.
Mi disse che non avrei più lavorato per voi e che dovevo smettere di cercarti.»
«Ti ha minacciata?»
«Mi accusò di aver convinto Elena a lasciare la famiglia.
Disse che, se mi fossi ripresentata, avrebbe raccontato che avevo approfittato di una donna malata per sottrarle dei soldi.
Non avevo preso nulla.
Ma vivevo in una stanza in affitto e assistevo mia sorella, che allora non poteva lavorare.
Temevo di perdere l’unico impiego che avevo trovato.
Ricordo che scesi quelle scale pensando di tornare il giorno dopo con qualcuno disposto ad ascoltarmi.
Poi venne un altro giorno, e un altro ancora.
Ogni volta trovavo una ragione per rimandare.»
Tommaso non ha abbassato la voce.
«E di me non avevi paura?»
«Sì.
Ma ho avuto più paura per me stessa.
Non posso chiamare coraggio quello che non ho fatto.»
L’ammissione lo ha disarmato più di una giustificazione.
Ha fissato il tavolo, poi ha indicato la busta senza francobollo.
«Leggila.»
Ada gliel’ha avvicinata.
Lui ha scosso la testa.
«No.
Leggila tu.»
La carta era sottile, piegata in due.
Ada l’ha aperta con cautela e ha letto a voce bassa alcune righe scritte trentiquattro anni prima.
Dicevano che Tommaso non era stato cattivo, né difficile, né colpevole di quella partenza.
Dicevano che lei lo ricordava ogni volta che vedeva un gatto, perché lui ne disegnava uno ai margini di tutti i compiti.
Alla fine prometteva di cercare un modo per parlargli.
«Non hai mantenuto quella promessa», ha detto mio marito.
«No.»
Tommaso si è seduto di nuovo.
Gli tremavano le mani, ma non cercava di nasconderle.
«Come ti arrivavano le mie lettere?»
«Le spedivi alla pensione in cui abitavo.
La signora che la gestiva me le ha inoltrate anche dopo che me ne sono andata.
All’ultima avevi già una calligrafia da ragazzo grande.»
«E tu continuavi a tacere.»
«Sì.»
Non c’era una parola che potesse cancellare quella risposta.
Ada si è messa il cappotto ancora umido e ha chiesto se poteva lasciarci le buste.
Tommaso non ha detto né sì né no.
Prima che lei raggiungesse la porta, però, ha preso il telefono.
«Chiamo mio padre.»
Vittorio ha risposto quasi subito.
Ho sentito Tommaso dire soltanto che Ada era a casa nostra e che aveva parlato del quaderno di Elena.
Dall’altro capo è arrivata una voce così forte che sono riuscita a distinguere le parole.
«Domandale dove ha nascosto quel quaderno, Tommaso.
E domandale perché non ti ha mai mostrato l’ultima pagina.»
Ada si è voltata, pallidissima.
Fino a quel momento aveva raccontato ciò che ricordava.
Adesso ho capito che tra lei e Vittorio esisteva ancora qualcosa di concreto, qualcosa che entrambi avevano taciuto.
Per sapere che cosa c’era nell’ultima pagina del quaderno di Elena, continua con la Parte 3.













