Non risposi subito a Sofia.
Lessi il suo messaggio una volta, poi una seconda, cercando un modo per convincermi che fosse soltanto un tentativo di provocarmi.
Alla fine le scrissi che poteva spiegarsi, ma non al telefono.
Ci incontrammo il lunedì mattina in un bar vicino alla stazione, prima del mio appuntamento al consultorio.
Giulia mi accompagnò e rimase a un tavolino poco distante.
Non avevo bisogno di qualcuno che parlasse al posto mio; avevo bisogno di sapere che, se la conversazione mi avesse travolta, non sarei stata sola.
Sofia arrivò senza trucco, con un cappotto grigio che sembrava troppo pesante per la stagione.
Non era la donna impeccabile che avevo visto accanto a Dante nelle cene degli ultimi mesi.
Mi resi conto di quanto poco sapessi di lei al di fuori del ruolo che aveva assunto nella mia vita.
«Grazie per essere venuta», disse.
«Dimmi quello che sei venuta a dirmi.»
Abbassò lo sguardo sulla tazza che non aveva ancora toccato.
«Venerdì non è stato il primo bacio.»
Avevo immaginato quella risposta.
Sentirla pronunciare ad alta voce fu comunque diverso.
«Quando?»
«Sei settimane fa, dopo una cena. Eravamo rimasti soli in macchina.»
«E il resto?»
Sofia capì che non le stavo chiedendo soltanto se si fossero baciati di nuovo.
«Ci scrivevamo da mesi. Lui mi raccontava cose che avrebbe dovuto dire a te. Io rispondevo. Poi abbiamo cominciato a cercare occasioni per stare insieme.»
Mi mostrò alcuni messaggi sul telefono, senza porgermelo come se fossero una prova capace di assolverla.
Riconobbi la maniera in cui Dante accorciava certe parole e gli orari nei quali mi diceva di essere troppo occupato per rispondere.
C’erano confidenze sulla nostra distanza, frasi affettuose e un invito a vedersi che non aveva nulla di casuale.
In un messaggio Dante scriveva: «Con te riesco a parlare senza sentirmi giudicato».
Lessi quella riga due volte.
Non mi aveva mai detto di sentirsi giudicato da me.
Mi aveva soltanto chiesto di smettere di fare domande.
«Ti aveva detto che il nostro matrimonio era finito?» chiesi.
Sofia inspirò lentamente.
«Diceva che tra voi non funzionava più. Ho voluto credere che fosse la stessa cosa.»
«Non lo era.»
«Lo so.»
Le chiesi se ci fosse stato altro oltre a quei due baci.
Mi rispose di no.
Non potevo sapere se ogni sua parola fosse vera, ma capii che neppure la risposta più favorevole avrebbe cambiato ciò che avevo davanti.
La menzogna era cominciata molto prima di venerdì.
«Perché me lo dici proprio adesso?»
Sofia si strinse nelle spalle, poi smise di cercare una formula elegante.
«Perché quando ti ho vista sulla porta ho capito che lui avrebbe raccontato la versione che gli costava meno. E io gli ho permesso di farlo per troppo tempo.»
Non le offrii perdono.
Non la insultai neppure.
Le dissi che non desideravo altri messaggi e che, qualunque cosa accadesse con Dante, non volevo più essere coinvolta nel loro rapporto.
«Capisco», rispose.
Prima di andarcene, Sofia mi chiese se avessi intenzione di mostrare i messaggi a Dante.
Le dissi che non spettava a lei decidere come avrei affrontato mio marito.
Sentii una strana calma nel pronunciare quella frase.
Per mesi avevo cercato prove per non sentirmi sciocca; ora le avevo davanti e avrei preferito mille volte non averne avuto bisogno.
Sofia abbassò il capo e non insistette.
Non potevo sapere che cosa avrebbe fatto della propria vergogna.
Potevo soltanto scegliere che cosa fare della mia.
Uscendo dal bar mi accorsi di avere le mani fredde.
Giulia mi raggiunse sul marciapiede e camminammo senza parlare per alcuni minuti.
Poi mi chiese soltanto se volessi annullare la visita.
«No. Quella è una cosa diversa.»
Il medico ascoltò le mie risposte, confermò che i test rendevano probabile una gravidanza e spiegò i controlli da programmare.
La datazione precisa avrebbe richiesto un’ecografia successiva.
Mi domandò come stessi e se avessi qualcuno su cui contare.
Per la prima volta nella giornata, rispondere «sì» mi venne naturale.
Tornai a casa di Giulia con una cartellina di indicazioni e la sensazione di custodire due verità incompatibili solo in apparenza.
Ero ferita da Dante.
E desideravo proteggere il bambino che poteva crescere dentro di me.
Una cosa non annullava l’altra.
Quella sera decisi che avrei parlato con mio marito.
Non per concedergli un’altra occasione di spiegare il bacio come un incidente, ma per mettere fine alla confusione tra ciò che era accaduto e ciò che lui avrebbe voluto far credere.
Gli proposi un incontro il giorno seguente, in un luogo pubblico.
Gli chiesi di venire da solo.
Dante arrivò in anticipo al piccolo caffè scelto da me.
Indossava lo stesso orologio che gli avevo regalato al nostro secondo anniversario.
Mi sembrò assurdo notare quel dettaglio mentre cercavo il coraggio di sedermi.
«Sei pallida», disse appena mi vide.
«Non siamo qui per parlare del mio viso.»
Lui abbassò gli occhi.
«Hai ragione.»
Gli chiesi di raccontarmi tutto, senza interromperlo con ciò che avevo saputo da Sofia.
Per un momento ripeté che il bacio di venerdì era stato improvviso.
Poi gli domandai se fosse davvero il primo.
Il silenzio fu più lungo di quello nel suo studio.
«No», rispose infine.
Mi raccontò della macchina, delle conversazioni private e del modo in cui si era convinto che non contassero perché non aveva ancora deciso di lasciare sua moglie.
Lo ascoltai senza correggerlo.
Volevo sentire quanto lontano sarebbe arrivato senza essere costretto da una prova.
«Quando ti ho chiesto di Sofia tre mesi fa, sapevi già che mi stavi nascondendo qualcosa?»
«Sì.»
«E hai preferito farmi credere che fossi io il problema.»
Dante si passò una mano sul viso.
«Avevo paura che, dicendoti la verità, mi avresti lasciato.»
«Così hai deciso che non avevo il diritto di scegliere.»
Non tentò di negarlo.
Ma quando disse che voleva tornare a casa con me, sentii riaffiorare la vecchia tentazione di consolarlo.
Per anni, davanti alla sua stanchezza o al suo rimorso, avevo accantonato ciò che provavo.
Questa volta appoggiai entrambe le mani sul tavolo e rimasi ferma.
«C’è un’altra cosa che devi sapere», dissi.
Dante mi guardò con un’attenzione che non gli vedevo da mesi.
Avevo provato quelle parole durante tutto il tragitto, eppure uscirono più piano di quanto immaginassi.
«Sono incinta.»
Lui rimase immobile, con la bocca appena aperta.
Non sapevo se ciò che sarebbe venuto dopo avrebbe riguardato nostro figlio oppure soltanto il suo desiderio di non perdermi.
Per conoscere la risposta di Dante e la scelta che dovrò difendere, prosegui con la Parte 4.













