Guardai la firma più a lungo del necessario.
Era abbastanza simile alla mia da ingannare chi non l’avesse vista centinaia di volte, ma la seconda lettera del cognome aveva un tratto che io non facevo.
Giulia attese senza interrompermi.
«Questo documento non è mio» dissi infine.
«Per anni ho creduto che lo fosse.»
La frase rimase fra noi mentre, nel corridoio, sentivamo le voci basse degli invitati che lasciavano la festa.
Piegai il foglio lungo le vecchie linee e lo rimisi sul tavolo.
Non volevo che il desiderio di capire mi spingesse a maneggiare ogni cosa prima che venisse esaminata.
Giulia mi mostrò la busta originale.
Il timbro di spedizione risaliva a poco più di tre anni prima, all’indirizzo dove aveva abitato con sua sorella Elena, a Mantova.
Non provava chi avesse scritto la lettera, ma dimostrava che non l’aveva inventata quella sera.
Accanto c’erano fotografie delle raccomandate che Giulia aveva inviato al mio vecchio ufficio, quasi tutte tornate indietro.
Su alcune compariva l’indicazione che il destinatario le aveva rifiutate.
«Io non ho rifiutato niente» dissi.
«Allora chi lavorava alla reception?»
Non fu difficile ricordarlo.
Vanessa, allora una collaboratrice amministrativa dello studio con cui seguivo alcuni progetti edilizi, si occupava spesso della posta quando la segretaria era assente.
Dopo la separazione mi aveva aiutato anche con gli appuntamenti e gli impegni di Lilli.
Avevo interpretato quella disponibilità come generosità.
«Le hai consegnate a un avvocato?» domandai.
«Sì. Non pretendo che tu mi creda soltanto perché le ho portate io.»
I carabinieri ci chiesero di raccontare separatamente quello che era accaduto nella villa.
Un militare annotò quando avevamo sentito i colpi, chi aveva trovato la chiave e quali ospiti erano rimasti vicino alla porta.
Un altro parlò con Rinaldi delle telecamere all’ingresso di servizio.
Nessuno dichiarò sul momento colpevole Vanessa.
La distinzione fra sospetto e prova, in quella serata, mi sembrò dolorosa ma necessaria.
Quando ebbi finito, Paola portò Lilli a casa sua per la notte.
Prima di andare, mia figlia si fermò davanti a Giulia.
«Se domani ti telefono, rispondi?»
«Sì» disse Giulia. «E se non posso rispondere subito, ti richiamo. Non voglio prometterti cose più grandi di quello che posso fare.»
Lilli le chiese di scrivere il numero su un pezzo di carta.
Paola lo mise nella tasca del suo cappotto, davanti a entrambe.
Era un gesto minuscolo, eppure mi fece capire quanto poco fosse servito, in passato, a spezzare il loro legame.
Rimasto con Giulia, le chiesi finalmente di raccontarmi l’inizio.
Tre anni e mezzo prima litigavamo spesso.
Io lavoravo fuori città, tornavo tardi e scambiavo il suo esaurimento per una critica continua.
Un venerdì Giulia era partita per passare qualche giorno da Elena, chiedendomi spazio per decidere come affrontare i problemi del nostro matrimonio.
Aveva lasciato Lilli con me perché la bambina aveva la febbre e io mi ero impegnato a restare a casa.
«Ti dissi che sarei tornata la domenica successiva» ricordò.
Annuii.
Lo ricordavo anch’io.
Ma la domenica Vanessa mi aveva mostrato sul proprio telefono un messaggio che diceva provenire da Giulia: non voleva più tornare e non dovevo cercarla.
Quando avevo provato a chiamarla, il telefono risultava spento.
Ricordai che quella sera avevo riguardato più volte la schermata sul telefono di Vanessa e che lei mi aveva ripetuto di lasciar perdere.
Non avevo nemmeno chiesto di vedere l’originale sul telefono di Giulia.
