Nessuno si mosse quando l’avvocato abbassò il foglio.
Avevo l’impressione di udire persino il fruscio del cappotto di Rachele.
Jacopo fissava Daniele Riva come un uomo che, entrando in una stanza conosciuta, avesse trovato una porta dove prima c’era un muro.
«È una menzogna», disse.
«Livia non stava bene negli ultimi tempi».
«Non ho finito», rispose l’avvocato.
Riprese a leggere la voce di mia sorella, e dentro quelle frasi riconobbi il suo modo preciso di raccontare i fatti.
Non cercava compassione.
Scriveva date, luoghi e nomi, come faceva quando temeva di dimenticare qualcosa d’importante.
«A febbraio ho scoperto i messaggi tra Jacopo e Rachele. Quando gli ho chiesto spiegazioni, lui mi ha detto che me li ero immaginati. Poi ho scoperto che qualcuno aveva richiesto informazioni per vendere la casa di mia nonna senza il mio consenso».
La casa di nostra nonna era un edificio antico alla periferia di Monteriggioni, con una vite che cresceva lungo il pergolato.
Livia l’aveva ereditata prima di sposarsi.
Non era lussuosa, ma aveva per noi il valore di un luogo in cui nessuno ci aveva mai fatto sentire di troppo.
Da mesi Jacopo insisteva perché la vendesse.
Diceva che mantenerla costava troppo, che con un bambino in arrivo servivano liquidità e una casa più moderna.
Livia aveva risposto di no.
Una volta l’avevo accompagnata a controllare le persiane della casa.
Camminava lentamente per il peso della gravidanza e si fermava davanti a ogni stanza, ricordando un mobile o una giornata d’estate.
Mi aveva mostrato una parete sulla quale nostra nonna segnava le nostre altezze da bambine.
«Qui voglio portare Noè quando comincerà a camminare», aveva detto.
«Jacopo è d’accordo?»
Livia aveva sorriso senza allegria.
«Jacopo vede soltanto quanto potrebbe ricavare vendendola».
Allora avevo pensato a una discussione normale tra coniugi, una di quelle che si risolvono con un compromesso.
Non avevo capito che per mia sorella conservare quella casa significava anche mantenere un posto in cui poter tornare senza chiedere il permesso a nessuno.
«La proprietà è intestata a lei», sibilò Jacopo.
«E non ho mai venduto niente».
«Nessuno ha detto che la vendita sia stata conclusa», rispose Riva.
«Sua moglie ha contestato un incarico preliminare sul quale compariva una firma che lei dichiarava di non aver apposto».
Sentii papà inspirare profondamente.
Aveva riparato il tetto della casa l’estate precedente, senza chiedere soldi a nessuno.
Non sapeva che intanto qualcuno stesse cercando di trasformare quel posto in denaro.
La lettera continuava.
«Quando gli ho detto che avrei parlato con un avvocato, Jacopo mi ha risposto che una donna incinta non dovrebbe prendere decisioni importanti. Ha cominciato a controllare dove andavo e con chi parlavo. Mi ha chiesto di non raccontare le nostre discussioni a Emilia».
Chiusi gli occhi.
Quante volte le avevo telefonato senza ricevere risposta?
Quante volte lei era ricomparsa il giorno dopo con una scusa preparata?
Ricordai il pomeriggio in cui mi aveva restituito una teglia da forno.
Sul polso portava un braccialetto largo che non usava di solito.
Non avevo visto lividi, né potevo dire adesso che ne nascondesse.
Ma ricordavo il modo in cui aveva sobbalzato quando Jacopo aveva suonato il clacson dal vialetto.
«Smettetela», gridò Jacopo.
«State trasformando mia moglie in una sconosciuta».
«Siediti», disse papà.
Non lo avevo mai sentito rivolgersi a Jacopo in quel tono.
Mio cognato rimase in piedi, ma smise di parlare.
Riva lesse un’altra frase.
«Non voglio che alla mia famiglia venga raccontato che avevo smesso di amare mio figlio o che la gravidanza mi aveva fatto perdere la testa. Io desidero vedere nascere Noè. Ho già preparato la sua stanza, e sono stata io a scegliere il suo nome».
Mamma scoppiò a piangere.
L’avvocato aspettò, senza affrettare il dolore di nessuno.
Poi spiegò che Livia gli aveva affidato copie di alcuni messaggi, una contestazione scritta relativa alla casa e un promemoria sui comportamenti che la spaventavano.
Non erano conclusioni giudiziarie, precisò.
Erano elementi consegnati, dopo la morte, a chi aveva il compito di verificare che cosa fosse accaduto davvero.
«La Procura ha ricevuto la documentazione?», chiesi.
«Sì. Prima del funerale».
«Allora perché leggerla qui?»
Riva rivolse gli occhi alla bara.
«Perché sua sorella temeva che, in mancanza della sua voce, la famiglia finisse per accettare una versione costruita da altri. Mi ha chiesto di dire a voi per primi che aveva cercato di proteggersi».
Rachele si alzò di scatto.
«Io non c’entro con i loro problemi di casa».
Tutti si voltarono.
Fino a quel momento nessuno le aveva rivolto una domanda.
«Livia parlava anche di lei», disse l’avvocato.
«Non ho intenzione di discutere con lei in una chiesa».
Rachele abbassò il viso.
Jacopo le afferrò il gomito, ma lei lo ritirò con un movimento secco.
Fu la prima crepa visibile tra loro.
L’avvocato arrivò al punto che cambiò il senso di ogni parola precedente.
«Ho scoperto inoltre che Jacopo aveva chiesto informazioni per una polizza sulla mia vita. Quando l’ho affrontato, ha detto che lo faceva per il nostro bambino. Gli ho chiesto di mostrarmi i documenti, ma si è rifiutato».
Un mormorio attraversò le panche.
Io non sapevo se quella polizza fosse stata davvero stipulata, né chi potesse beneficiarne.
Sapevo soltanto che Livia mi aveva raccontato di un marito che diceva di non avere soldi per comprare un passeggino, mentre cercava di disporre della sua casa.
«Basta», disse Jacopo.
«La state infangando davanti a tutti».
«Sto leggendo ciò che lei ha scritto», rispose Riva.
«E le chiedo di non attribuirle parole che non sono sue».
Mio padre si alzò e si mise fra Jacopo e l’avvocato.
Non aveva l’aria di volere una rissa.
Sembrava semplicemente deciso a impedirgli di togliere a Livia anche quell’ultimo spazio.
«Mia figlia è stata zitta abbastanza», disse.
Jacopo rimase immobile.
Rachele guardò la porta, come se misurasse la distanza dall’uscita.
Credevo che la lettera fosse finita, ma Riva voltò pagina.
Nell’angolo superiore compariva una data: dodici giorni prima della morte.
Sotto, nella calligrafia di Livia, c’era una riga aggiunta dopo la firma.
«Daniele», lesse, «se accadrà qualcosa, consegni a Emilia la copia della registrazione che abbiamo ascoltato insieme. È la prima volta in cui Jacopo ha smesso di fingere».
Mi portai una mano alla bocca.
Non sapevo di nessuna registrazione.
Non sapevo neppure che mia sorella avesse avuto abbastanza paura da prepararne una.
L’avvocato richiuse il foglio e mi guardò.
«Emilia, c’è una conversazione registrata che riguarda anche te. Prima di ascoltarla, devi sapere perché Livia ha voluto che fossi proprio tu a riceverla».
Per ascoltare la conversazione che Livia aveva affidato al suo avvocato, leggi la Parte 3.













