La mattina dopo portai la busta a Marta Rinaldi.
Lei lesse il foglietto senza interrompermi, poi lo inserì in una cartellina trasparente insieme alla proposta di cessione.
«Hai già consegnato una copia ai carabinieri?»
«Non ancora.»
«Allora lo facciamo oggi. E adesso guardiamo questa proposta.»
Le pagine erano piene di parole che non capivo.
Marta mi indicò il punto più importante: non si trattava di una semplice formalità successoria, come Paolo aveva sostenuto al telefono, ma di un accordo con cui mi impegnavo a trasferire a lui ogni diritto che avrei potuto acquisire sulle quote di mio marito.
Il corrispettivo indicato era quasi simbolico.
«Può davvero chiedermi una cosa del genere?»
«Può proporre un accordo. Tu puoi rifiutarlo. Non può condizionarlo alla restituzione delle ceneri, né dare per scontato che tu abbia già acquisito e possa cedere tutto senza verifiche.»
Marta controllò anche gli atti disponibili relativi al decesso.
La morte di Matteo era stata registrata.
C’erano un accertamento medico, un’autorizzazione alla cremazione e documenti coerenti con quanto mi era stato comunicato sei giorni prima.
Non trovammo elementi per sostenere che Matteo fosse ancora vivo o che fosse stata cremata un’altra persona.
Non era quella la menzogna.
«Qualcuno ha sostituito un contenitore dopo una cremazione reale», riassunse Marta.
«Dobbiamo dimostrare chi, quando e perché.»
Chiamammo Elena Neri, che ci consentì di consultare, attraverso le procedure dovute, le copie delle ricevute dell’impresa funebre.
Il contenitore originale era una cassetta metallica sigillata, identificata con un numero e consegnata a Paolo tre giorni prima del funerale.
Non somigliava affatto al vaso color avorio visto nella sala.
La firma di ritiro era la sua.
L’urna decorativa non compariva nell’elenco degli oggetti forniti dall’impresa.
«Quindi è stato lui», dissi.
«È lui che ha ritirato le ceneri», mi corresse Marta.
«Per il resto ci servono prove. La precisione è importante anche quando siamo arrabbiati.»
Mi irritò sentirglielo dire.
Poi ricordai quanto facilmente Paolo avesse liquidato i miei dubbi come conseguenze del dolore.
Decisi che non gli avrei offerto la possibilità di accusarmi di inventare qualcosa.
A mezzogiorno incontrammo Serena Conti, la contabile che aveva lavorato per la Bellini Trasporti fino alla primavera precedente.
Marta l’aveva contattata perché Matteo aveva citato il suo nome nella bozza di lettera.
Ci ricevette nel piccolo studio dove adesso teneva la contabilità di alcuni artigiani.
«Matteo mi aveva chiamata due settimane fa», disse.
«Mi chiedeva perché fossero stati versati anticipi consistenti a una società che non avevo mai visto lavorare per noi.»
«Quale società?»
«Litorale Servizi. Il nome l’avevo già incontrato sulle fatture prima di andarmene. Quando avevo chiesto spiegazioni, Paolo mi aveva detto che non rientrava nelle mie mansioni.»
Serena non aveva portato con sé documenti aziendali.
Non voleva rischiare di mostrare materiale che non era autorizzata a divulgare.
Ci indicò però date e numeri di alcune fatture che ricordava e si disse disponibile a riferirli alle autorità.
Marta annotò tutto, senza promettere che bastasse a dimostrare una frode.
«Matteo si era arrabbiato?» le chiesi.
«Non subito. Sembrava soprattutto deluso. Continuava a ripetere che Paolo era suo fratello e che avrebbe dovuto parlargli prima di rivolgersi a qualcuno.»
Era esattamente quello che avrebbe fatto Matteo.
Credeva nelle seconde possibilità persino quando non erano meritate.
Una volta aveva prestato denaro a un amico che non lo aveva mai restituito.
Quando gli avevo chiesto perché non insistesse, mi aveva risposto che preferiva perdere i soldi piuttosto che trasformare ogni rapporto in una contabilità.
