Manuela arrivò venti minuti dopo, senza ombrello, con un casco da bicicletta appeso al gomito.
Aveva circa cinquantacinque anni e indossava un cappotto blu sopra una felpa da palestra.
Non somigliava alle persone solenni che mi aspettavo di incontrare dopo una telefonata del genere.
Mi porse la mano ma non entrò finché non glielo proposi.
Fu il primo particolare che notai: sembrava abituata a chiedere permesso anche quando avrebbe potuto fare altrimenti.
«Lavoravi con mia madre?»
«A volte. Io faccio parte di un’associazione che accompagna persone in difficoltà verso servizi competenti. Tua madre non lavorava per noi. Ci dava una mano quando poteva.»
«Quale genere di persone?»
Manuela guardò la tenda a fiori, che divideva il negozio dalla stanza sul retro.
«Persone che avevano bisogno di sedersi in un luogo tranquillo prima di decidere cosa fare. Non tutte erano pronte a parlarne, e non tutte avevano bisogno della stessa cosa.»
«Dunque era una specie di rifugio?»
«No. Questo è importante. Gemma non gestiva un rifugio e non doveva fingere di esserlo. Ascoltava, offriva un telefono, un bicchiere d’acqua. Quando c’era un pericolo, contattavamo chi aveva le competenze per intervenire.»
Avrei voluto sentire quella spiegazione vent’anni prima.
Avrei potuto almeno capire contro cosa stavo competendo quando le chiedevo di venire a un concerto.
Invece mi ritrovai a guardare una tazza scheggiata sul tavolo e a domandarmi quante mani l’avessero tenuta.
«Noemi è passata» dissi.
Il viso di Manuela cambiò appena.
Non fece la domanda che temevo, non cercò di sapere che cosa le avessi detto.
«È stata lei a spiegarti perché cercava Gemma?»
«No. Mi ha detto soltanto che doveva esserci.»
«Allora rispettiamo quello che ha scelto di dirti.»
Quel limite mi infastidì.
Ero la figlia della proprietaria, avevo attraversato mezza Italia per liberare quel locale e non ero autorizzata neppure a sapere cosa vi succedesse.
Poi mi ricordai lo sguardo di Noemi nel vicolo.
Per una volta, forse, il mio desiderio di capire poteva aspettare.
Manuela accese il bollitore.
Sapeva già dove mamma teneva il tè, i cucchiaini e i biscotti per chi non aveva mangiato.
Quando aprì il mobile basso, vidi tre coperte pulite, un caricabatterie e un piccolo cartello scritto a pennarello: Puoi dire di no.
«Da quanto andava avanti?» chiesi.
«Non c’è una data da mettere su una targa commemorativa. A un certo punto Gemma cominciò a telefonarci perché le serviva un consiglio. Poi rimase in contatto. Negli ultimi anni si limitava a indirizzare le persone, e lo faceva molto meglio di prima.»
«Meglio di prima?»
Manuela richiuse il mobile lentamente.
«All’inizio commetteva errori. Ne parliamo soltanto se sarà necessario, e senza raccontare la vita di altri come fosse nostra.»
Sapeva essere ferma senza essere aggressiva.
Mi fece pensare a Luca, che da ragazzo aveva imparato a distinguere un no definitivo da una discussione ancora possibile.
Le mostrai il biglietto trovato fra i gessetti.
Manuela lo lesse in silenzio, poi mi chiese se potesse farne una fotografia.
«Quel giovedì lo aveva promesso a qualcuno?»
«Sì, credo. Ma è quella persona che può spiegartelo.»
«Perché mamma ha scritto di non consegnare a nessuno ciò che non è suo?»
«Forse perché sapeva che avresti trovato delle cose affidate a lei. Non significa che tu debba indovinare a chi appartengono.»
Ci mettemmo a sistemare il banco.
Ogni sacchetto aveva un biglietto con un numero di telefono e una descrizione del lavoro svolto.
I clienti ufficiali erano facili da contattare.
