Uscimmo dalla chiesa senza seguire subito il carro funebre.
Riva aveva chiesto a mio padre qualche minuto in sacrestia, lontano da chi stava già trasformando il funerale in un racconto da riferire agli assenti.
Mamma rimase accanto alla bara, con una mano sul legno lucido.
«Non avrei dovuto lasciarla tornare a casa quella sera», mormorò.
«Non sapevi quello che stava succedendo», le dissi.
Lei scosse la testa.
«Una madre dovrebbe capire quando sua figlia ha paura».
Non trovai una risposta che non suonasse falsa.
Io ero sua sorella maggiore e avevo visto la stessa paura senza riuscire a darle un nome.
Nella sacrestia, l’avvocato posò sulla tavola una chiavetta e una busta sigillata.
Disse che Livia aveva registrato una discussione alla quale aveva partecipato usando il proprio telefono e che gli aveva consegnato il file originale.
L’audio era stato conservato insieme ai dati della sua acquisizione; la copia destinata a me serviva soltanto per ascoltare, non per diffondere.
Mi chiese se volessi rimandare.
«No», risposi.
«Ho rimandato già troppe conversazioni con Livia».
La registrazione iniziava con un fruscio, poi con la voce di Jacopo.
La conoscevo così bene che per un istante mi parve di averlo davanti.
«Dove hai messo i documenti della casa?»
La voce di Livia era più bassa.
«Li ho portati da una persona che mi aiuta a capirli».
«Da tua sorella?»
«Non ho detto questo».
«Emilia si intromette sempre. Se cominci a raccontarle certe cose, ti farà credere di essere in pericolo».
Ci fu una pausa.
Sentii mia sorella respirare con difficoltà.
«Io sono in pericolo, Jacopo?»
Il silenzio che seguì mi gelò.
Poi lui rispose con una voce diversa, priva della cortesia che usava davanti agli altri.
«Se mi rovini, nessuno crederà più alla versione che dai di te stessa. Sei incinta, sei nervosa e dimentichi tutto. Sai quanto è facile convincere la gente che esageri».
Livia non pianse.
«Non userai mio figlio per farmi tacere».
La registrazione finiva con il rumore di una porta sbattuta.
Sulla sedia, mio padre guardava un punto del pavimento.
Io sentivo la rabbia e, sotto la rabbia, una vergogna sorda: Jacopo aveva nominato me come se fossi una minaccia, mentre Livia aveva bisogno proprio della mia presenza.
«Perché non me l’ha fatta ascoltare allora?», domandai.
«Mi disse che sperava di trovare il coraggio di parlarti di persona», rispose Riva.
«E che non voleva metterti nella posizione di decidere per lei».
Mi ricordai una sera in cui avevo insistito perché lasciasse Jacopo immediatamente.
Livia mi aveva risposto che per andarsene non bastava preparare una valigia: doveva sentirsi al sicuro quando lui avrebbe scoperto dove fosse.
Allora avevo interpretato le sue parole come esitazione.
Adesso ne capivo il peso.
Riva mi raccontò un altro dettaglio che non conoscevo.
Durante uno dei loro incontri Livia aveva portato una lista scritta a mano: documenti personali, visite mediche da mantenere, una persona da avvertire in caso di emergenza e il luogo dove avrebbe potuto alloggiare temporaneamente.
Accanto al mio nome aveva messo un punto interrogativo, non perché dubitasse di me, spiegò Riva, ma perché temeva che coinvolgermi mi esponesse alle reazioni di Jacopo.
L’avvocato l’aveva invitata a cercare sostegno e a non affrontare da sola le situazioni pericolose.
Mia sorella stava provando a organizzare una partenza, non a scegliere se meritasse di essere aiutata.
Riva ci spiegò che una registrazione, da sola, non dimostrava un omicidio.
Dimostrava però che il matrimonio era lontanissimo da quella favola che Jacopo aveva descritto ai parenti dopo la tragedia.
C’erano anche copie della corrispondenza con un’agenzia immobiliare, sulle quali la firma di Livia risultava contestata.
«C’è altro che dovremmo cercare?», chiesi.
«Non toccate nulla nella loro casa», rispose.
«La situazione è stata segnalata agli inquirenti. Quello che ricordate, invece, può essere importante. Anche cose che allora vi sembravano insignificanti».
Seguimmo il carro funebre fino al cimitero.
Jacopo e Rachele arrivarono separati, ma rimasero a poca distanza l’uno dall’altra.
Non sentii le preghiere finali.
Mi concentravo sulla piccola mano di mia madre, poggiata sulla copertina azzurra che aveva portato con sé.
Quando tutto finì, Rachele mi raggiunse vicino al cancello.
Non sembrava più la donna sicura di sé entrata in chiesa.
Aveva il trucco sbavato e continuava a stringere le chiavi dell’auto.
«Quella lettera non prova che Jacopo le abbia fatto qualcosa», disse.
«Non ho detto il contrario».
«Livia aveva paura di tutto, ultimamente».
Mi sembrò di sentire Jacopo parlare attraverso di lei.
«Hai visto Livia negli ultimi giorni?»
Rachele esitò.
«Non è questo il punto».
«Allora qual è?»
«Io non ho mai toccato quella ringhiera», rispose troppo in fretta.
Mi immobilizzai.
Sapevamo tutti della caduta dalle scale, ma nessuno, davanti a Rachele, aveva parlato di una ringhiera.
Prima che potessi chiederle perché l’avesse nominata, Jacopo comparve accanto a una macchina parcheggiata.
«Rachele, andiamo».
Lei si allontanò senza guardarmi.
Io presi il telefono e annotai le sue parole, l’ora e il luogo, esattamente come Livia aveva imparato a fare.
Il mattino successivo mi presentai dai carabinieri con papà.
Ci ricevette la marescialla Ada Bellini, una donna dal tono calmo che non ci fece promesse.
Raccontai della frase di Rachele e dell’atteggiamento di Jacopo al funerale.
Bellini mi chiese di distinguere ciò che avevo udito da ciò che avevo dedotto.
«La frase sulla ringhiera l’ho sentita», precisai.
«Il resto è un sospetto mio».
La marescialla annuì.
«È la distinzione che ci serve».
Poi mi domandò quando avessi visto Livia per l’ultima volta, se avesse mai parlato di una scala difettosa e se conoscessi qualcuno che abitasse vicino a lei.
Le diedi il nome di Marta, una vicina che talvolta ritirava i pacchi.
Bellini sfogliò un fascicolo senza mostrarmelo.
Non mi disse che cosa contenesse, ma il suo volto cambiò quando nominai Marta.
«La signora è già stata ascoltata», spiegò infine.
«Ha riferito di aver visto una seconda persona arrivare all’abitazione la sera della caduta. Stiamo verificando quell’informazione».
«Una seconda persona?»
La marescialla non rispose subito.
«Non consideri nulla accertato finché non sarà verificato».
Uscii con una domanda che non riuscivo più a soffocare: se Jacopo aveva detto che in casa c’era soltanto lui, chi aveva visto Marta entrare quella sera?
Per seguire la traccia della visita nascosta, continua con la Parte 4.