Mi ero fidato di uno schermo mostrato per pochi secondi.
Vanessa, informata della crisi perché era stata una nostra conoscente comune, mi aveva detto che forse avrei dovuto smettere di inseguire qualcuno che aveva scelto di andarsene.
Giulia mi ascoltò senza distogliere lo sguardo.
«Durante quel viaggio persi il telefono» spiegò. «Quando riuscii a recuperare i contatti, le mie chiamate non ricevevano risposta. Pensai che non volessi più parlarmi.»
«Io non ti ho bloccata.»
«Lo so adesso. Allora no.»
Avevamo entrambi lasciato che un messaggio prendesse il posto di una conversazione.
Vanessa era stata presente in tanti momenti della nostra vita quotidiana che nessuno di noi aveva pensato a quanto fosse facile, per lei, presentarsi come una persona affidabile all’altro.
Non sapevo ancora chi avesse composto quel messaggio né come fosse nato.
Sapevo soltanto che avevo costruito una decisione enorme su qualcosa che non avevo verificato.
Ma non bastava questo a spiegare il tempo trascorso.
Glielo dissi senza alzare la voce.
«Giulia, sono passati più di tre anni. Non potevi venire di persona?»
«Sono venuta. Due volte. La prima ho trovato Vanessa all’ufficio. Mi ha detto che avevi chiesto di non farmi entrare. La seconda sono arrivata davanti a casa vostra, ma ho visto Lilli e sono rimasta in macchina.»
«Perché?»
«Perché avevo ricevuto quella lettera. C’era scritto che avresti chiesto l’affidamento esclusivo e che mi avresti accusata di essere instabile se mi fossi avvicinata. Ci ho creduto. Ho avuto paura.»
«Avresti potuto cercare assistenza.»
«Avrei dovuto farlo prima. Non voglio chiamare amore il mio silenzio. Ho fatto anch’io delle scelte che hanno ferito Lilli.»
Non cercò assoluzioni.
Mi raccontò di aver lavorato, di aver iniziato un percorso di sostegno psicologico e di aver finalmente consultato una legale.
Quest’ultima aveva verificato che non esisteva il provvedimento che Giulia temeva.
Da alcuni mesi avevano iniziato a raccogliere i documenti e a tentare un contatto formale con me.
Nel frattempo Vanessa aveva annunciato la nostra data di matrimonio.
«Perché non me l’hai detto tramite un avvocato?» chiesi.
«L’abbiamo fatto. Una lettera è stata spedita al tuo ufficio sei settimane fa. Aspettiamo ancora un riscontro.»
Nella cartella c’era anche la ricevuta di quella spedizione.
Non ricordavo di averla vista.
Quella volta non potevo nemmeno attribuire la mia ignoranza a un vecchio indirizzo.
La mattina seguente andai allo studio.
Non ero certo che Vanessa avesse nascosto tutto, ma sapevo che avevo affidato ad altre persone troppe decisioni che riguardavano mia figlia.
Chiesi alla segretaria, Marta, di cercare nel registro della posta delle ultime settimane.
Trovammo la data indicata da Giulia.
Accanto alla consegna era annotata una sigla: V. M.
Marta mi spiegò che Vanessa aveva ritirato personalmente quella busta, dicendo che si trattava di una questione privata.
Poi, esitante, aprì il cassetto dove conservavamo le comunicazioni rimaste senza destinatario.
«C’è un’altra cosa che dovrebbe vedere» disse.
Mi porse una piccola busta colorata, indirizzata a Giulia con una scrittura infantile.
Sul retro riconobbi il nome di Lilli.
Era una lettera che mia figlia mi aveva chiesto di spedire per il suo settimo compleanno.
Io le avevo detto che era partita.
Non era mai uscita da quell’ufficio.
Per capire che cosa avevo permesso accadesse sotto i miei occhi, leggi la Parte 4.