I nomi che non comparivano sul registro, quelli di cui cominciavo a intuire l’esistenza, non dovevano essere trasformati in una lista da consultare per curiosità.
Verso le nove arrivò Luca.
Era ancora in tuta da lavoro, con la polvere bianca sotto le unghie e l’espressione di chi ha capito che gli altri hanno preparato una riunione senza avvisarlo.
«Le luci accese si vedono dalla strada» disse. «Pensavo fosse entrato qualcuno.»
«È entrato qualcuno.»
Gli presentai Manuela.
Lui la riconobbe immediatamente.
«Ah. La signora delle telefonate del giovedì.»
«Luca» lo salutò lei. «Mi dispiace per Gemma.»
Mio fratello annuì e si tolse il giubbotto.
Lo appese al gancio che aveva usato fin da bambino, quando accompagnava mamma alla serranda prima di andare a scuola.
«Elena, puoi venire di là?»
Nel laboratorio anteriore abbassò la voce.
«Avevamo detto niente promesse nuove.»
«Non ho fatto nessuna promessa.»
«La porta è aperta, il bollitore funziona e ci sono due persone che discutono di cosa fare con le cose di mamma. Per me assomiglia già a una promessa.»
«Una donna è venuta a cercarla. Era spaventata.»
Luca si strofinò gli occhi.
«Lo so che succedeva. Pensi che abbia vissuto qui senza accorgermene? Ma se una persona ha bisogno di aiuto, noi non diventiamo automaticamente quelli che sanno darglielo.»
«Manuela lavora con chi se ne occupa.»
«Bene. Allora aiutiamola a prendere il necessario, e poi chiudiamo.»
Le sue parole erano ragionevoli.
Mi arrabbiai soprattutto per questo.
«Per te è tutto così semplice?»
«No, Elena. Per me non è stato semplice neanche scegliere i fiori da mettere sulla sua bara, perché mi ha lasciato istruzioni persino per quelli. Tu non c’eri quando le cose andavano storte, quindi puoi ancora pensare che basti un bel gesto a sistemare tutto.»
Rimasi zitta.
Non perché lui avesse ragione su ogni cosa, ma perché non potevo contestare i fatti.
Luca era rimasto quando io ero partita.
Aveva pagato l’assicurazione del negozio in un mese in cui mamma aveva preferito offrire riparazioni gratuite a mezzo quartiere.
Manuela venne a salutarci dopo aver lasciato il suo numero personale e quello dell’associazione su un cartoncino.
Prima di uscire mi disse che sarebbe tornata il giorno seguente, se avessi voluto.
«Non per convincerti a tenere aperto» precisò. «Per farti capire quali cose puoi decidere e quali no.»
Quando rimanemmo soli, Luca sollevò una scatola dal ripiano più alto.
Era di cartone rigido, legata con uno spago rosso.
«Questa l’ho trovata ieri. Non l’ho aperta. Sopra c’è il tuo nome.»
Sul coperchio, nella grafia di mamma, c’erano quattro parole: Per Elena, senza giustificazioni.
Sfilai lo spago, ma prima che potessi alzare il coperchio Luca mi fermò la mano.
«Se è l’ennesima versione della storia in cui tutti avevano bisogno di lei e noi dovevamo capire, io non sono pronto ad ascoltarla.»
Lo guardai.
Era la prima volta in molti anni che non sentivo mio fratello parlare come un adulto stanco, ma come il ragazzo che apparecchiava per tre e poi riportava un piatto pulito nella credenza.
«Allora non la apriamo stanotte» risposi.
Luca lasciò andare la scatola.
Spensi la luce del negozio davanti e, dopo un’esitazione, lasciai accesa soltanto quella sopra la porta blu.
Non sapevo ancora se quel gesto fosse un favore a mia madre o alla donna che sarebbe potuta tornare.
Sapevo soltanto che, per una notte, non volevo essere io a decidere che nessuno sarebbe arrivato.













