Il sabato piovve per tutto il giorno.
La strada davanti alla sartoria sembrava più stretta, come se le case si fossero avvicinate per proteggersi dal freddo.
Rimasi sola fino a metà mattina, poi arrivò Luca portando due caffè e la scatola che avevamo evitato di aprire.
«Stanotte ho pensato a una cosa» disse. «Non voglio che mamma resti un caso da risolvere. Era nostra madre. Basta questo per rendere difficile parlarne.»
«Sono d’accordo.»
«No, non lo sei sempre. Ma possiamo provarci.»
Sedemmo ai lati del tavolo da taglio.
Sciolsi lo spago e sollevai il coperchio.
Dentro c’erano vecchi programmi scolastici, fotografie di compleanni, biglietti del treno che avevo spedito come prova del mio arrivo e tre quaderni rilegati con un elastico.
Sopra, una lettera non sigillata.
La lessi piano perché Luca potesse interrompermi.
«Elena, ho conservato tutte le occasioni in cui avrei voluto esserci meglio. Non per contare quelle in cui sono mancata, ma perché mi vergognavo di dimenticarle come facevo con gli spilli sul pavimento. So che non basta dire che avevo una ragione. A volte l’avevo, altre volte ero semplicemente incapace di scegliere. Tu non devi trasformare la mia vita in una buona storia per riuscire a volermi bene.»
Mi aspettavo giustificazioni.
Quelle parole, invece, toglievano una sedia al tribunale che avevo costruito dentro di me.
Mia madre non chiedeva di vincere il processo, ma non era più lì a sentire la sentenza.
Luca girò la lettera.
Non c’era altro.
«Per una volta» disse «non ha cercato di finire il discorso al posto nostro.»
I quaderni contenevano date e piccole annotazioni personali.
Non erano i registri dei clienti né le storie di chi passava dalla porta blu.
Erano elenchi di cose da fare con noi: portare Elena al fiume, chiamare Luca senza chiedergli un favore, imparare il nome dell’insegnante di Bea.
Accanto a molte voci c’erano crocette.
Accanto a molte altre, niente.
«La settimana prima che morisse mi ha chiamato per accompagnarla a comprare un cappotto» raccontò Luca. «Io le ho detto che non avevo tempo. Avevo appena fatto tre notti di reperibilità. Lei ha risposto che sarebbe andata da sola.»
«Ci è andata?»
«No. Il cappotto è ancora nell’armadio, quello vecchio. Non so perché questa cosa mi pesa più di tante altre.»
Guardai mio fratello.
Per anni l’avevo creduto incapace di provare sensi di colpa perché era sempre quello che faceva la cosa giusta.
Solo adesso vedevo quanto gli fosse costato essere considerato affidabile da tutti.
«Luca, non potevi esserci ogni volta.»
«Lo so. Però vorrei che, almeno una volta, me l’avesse detto lei.»
Restammo in silenzio mentre un autobus passava sollevando l’acqua dalla strada.
Fuori, il mondo proseguiva con una sfrontatezza che trovavo quasi offensiva.
Nel primo pomeriggio venne la signora Valli per misurare la vetrina.
Non era interessata ai nostri drammi, ma ci portò una busta di biscotti comprati al forno accanto.
Le dissi che avremmo confermato una data entro martedì.
Lei annuì e mi parlò di un artigiano che cercava uno spazio per riparare biciclette.
«Sarebbe bello avere di nuovo qualcuno che aggiusta le cose» disse.
Mi sorpresi a pensare che la sartoria non fosse insostituibile.
Forse c’era differenza fra salvare il luogo e salvare la possibilità che qualcuno trovasse una mano tesa.
Manuela arrivò poco dopo per portarmi alcuni contatti utili.
Le raccontai della lettera di mamma, senza mostrarle i quaderni.
Lei ascoltò attentamente, poi mi disse una cosa che non mi aspettavo.
«Gemma non ha cominciato a fare questo lavoro perché era una donna coraggiosa. Ha cominciato perché, una volta, non ha avuto coraggio.»
Feci un passo indietro.
«Che cosa significa?»
«Non spetta a me narrarti i dettagli. Ma c’è una persona che ha il diritto di parlarne, se lo desidera. Si chiama Miriam. Abita a Reggio Emilia e conosce questa storia da molto prima che io incontrassi tua madre.»
Il nome non mi diceva nulla.
Manuela aggiunse che non avremmo dovuto cercarla soltanto per soddisfare la nostra curiosità.
Se avesse voluto incontrarci, avrebbe potuto contattarci tramite lei.
«Perché dovrebbe volerlo?» chiesi.
«Perché sa che Gemma è morta. E perché sua madre le ha raccontato cosa accadde davanti a questa porta quando lei era bambina.»
La parola madre era diventata improvvisamente troppo grande per quella stanza.
Guardai il legno azzurro consumato vicino alla serratura.
Non avevo mai pensato che potesse essere stato un confine anche per chi si trovava dalla parte sbagliata.
Verso le cinque comparve Noemi.
Non entrò subito.
Rimase sul marciapiede osservando l’insegna, come se si aspettasse che un volto conosciuto apparisse dietro il vetro.
«Manuela è qui?» domandò.
«È appena andata via. Posso chiamarla.»
«Non ancora.»
Le proposi un tè, ma rifiutò.
Aveva fra le dita un piccolo cappotto verde, da bambino, con l’orlo scucito.
«Gemma doveva sistemarlo?»
«No. Glielo avevo lasciato perché non volevo tenerlo in casa. È di mio figlio, Tommi. Ha otto anni.»
La voce le si spezzò soltanto sul nome.
Non mi spiegò dove fosse il bambino e io non glielo chiesi.
«Aveva anche una cartellina mia» proseguì. «Non mi serve che tu sappia cosa c’è dentro. Mi serve sapere che non la darai a chiunque venga a reclamarla.»
Le mostrai il biglietto trovato da mamma.
Noemi lo lesse due volte.
«Non consegnare a nessuno ciò che non è suo» ripeté.
Poi si sedette, finalmente, sulla poltrona del retro.
Mi disse che la sera prima un uomo aveva provato a contattarla tramite persone che conoscevano entrambi.
Che non voleva incontrarlo e che aveva già chiesto indicazioni a professionisti per tenere al sicuro sé e il figlio.
«Non ho bisogno che tu mi salvi» precisò. «Ho bisogno che tu non rovini quello che sto cercando di fare.»
Era la richiesta più chiara che qualcuno mi avesse fatto da quando ero entrata in quel negozio.
Le promisi soltanto questo: avrei chiamato Manuela con lei, avremmo chiarito insieme quali oggetti fossero suoi e non avrei dato informazioni su di lei a nessuno senza il suo consenso.
Noemi annuì.
Poi guardò la stanza, la tazza scheggiata e la lampada.
«Tua madre mi diceva sempre che una porta aperta non basta. Bisogna poter scegliere quando attraversarla.»
Quella sera, mentre sistemavo il cappottino verde in un sacchetto pulito, ricevetti un messaggio da un numero che non conoscevo.
Mi chiamo Miriam. Manuela mi ha detto che sei tornata. Se vuoi sapere perché tua madre teneva quella luce accesa, posso venire domani. Ma ti chiedo di non chiamarla una santa.