Adesso suo fratello sembrava aver contato proprio su quella debolezza.
Nel pomeriggio tornai dai carabinieri con Marta.
Consegnai copie del messaggio vocale, della proposta e delle carte trovate nella scrivania.
L’investigatore che ci ascoltò disse che la documentazione sul traffico stradale sarebbe stata riesaminata alla luce delle nuove informazioni, ma che i tempi non dipendevano dalla nostra impazienza.
«Avete ragione a segnalarci ogni elemento», aggiunse.
«Non cercate di ricostruire da sole l’incidente e non entrate in luoghi privati per recuperare documenti.»
Quella sera Ada venne a casa mia.
Non indossava più il cappotto grigio del funerale.
Aveva una borsa della spesa vuota e le mani che tremavano.
Le offrii una sedia, senza abbracciarla.
«Quando hai detto che non dovevo aprire l’urna», cominciai, «di cosa avevi paura?»
«Di Paolo.»
Aspettai.
«Mi aveva detto che le ceneri sarebbero state conservate altrove per pochi giorni. Che poi avrebbe sistemato tutto, quando ti fossi calmata e avessi firmato i documenti dell’azienda.»
«E tu gli hai creduto?»
Ada mi guardò finalmente in faccia.
«Ho voluto credergli. È diverso.»
Disse che le conchiglie venivano da una scatola custodita nella vecchia casa di famiglia al mare.
Le aveva raccolte il padre dei ragazzi molti anni prima.
Paolo le aveva versate nel vaso decorativo la sera precedente la cerimonia, mentre lei guardava senza intervenire.
Per questo aveva temuto che aprissi il coperchio davanti agli invitati.
Sapeva che non avrei trovato Matteo.
«Dov’è il contenitore sigillato?»
«L’ho visto nell’armadio della casa al mare. Paolo l’ha portato lì dopo il ritiro. Non so se l’abbia spostato.»
Ada raccontò che, dopo la morte del marito, Paolo aveva cominciato a occuparsi anche delle sue spese.
Ogni mese le portava gli estratti conto e decideva quali riparazioni fare alla casa.
Lei aveva scambiato quell’abitudine per premura.
Quando Matteo aveva tentato di controllare alcuni pagamenti, il fratello lo aveva accusato di voler portare via alla madre tutto quello che possedeva.
«Matteo me ne aveva parlato una volta», ammisi.
«Mi aveva chiesto se tua madre sembrasse più nervosa del solito. Gli avevo risposto che forse si sentiva sola.»
Non mi piaceva ricordare quella conversazione.
Ero stata talmente concentrata sul nostro lavoro e sulla nostra vita quotidiana da non chiedergli perché fosse preoccupato.
Non avevo causato la sua morte, ma mi doleva sapere che un dettaglio importante mi fosse passato accanto senza che io lo vedessi.
«Paolo diceva che, se gli avessimo creato problemi, la banca avrebbe chiesto indietro i soldi e avrei perso la casa», continuò Ada.
«Ti ha mostrato documenti?»
«No. Mi ripeteva che certe cose non le avrei capite.»
Sentii nelle sue parole lo stesso tono con cui Paolo mi aveva trattata per tutta la settimana.
Le dissi che sarebbe dovuta andare dai carabinieri a riferirlo.
Ada annuì, ma non si alzò.
«C’è un’altra cosa», aggiunse.
«Quale?»
«La notte dell’incidente Paolo è tornato da me con il furgone dell’azienda. Aveva la parte anteriore ammaccata. Mi ha detto di aver urtato un muretto.»
Mi sembrò che il rumore delle conchiglie ricominciasse dentro la stanza.
«Perché non lo hai detto subito?»
Ada strinse le labbra.
«Perché Matteo era appena morto. E avevo paura di scoprire che il figlio rimasto mi stesse mentendo anche su questo.»
Per sapere che cosa nascondeva il furgone di Paolo, continua con la Parte 4.













