Ada si presentò dai carabinieri la mattina seguente.
L’accompagnai fino all’ingresso, poi aspettai in macchina perché potesse raccontare da sola quello che sapeva.
Quando uscì, due ore dopo, sembrava più vecchia di quando era entrata.
«Ho detto tutto», mormorò.
Non le risposi subito.
Avevo aspettato sei giorni prima di sapere che il vaso sul tavolo non conteneva mio marito, e altri due per capire che sua madre conosceva parte della verità.
La sua confessione era necessaria, ma non cancellava quello che aveva scelto di tacere.
«Adesso devi continuare a dire la verità», risposi.
Nei giorni successivi cercai di riprendere una vita normale.
Andai al supermercato, lavavo una tazza alla volta, rispondevo ai colleghi che chiedevano quando sarei tornata in ufficio.
Ogni gesto richiedeva uno sforzo sproporzionato.
La sera, quando rientravo, guardavo ancora le scarpe di Matteo accanto alla porta.
Paolo provò a chiamarmi più volte.
Non risposi, ma conservai i messaggi.
Prima si lamentava che stessi mettendo nei guai l’intera famiglia.
Poi sosteneva che Marta mi stesse manipolando per guadagnare denaro.
Infine mi scrisse che le ceneri erano «al sicuro» e che non avrei dovuto preoccuparmene.
Fu quel messaggio a farmi capire che lui si considerava ancora autorizzato a decidere perfino questo.
Ada confermò agli investigatori che la vecchia casa al mare apparteneva a lei.
Indicò la stanza e l’armadio dove aveva visto il contenitore sigillato.
Non entrammo a cercarlo per conto nostro.
Marta mi spiegò che l’indicazione sarebbe stata utile, ma che non dovevamo rischiare di compromettere altri accertamenti.
Trascorsero diversi giorni prima che mi chiamassero.
Un militare mi informò che, durante le verifiche svolte secondo le procedure previste, era stato recuperato un contenitore metallico corrispondente alla descrizione e al numero risultante dalla documentazione dell’impresa funebre.
Il sigillo appariva integro.
Sarebbero stati effettuati ulteriori controlli prima di stabilire tempi e modalità di restituzione.
Mi sedetti sul bordo del letto.
Non piansi.
Presi il foglio su cui avevo trascritto quel numero e lo guardai fino a non distinguere più le cifre.
Era assurdo che dovessi aggrapparmi a un codice per sapere dove fossero finiti i resti di mio marito.
Intanto gli investigatori avevano cominciato a riesaminare l’incidente.
Marta mi consigliò di non pretendere anticipazioni che non avrebbero potuto darmi.
Mi disse soltanto che la testimonianza di Ada sui danni al furgone poteva essere verificata e che la documentazione aziendale sarebbe stata valutata separatamente.
Due giorni più tardi ricevetti una chiamata da Enrico Pini, un meccanico che conoscevo di vista.
Non mi parlò dei lavori svolti sul furgone: mi disse che gli investigatori l’avevano già ascoltato e che preferiva lasciare a loro ogni valutazione.
«Ti chiamo solo perché Matteo mi aveva aiutato una volta, quando mia figlia cercava lavoro», aggiunse.
«Volevo dirti che non ho dimenticato quella gentilezza.»
Ringraziai Enrico.
Era un gesto piccolo, ma per qualche minuto riuscii a pensare a Matteo come a una persona intera, non soltanto a una vittima.
Il sabato seguente Ada venne a trovarmi con un album di fotografie.
Dentro c’erano immagini dei due fratelli da bambini, sulla spiaggia, con il padre che reggeva un secchiello di plastica.
«Le conchiglie del vaso venivano da quella casa», disse.
«Non le aveva raccolte Paolo. Erano di mio marito. Lui le teneva perché gli ricordavano quando i bambini erano piccoli.»
«Allora perché hai lasciato che Paolo le usasse così?»
Ada passò un dito sopra una fotografia.
«Perché ero convinta che, se gli avessi detto di no, avrei perso anche lui.»
«E hai lasciato che fossi io a cercare Matteo in un vaso pieno di oggetti che non c’entravano niente con noi.»
«Lo so.»
Era una risposta povera, ma almeno non conteneva una scusa.
Mentre parlavamo, il campanello suonò.
Vidi Paolo dallo spioncino.
Dissi ad Ada di restare in soggiorno e gli parlai attraverso la porta chiusa.
«Vattene. Ogni comunicazione passa dall’avvocata.»
«Ho visto la macchina di mamma. Apri, dobbiamo parlare tutti e tre.»
Ada mi chiese di lasciarlo entrare.
Esitai, poi aprii tenendo il telefono a portata di mano.
Non volevo una discussione, ma forse mia suocera aveva finalmente qualcosa da dirgli davanti a me.
Paolo entrò con la stessa sicurezza con cui si era occupato del funerale.
Posò le chiavi sul tavolo e guardò sua madre.
«Hai raccontato del furgone.»
«Sì», rispose Ada.
«Non sai nemmeno cos’hai visto.»
«Ho visto il cofano ammaccato. E ho sentito te dire che era successo contro un muretto.»
Paolo si girò verso di me.
«Tuo marito voleva distruggere l’azienda. Non capiva che ci sarebbero andati di mezzo tutti.»
«Matteo voleva controllare dei pagamenti», risposi.
«Se avevi ragione, potevi mostrargli i documenti.»
Lui alzò la voce.
«Gli avevo chiesto soltanto di aspettare! Ma doveva sempre fare quello che riteneva giusto, senza pensare a chi avrebbe pagato le conseguenze.»
«Sei andato dietro a lui quella notte?» domandò Ada.
Paolo rimase fermo.
«Mamma, basta.»
«Rispondimi.»
«Volevo parlarci. Non rispondeva al telefono. L’ho raggiunto sulla statale.»
«E poi?» chiesi.
Paolo si passò le mani sul volto.
«Ho cercato di farlo fermare. Mi sono avvicinato troppo. Le macchine si sono toccate e lui ha sterzato. Non pensavo che sarebbe uscito di strada.»
Nella stanza non si sentiva nulla, neppure il traffico dalla finestra.
Non sapevo quanto di quella versione fosse vero.
Sapevo soltanto che Paolo aveva appena ammesso di essere stato lì, dopo averci lasciati credere che Matteo viaggiasse da solo.
«E non ti sei fermato?» chiesi.
Lui fissò il pavimento.
«Avevo paura.»
Ada cominciò a piangere.
Io presi il telefono e chiamai il numero dell’investigatore che seguiva il caso, senza tentare di trattenere Paolo.
Lui recuperò le chiavi e uscì.
Mia suocera rimase seduta davanti all’album aperto.
Guardava una fotografia in cui i suoi figli ridevano insieme, senza sapere che cosa sarebbe accaduto molti anni dopo.
«Se fosse tornato indietro per aiutare Matteo», mi domandò, «credi che sarebbe ancora vivo?»
Non le risposi.
Era una domanda a cui nemmeno chi aveva visto la strada quella notte poteva dare una risposta semplice.
E prima di decidere se avrei mai potuto ascoltare ancora Ada come una madre, dovevo capire che cosa suo figlio avrebbe ammesso davanti alla giustizia.
Per conoscere le conseguenze della confessione di Paolo e la scelta di Giulia, continua con la Parte 5.













