Non risposi al messaggio di Dante.
Avrei voluto ringraziarlo per aver fermato sua madre, ma mi trattenni.
Non era un favore fatto a me: era il minimo che gli avevo chiesto quando gli avevo affidato una notizia ancora fragile.
Nei giorni successivi cercai un piccolo appartamento in affitto, abbastanza vicino a Giulia da non sentirmi isolata e abbastanza vicino a Milano da poter organizzare i controlli senza lunghi viaggi.
Visitai stanze con finestre troppo strette, cucine anguste e scale che mi sembravano interminabili già prima che la gravidanza diventasse visibile.
Mi accorsi che giudicavo ogni casa immaginando dove avrei messo una culla.
Giulia mi accompagnò a vedere un bilocale al secondo piano di una palazzina tranquilla.
C’era un balcone minuscolo e una cucina con le piastrelle azzurre.
La proprietaria parlò delle spese e delle condizioni del contratto mentre io osservavo un quadrato di sole sul pavimento.
Per la prima volta da quella notte, riuscivo a immaginare un futuro senza vedere prima l’espressione di Dante.
«Ti piace?» mi sussurrò Giulia quando uscimmo.
«Mi sembra un posto in cui potrei scegliere io dove mettere le cose.»
Firmare un contratto non avrebbe risolto il dolore, ma sarebbe stato un modo concreto per tornare a usare il mio nome senza aspettare un permesso.
Prima di prendere l’appartamento, però, volevo chiarire la situazione dei nostri beni e le responsabilità che sarebbero nate con il bambino.
Parlai con una professionista che mi spiegò, con pazienza, quali questioni avrei dovuto affrontare insieme a Dante e quali documenti sarebbe stato utile raccogliere.
Non mi promise una separazione indolore, né mi incoraggiò a trattare il bambino come una rivincita.
Uscii dall’incontro con meno paura perché avevo domande precise, invece di scenari indistinti.
Pochi giorni più tardi firmai il contratto per il bilocale, con Giulia accanto a me.
Intanto Bianca aveva invitato alcuni parenti a pranzo.
Non avevo intenzione di partecipare e non chiesi cosa avessero detto.
Fu Chiara, la sorella minore di Dante, a telefonarmi quella sera.
Tra noi non c’era mai stata una grande confidenza, ma ci eravamo sempre trattate con rispetto.
«Lena, ti disturbo?»
«Dimmi.»
«Mamma ha detto che avevi lasciato Dante perché non riuscivi più a sopportare la vita che faceva. Ha parlato come se fosse stata soltanto una tua decisione improvvisa.»
Chiusi gli occhi.
Era la versione della storia che temevo, quella in cui il bacio diventava invisibile e la mia fuga sembrava un capriccio.
«Non ti chiamo per chiederti spiegazioni», proseguì Chiara. «Ti chiamo perché Dante l’ha fermata.»
Mi raccontò che lui aveva posato il bicchiere e detto, davanti ai presenti, di aver tradito la mia fiducia e di avermi mentito quando gli avevo chiesto di Sofia.
Aveva precisato che ero andata via dopo averlo trovato con lei e che nessuno aveva il diritto di descrivermi come la responsabile della rottura.
«Mamma ha cercato di interromperlo», disse Chiara. «Ma lui ha continuato. Non l’avevo mai visto parlare così.»
Non provai trionfo.
Provai un dolore diverso, più quieto, per il fatto che una verità così semplice avesse richiesto tanto coraggio soltanto dopo la nostra separazione.
«Grazie per avermelo detto.»
«Spero che tu stia bene», rispose Chiara. «Non ti chiederò di tornare.»
La sua ultima frase mi commosse.
Nella famiglia Moretti nessuno mi aveva mai rivolto una domanda senza aspettarsi anche una concessione.
Per la prima volta potevo rispondere soltanto per me.
Due settimane dopo, all’ecografia programmata, Giulia si sedette accanto a me.
Il medico controllò le immagini, spiegò cosa riusciva a osservare e ci fece ascoltare un battito minuscolo e rapidissimo.
Non fu una scena da film.
Io cercavo di capire ciò che vedevo sul monitor e avevo paura di respirare troppo forte.
Poi mi ritrovai a piangere.
«Va tutto bene?» sussurrò Giulia.
Annuii e continuai a guardare lo schermo.
Non pensai alla vendetta, né a Sofia, né alle cene mancate.
Pensai che quella vita non meritava di diventare la prova usata da due adulti per stabilire chi avesse sofferto di più.
Quella sera inviai a Dante un messaggio con le informazioni essenziali della visita.
Non allegai subito l’immagine dell’ecografia.
Era un momento che volevo custodire ancora qualche ora, senza dover interpretare la sua reazione.
«Grazie per avermelo detto», rispose. «Sono felice che stiate bene. Se vuoi, possiamo parlare dei prossimi appuntamenti quando sarai pronta.»
Lesse il mio silenzio per quello che era e non scrisse altro.
Quel gesto non cancellò i mesi di menzogne.
Mi mostrò però che la sua partecipazione alla vita del bambino poteva cominciare senza invadere la mia.
Il giorno seguente inviai anche la fotografia dell’ecografia.
La inviai perché desideravo farlo, non perché Dante me l’avesse chiesta.
Lui rispose con poche parole: «La conserverò. Grazie».
Non sapevo se avrebbe mostrato l’immagine a qualcuno o se l’avrebbe guardata da solo.
Gli chiesi di mantenerla privata fino a quando avessimo deciso insieme di condividere la notizia.
Questa volta mi rispose di sì e non trovai motivo di dubitarne nell’immediato.
Era poco, dopo tutto quello che era accaduto, ma mi bastava per affrontare una decisione alla volta.
Accettai di incontrarlo qualche giorno più tardi in un giardino pubblico vicino al mio nuovo appartamento.
Gli comunicai che avevo deciso di avviare la separazione e che desideravo concordare con calma, attraverso un confronto rispettoso, come gestire i mesi successivi e il futuro di nostro figlio.
Dante fissò la ghiaia sotto le scarpe.
«Non tornerai», disse.
«Non tornerò per paura, per la gravidanza o per impedire che tua madre si vergogni.»
«E se cambiassi davvero?»
«Sarebbe importante per te e per il bambino. Ma non sarebbe un debito che io devo ripagare tornando tua moglie.»
Rimase in silenzio.
Quando finalmente parlò, non disse che senza di me non poteva vivere.
«Mi sono comportato come se l’amore che mi davi fosse qualcosa che avrei trovato sempre al mio ritorno. E quando hai chiesto spiegazioni, ho preferito metterti a tacere.»
Lo ascoltai fino alla fine.
Era la prima volta che non cercava una ragione per attenuare ciò che aveva fatto.
Prima di salutarci mi consegnò una busta chiusa.
«Non è un accordo, e non devi rispondermi», disse. «È una lettera. Vorrei soltanto che tu la tenessi, se ti va.»
La misi nella borsa senza promettere che l’avrei letta.
Quella sera, nel nuovo appartamento ancora pieno di scatole, la posai accanto alla fotografia del matrimonio.
Non sapevo se dentro ci fosse un ultimo tentativo di trattenermi oppure qualcosa che Dante non era mai riuscito a dire senza chiedere nulla in cambio.
Per sapere che cosa conteneva quella lettera e quale vita avremmo scelto per nostro figlio, continua con la Parte 6.













