Per molti giorni sapemmo soltanto che Rachele aveva parlato con gli investigatori alla presenza del suo avvocato.
Non sapemmo quanto, né che cosa avesse ammesso.
La notizia, però, arrivò a Jacopo prima che il paese smettesse di discuterne, e la sua prima reazione fu cercare ancora una volta di controllare noi.
Mi mandò un messaggio la domenica sera.
Diceva che, se avessi continuato a presentarlo come un assassino, mi avrebbe denunciata.
Poi aggiungeva che Livia non avrebbe voluto una guerra tra le nostre famiglie.
Rimasi a fissare quella frase.
Livia aveva scritto una lettera proprio per impedire che lui parlasse al posto suo, e Jacopo continuava a usarne il nome come uno scudo.
Non risposi.
Consegnai il messaggio all’avvocato Riva e andai a sedermi accanto a mamma.
Era china sulla copertina di Noè, a ricucire un punto che si era allentato sul bordo.
«Perché fai questo?», le domandai.
«Perché è una cosa che posso aggiustare», rispose.
Non aggiunsi altro.
Ci sono domande che diventano crudeli quando le rivolgi a qualcuno che sta già facendo tutto il possibile per restare in piedi.
Due settimane dopo, Jacopo si presentò davanti al cancello di casa nostra.
Non entrò.
Rimase sulla strada, con il telefono in mano, mentre papà usciva a parlargli.
«Dobbiamo chiudere questa storia», disse Jacopo.
«Siamo tutti distrutti».
«Questa storia non la chiudi tu», rispose papà.
Jacopo spostò lo sguardo su di me.
«Emilia, sai com’era tua sorella. Quando aveva paura diventava testarda».
«So com’era mia sorella», risposi.
«E so che ti aveva chiesto di lasciarla in pace».
Per un istante nei suoi occhi comparve lo stesso disprezzo che avevo ascoltato nella registrazione.
Poi si ricompose.
«Non avete idea di quello che state facendo».
«È possibile», dissi.
«Ma questa volta non saremo noi a decidere che cosa è successo. Lo faranno le persone che devono accertarlo».
Rientrammo e chiudemmo il cancello.
Papà aveva le mani tremanti.
Non per la paura di Jacopo, ma per la fatica di non avergli urlato tutto ciò che provava.
L’inchiesta proseguì per mesi.
Solo più tardi, attraverso gli atti che i nostri legali poterono consultare, ricostruimmo la parte della storia che Rachele aveva tenuto nascosta.
La sera in cui Livia era caduta, lei era arrivata a casa di Jacopo poco prima delle nove.
Una telecamera di un’attività vicina aveva ripreso l’auto, e le immagini corrispondevano alle osservazioni di Marta.
Jacopo aveva sempre sostenuto che Rachele non fosse passata da lì.
La menzogna era già importante, ma non era la sola.
Rachele aveva raccontato agli inquirenti che Jacopo era ossessionato dalla vendita della casa ereditata da Livia.
Aveva debiti che lei stessa conosceva soltanto in parte e continuava a prometterle che presto avrebbero potuto vivere insieme senza nascondersi.
Di fronte ai rifiuti di Livia, era diventato più aggressivo nelle conversazioni e nei messaggi.
La sera della caduta, secondo il suo racconto, Jacopo voleva costringere Livia a firmare nuove carte.
Rachele era stata presente durante una discussione, ma aveva lasciato che fosse lui a parlare.
Poi aveva notato che il corrimano, già instabile, si muoveva in modo anomalo.
Quando aveva chiesto spiegazioni, Jacopo l’aveva zittita.
Rachele sosteneva di non aver capito ciò che stava per accadere.
Eppure non aveva avvertito Livia e, dopo il tonfo sulle scale, l’aveva vista ferita a terra prima di uscire senza chiamare aiuto.
Aveva mantenuto il silenzio persino al funerale, sedendosi accanto all’uomo che aveva mentito sulla sua presenza quella sera.
