Chiamai immediatamente. Lorenzo rispose dal suo studio, con la porta chiusa alle spalle.
«Dove sono le bambine?»
«Di sopra con mamma.»
«Che cosa ha detto Martina?»
Si passò entrambe le mani sul viso. «Papà è arrivato senza avvisare. Gli ho detto che doveva andarsene. Ha cominciato a discutere nell’ingresso.»
«E loro hanno sentito.»
«Sì.»
Lorenzo ripeté la frase: due ragazze che un giorno sarebbero appartenute alla famiglia di qualcun altro.
Detta ad alta voce era ancora peggiore.
«Martina è scesa dalle scale», continuò. «Gli ha chiesto se voleva dire che le ragazze smettono di essere famiglia quando crescono.»
«E Carlo?»
«Le ha detto che era troppo piccola per capire.»
Naturalmente.
«E lei ha risposto: “Io capisco che volevi un maschio più di quanto volevi noi.”»
Mi si chiuse la gola.
«Papà ha detto che non era vero. E Martina gli ha chiesto: “Allora perché hai chiamato erede un bambino che non conoscevi nemmeno?”»
Per alcuni secondi nessuno parlò.
«Tu che cosa hai fatto?»
«Gli ho ordinato di andarsene. Gli ho detto che non vedrà più le bambine finché non saranno loro a volerlo e finché non sarà capace di chiedere scusa senza spiegare perché avrebbero capito male.»
Quello non era il Lorenzo da cui avevo divorziato. O forse era una parte di lui che non era mai stata costretta a scegliere davvero tra comodità e principio.
Martina comparve poco dopo sullo schermo. Aveva gli occhi gonfi.
«Ciao, mamma.»
«Ciao, amore.»
«Papà ha mandato via il nonno.»
«Lo so.»
«Il nonno ha detto che non intendeva dire quello.»
«Tu cosa pensi?»
«Penso che gli adulti lo dicano quando non gli piace come suonano le loro parole.»
Non potei darle torto.
«Papà si è arrabbiato tantissimo.»
«Con te?»
«No. Con il nonno.»
«Come ti ha fatto sentire?»
Ci pensò. «Bene. Però strano.»
«Le due cose possono stare insieme.»
Poi mi chiese: «Papà davvero non sapeva che eri colonnello?»
«Sapeva che ero nell’Esercito. Non prestava attenzione al resto.»
«È stupido.»
«Martina.»
«È vero.»
Non discussi.
A gennaio Carlo scrisse a mano una lettera a ciascuna bambina. Marta le controllò su mia richiesta. Non perché un nonno avesse bisogno di autorizzazione legale per chiedere scusa, ma perché non mi fidavo ancora del suo istinto per la responsabilità emotiva.
Non parlava del nome Valenti. Non dava la colpa a Lorenzo, a me, a Beatrice o alla tradizione. Scriveva di aver trattato l’essere maschio come se rendesse un bambino più importante e riconosceva che era sbagliato.
Sofia lo perdonò quasi subito.
Martina mise la lettera in un cassetto.
«Devo rispondere?»
«No.»
Un mese dopo gli scrisse quattro frasi: Grazie per aver chiesto scusa. Sono ancora arrabbiata. Non voglio vederti per ora. Dirò a papà se cambio idea.
Carlo non insistette.
Intanto la nostra vita in Germania diventava meno provvisoria. Sofia iniziò a giocare a calcio. L’esperimento di Martina diventò un progetto scolastico e vinse il secondo premio. Lorenzo seguì la premiazione in video.
Non la perse.
Cominciò a organizzare le chiamate attorno agli impegni delle bambine, invece di pretendere il contrario.
Quando un viaggio di lavoro lo portò in Europa a marzo, chiese di passare un fine settimana con loro. Non nel mio appartamento, non come una finta riunione familiare. Solo tempo con le sue figlie.
Accettai.
La domenica sera, dopo averle riportate, restammo fuori dal palazzo.
«Sembri felice», disse.
«Lo sono.»
«Anche loro.»
Poi abbassò lo sguardo. «Una volta pensavo che fosse la tua carriera a portarti via da noi. Ora credo che mi servisse per non ammettere quante volte ero io a scegliere di non esserci.»
Ci sono scuse che chiedono immediatamente una ricompensa. Quella no.
«Grazie per averlo detto.»
«Mi dispiace, Elena.»
«Lo so.»
«Mi perdoni?»
La vecchia me avrebbe risposto in fretta per rendere il momento più facile.
«Non lo so ancora.»
Lorenzo annuì. «È giusto.»
Prima di andare aggiunse: «Papà ha chiesto se può venire al compleanno di Martina a giugno.»
Mi irrigidii. «E tu cosa gli hai detto?»
«Che la risposta appartiene a Martina.»













