La mattina seguente arrivai a Pavia prima dell’orario concordato.
Nella sala d’attesa dell’ambulatorio, ogni volta che si apriva una porta mi voltavo pensando di vedere Sharon.
Avevo dormito sul divano di Roberto, con la lettera di papà sotto il cuscino.
Non volevo perderla, ma soprattutto non volevo svegliarmi e scoprire di aver immaginato le parole di Rosa.
L’infermiera mi accolse in una stanza senza pazienti e chiuse piano la porta.
Aveva capelli raccolti e mani che sembravano incapaci di restare ferme.
«Devo chiarire una cosa», esordì. «Non sono più l’infermiera di suo padre. Sharon ha interrotto il servizio quando ho insistito perché si facesse valutare la sua capacità di comunicare.»
Rosa raccontò che Franklin aveva avuto un ictus quasi undici mesi prima.
All’inizio non riusciva a parlare in modo comprensibile e muoveva con difficoltà il braccio destro.
Tuttavia riconosceva le persone, seguiva le conversazioni e indicava con precisione gli oggetti che desiderava.
In ospedale avevano raccomandato un percorso riabilitativo e una valutazione specialistica prima di prendere decisioni importanti sul suo patrimonio.
«Sharon diceva che era confuso», spiegò Rosa. «Ma quando gli chiesi se desiderasse vedere suo figlio, annuì così forte che cominciò a piangere.»
Mi portai una mano alla bocca.
«Perché nessuno mi ha chiamato?»
«Non conoscevo il suo recapito in carcere. Ho chiesto a Sharon di avvertirla. Mi ha risposto che lei aveva tagliato i rapporti con suo padre. Era una questione familiare, sosteneva.»
Rosa non aveva accesso alla documentazione clinica attuale e non volle consegnarmi copie che non poteva divulgare.
Mi mostrò invece il proprio taccuino personale con le date delle visite e mi disse di essere disposta a testimoniare su ciò che aveva osservato direttamente.
L’ultima visita risultava successiva di circa sei settimane alla presunta morte annunciata da Sharon.
«Sa dove lo hanno portato?»
«Sapevo che Sharon aveva contattato una struttura chiamata Casa delle Betulle, in provincia di Alessandria. Non so se sia ancora lì.»
Partii con quell’indirizzo, ma prima telefonai a un avvocato che Roberto mi aveva consigliato.
Giulia Ferretti mi ricevette fra due appuntamenti.
Le raccontai anche della mia condanna, senza aspettare che lo scoprisse da qualcun altro.
«Il suo passato non le toglie il diritto di cercare suo padre», disse. «Ma dovremo distinguere ciò che teme da ciò che possiamo dimostrare.»
Esaminò la lettera, fotografò le annotazioni e mi chiese di non contattare Sharon per minacciarla.
Avrebbe fatto verificare la situazione patrimoniale e avrebbe richiesto un controllo urgente delle condizioni di Franklin, se la struttura ne avesse confermato la presenza attraverso i canali appropriati.
Mi accompagnò lei stessa ad Alessandria, perché non si trattava più soltanto di una lite privata.
Casa delle Betulle era una residenza assistita circondata da alberi bassi e un parcheggio troppo piccolo.
Alla reception mi tremarono le mani quando dissi il nome di mio padre.
L’impiegata non confermò né negò che fosse ospite.
Chiamò la responsabile, la dottoressa Conti, e ci chiese di aspettare.
Giulia spiegò il motivo della nostra visita e presentò i documenti che dimostravano la mia parentela.
Parlò di una possibile falsa notizia di decesso e della necessità di verificare il benessere di un uomo vulnerabile.
La dottoressa non ci aprì immediatamente una cartella clinica, né ci permise di girare liberamente nelle stanze.
Fece prima alcune verifiche e informò il medico di turno.
Quell’attesa mi sembrò interminabile, ma per la prima volta qualcuno stava seguendo una procedura invece di chiedermi di sparire.
«Il signor Franklin Hayes è qui», disse infine la dottoressa. «È vivo. E adesso dobbiamo capire quale contatto desideri avere con lei.»
Non ricordo di essermi seduto, eppure mi ritrovai su una sedia.
La parola vivo continuava a risuonare dentro di me.
Avrei voluto correre nel corridoio, spalancare tutte le porte, gridare che ero suo figlio.
Giulia mi posò una mano sull’avambraccio.
«Lo vedrà, Luca. Ma lo faremo senza spaventarlo.»
Un’operatrice entrò nella stanza di papà, gli mostrò una fotografia che avevo portato e gli spiegò che desideravo incontrarlo.
Quando tornò, aveva gli occhi lucidi.
«Ha indicato la fotografia più volte. Ha detto di sì con la testa.»
Attraversai un corridoio illuminato da finestre alte.
Nella camera c’era un uomo seduto su una poltrona con le ruote, vicino a un tavolino.
Aveva perso peso, i capelli erano quasi bianchi e il viso portava i segni della malattia.
Per un istante ebbi paura di non riconoscerlo.
Poi sollevò gli occhi e vidi lo stesso sguardo che mi aveva seguito il giorno dell’arresto.
«Papà.»
Il suo mento tremò.
Fece un movimento incerto con la mano sinistra e io mi inginocchiai davanti a lui.
Mi strinse due dita, con una forza piccola ma ostinata.
Nessuno di noi riuscì a pronunciare una frase intera.
Non ce n’era bisogno.
Rimasi vicino a lui mentre un’operatrice spiegava, senza entrare in dettagli riservati, che Franklin partecipava a esercizi di comunicazione e aveva giorni migliori e peggiori.
Gli chiesi se avesse creduto che io non volessi più vederlo.
I suoi occhi si riempirono d’acqua.
Poi scosse la testa, lentamente.
La dottoressa ci disse che Sharon aveva chiesto di limitare le visite, sostenendo che i contatti familiari agitavano Franklin.
Quella richiesta, tuttavia, doveva essere riesaminata alla luce della volontà che lui era in grado di esprimere.
Giulia chiese un incontro con il servizio sociale e chiarimenti sulla persona che ne amministrava gli interessi.
Prima che lasciassi la stanza, papà trascinò un foglio verso di sé.
Con la mano sinistra scrisse due caratteri storti: «7» e «C».
Provò ancora, poi lasciò cadere la penna, esausto.
«Sette C?» domandai piano.
Lui annuì una volta e guardò verso il cassetto del comodino.
L’operatrice mi impedì gentilmente di aprirlo senza una verifica, ma promise che avrebbe controllato con lui gli oggetti personali.
Fuori dalla camera, Giulia ricevette una telefonata dal suo studio.
Le risultava che Sharon avesse avviato trattative per vendere la casa di Stradella e che il giorno dopo fosse previsto un incontro con gli acquirenti.
Una vendita non era ancora conclusa, ma qualcuno stava cercando di farla avanzare mentre il proprietario era isolato.
Io avevo ritrovato mio padre.
Adesso dovevo impedire che gli portassero via anche ciò che aveva costruito.
Per capire che cosa nascondeva la sigla «7C» e chi stesse disponendo della casa, continua con la Parte 4.