Nel verbale spiegava anche la frase pronunciata al cimitero: Jacopo le aveva ripetuto che chiunque fosse entrato in casa avrebbe potuto essere accusato di aver toccato la ringhiera.
Davanti a me si era difesa da un’accusa che nessuno le aveva rivolto.
In un primo momento credevo che avesse confessato per rimorso.
Poi lessi il suo racconto delle settimane successive alla morte: Jacopo aveva iniziato a trattarla come un problema, a chiamarla meno e a pretendere che cancellasse le loro conversazioni.
La paura di diventare la prossima persona sacrificabile aveva probabilmente fatto il resto.
Non potevo sapere quale sentimento fosse venuto prima.
Le verifiche chiarirono anche la questione della polizza sulla vita.
Le richieste di informazioni di Jacopo esistevano, ma non risultava una somma già incassata dopo la morte di Livia.
All’inizio mi aveva ossessionata l’idea di un assegno pronto a essere riscosso.
Poi capii che il pericolo non era meno reale perché quell’ipotesi si era rivelata incompleta.
Il tentativo di mettere le mani sulla casa, la pressione sui documenti e i debiti erano fatti da esaminare insieme, senza farli diventare automaticamente prove di omicidio.
Era proprio ciò che Jacopo aveva sperato di impedirci: distinguere la realtà dalle sue versioni comode, invece di accettarne una sola.
Gli investigatori poterono inoltre ricostruire l’orario del tonfo: Marta era al telefono con sua figlia quando lo aveva sentito, e l’ora della chiamata offriva un riscontro indipendente.
I messaggi recuperati dai dispositivi, sottoposti agli accertamenti autorizzati, mostrarono che Jacopo aveva parlato della necessità di «far finire tutto» prima ancora della morte di Livia.
Rachele gli aveva chiesto che cosa intendesse e lui aveva risposto in modo abbastanza ambiguo da tentare, in seguito, di negare ogni intenzione.
Ma gli scambi acquistavano un peso diverso accanto a ciò che gli esperti avevano riscontrato in casa.
La ringhiera non si era allentata per semplice usura, secondo la perizia.
Presentava segni recenti di intervento incompatibili con un cedimento casuale.
Gli esperti confrontarono quelle tracce con i lavori che Jacopo aveva dichiarato di aver eseguito personalmente, senza trattare quel solo confronto come prova sufficiente di un delitto.
Gli investigatori verificarono anche gli orari della sera e alcuni elementi medici che avevano richiesto ulteriori esami.
Non mi mostrarono immagini della caduta, e ne fui grata.
Non volevo che l’ultimo momento di mia sorella diventasse il centro di ogni mio ricordo.
Quando arrivò il provvedimento cautelare nei confronti di Jacopo, ero in cucina con papà.
Riva ci telefonò prima che venissimo raggiunti dalle notizie.
Disse che il giudice aveva valutato un insieme di indizi gravi e che il processo avrebbe dovuto stabilire le responsabilità.
«E Rachele?», chiesi.
«Anche la sua posizione è sotto esame», rispose.
«Ha raccontato alcuni fatti, ma il suo racconto dovrà essere confrontato con le altre prove».
Non provai il sollievo che mi ero aspettata.
Guardai una fotografia di Livia con la mano sul ventre e mi resi conto che nessuna misura contro Jacopo avrebbe potuto restituirle quel futuro.
Qualche mese dopo ci fu consentito, attraverso il nostro legale, di conoscere un particolare che rendeva ancora più dolorosa la ricostruzione.
La centrale di emergenza conservava la registrazione della chiamata effettuata da Jacopo quella notte.
Gli orari indicavano che tra il rumore sentito dai vicini e la richiesta di soccorso era trascorso un intervallo che non sapevamo spiegare.
Riva mi chiese se fossi pronta ad ascoltare quelle parole quando sarebbero state esaminate in aula.
«Sì», risposi.
«Questa volta voglio sentire tutto».
Per capire che cosa rivelò la chiamata di Jacopo e come si concluse il processo, leggi la Parte 6.













