La sera del nostro quinto anniversario entrai nell’ufficio privato di mio marito con una cena per due e lo trovai mentre baciava Sofia Vale.
Prima dell’alba avrei lasciato il nostro attico senza una lettera, portando via l’unica cosa che Dante Moretti aveva sempre creduto di poter controllare: la mia decisione di restare.
Non potevo ancora immaginare che la scoperta più sconvolgente mi aspettasse lontano da lui.
Mi chiamo Lena.
Per cinque anni avevo chiamato casa un appartamento affacciato sui tetti di Milano, anche quando mi sembrava di viverci da sola.
Quel venerdì avevo deciso di non rinunciare alla nostra ricorrenza, nonostante Dante avesse rimandato per la terza volta la cena che gli proponevo.
La porta del suo studio era socchiusa.
Vidi prima le mani di Sofia appoggiate sul suo petto, poi il volto di Dante chinato verso il suo.
Lui non si accorse neppure che ero arrivata.
Il sacchetto mi scivolò dalle dita e colpì il marmo con un rumore secco.
Dante si voltò.
«Lena.»
Solo il mio nome.
Nessuna scusa, nessuna spiegazione, neppure un passo verso di me.
Nel sacchetto c’erano i ravioli fatti a mano della trattoria Bellini, una bottiglia del suo Barolo preferito e una torta al cioccolato.
C’era anche un biglietto che avevo riscritto almeno sei volte.
«Ai nostri cinque anni insieme e a tutti quelli che ci aspettano.»
Avevo immaginato il momento in cui lo avrebbe letto.
Forse avrebbe sorriso, finalmente libero dalle telefonate e dagli impegni che sembravano avere sempre la precedenza su di noi.
Mi vergognai di quel pensiero più che delle lacrime che sentivo salire.
Sofia arretrò di colpo.
«Lena, non è quello che…»
«Ti prego, no.»
Dante serrò la mascella e si rivolse a lei.
«Lasciaci soli, Sofia.»
Sofia prese la borsa e mi passò accanto senza guardarmi.
Il suo profumo mi raggiunse prima che arrivasse alla porta.
Lo avevo già sentito sulla giacca di Dante tre settimane prima, quando lui era tornato a casa oltre mezzanotte.
Avevo chiesto da dove venisse quell’odore e lui aveva risposto distrattamente che a una cena c’erano state molte persone.
Appena la porta si richiuse, Dante avanzò.
Io indietreggiai.
«È il nostro anniversario», dissi.
Sul suo viso passò un’espressione che non dimenticherò mai.
Non era sorpresa per il mio arrivo.
Era la consapevolezza di aver dimenticato la data.
«Accidenti», mormorò.
«Non preoccuparti. Me ne sono ricordata per tutti e due.»
Provò a spiegarsi, ma conoscevo già il modo in cui le sue spiegazioni riuscivano a trasformare una mia domanda in una colpa.
Tre mesi prima gli avevo chiesto perché Sofia telefonasse così tardi, perché fosse presente a ogni cena e perché lui si interrompesse quando entravo in una stanza.
«Non inventarti problemi dove non ce ne sono, Lena», aveva risposto.
Per settimane mi ero chiesta se fossi diventata sospettosa, ingiusta, persino ingrata.
Avevo smesso di fare domande pur di non sentirmi trattare come una donna incapace di fidarsi.
Adesso non avevo più dubbi su quello che avevo visto.
«Mi avevi detto che inventavo problemi.»
«Non avrei dovuto dirtelo.»
«Non è successo niente prima di stasera», aggiunse subito.
«E dovrebbe consolarmi?»
«No.»
«Avevi intenzione di raccontarmelo?»
Non rispose.
Poi indicò la porta dalla quale era uscita Sofia.
«È stata lei a baciarmi.»
«E tu l’hai fermata?»
Distolse per un istante lo sguardo.
«È durato pochi secondi.»
«Cinque anni sono finiti in pochi secondi.»
Dante disse che era stato un errore.
Ma quella parola non descriveva ciò che avevo appena visto, e soprattutto non descriveva i mesi in cui mi aveva fatta vergognare della verità che intuivo.
«Non è stato un errore, Dante. Hai fatto una scelta.»
Raccolsi la borsa.
Lasciai la cena sul pavimento, con il vino che aveva cominciato a macchiare il sacchetto di carta.
«Che cosa stai facendo?»
«Torno a casa.»
Lui pensò che intendessi l’attico.
«L’attico è casa tua.»
«Non più.»
Arrivò alla porta prima di me e appoggiò una mano al legno, sopra la maniglia.
Non mi toccò, ma per un momento mi sentii di nuovo intrappolata in una conversazione di cui soltanto lui stabiliva le regole.
«Non possiamo chiudere cinque anni così.»
«Li hai chiusi tu.»
Mi invitò ad andare a dormire e parlarne il giorno seguente.
«Pensi ancora di poter decidere quando devo ascoltarti.»
Quando spostò la mano, uscii.
Non corsi e non mi voltai.
Avevo paura che, se avessi rivisto il suo viso, avrei cercato un motivo per restare.
Rientrai nell’attico prima di lui e preparai una valigia.
Lasciai i gioielli che mi aveva regalato e gli abiti che aveva scelto per me.
Presi i vestiti comprati con i miei soldi, alcuni ricordi e la nostra fotografia di nozze.
Non sapevo ancora perché volessi portarla via; forse non ero pronta a fingere che quei cinque anni non fossero esistiti.
Il telefono continuava a illuminarsi con il suo nome.
Lo spensi.
Alle quattro e diciassette del mattino chiusi la porta senza lasciare un biglietto.
Guidai finché Milano rimase alle mie spalle, poi mi fermai in un piccolo albergo e mi registrai con il mio cognome da nubile.
Dopo due ore di sonno mi svegliai con la nausea.
Pensai allo stress e alla cena che non avevo mangiato.
Poi, seduta sul pavimento del bagno, contai i giorni a ritroso.
Il ciclo era in ritardo.
Molto in ritardo.
Comprai tre test di gravidanza in una farmacia poco distante.
Tornai in camera, lessi due volte le istruzioni e li feci tutti e tre.
Il primo risultato comparve mentre avevo ancora le mani che tremavano.
Positivo.
Per capire che cosa sarebbe successo dopo quella risposta inattesa, continua con la Parte 2.













