Tommaso non poté raccontarmi tutto nel corridoio della questura. Il suo avvocato lo fermò quasi subito e l’ispettrice Rinaldi gli ordinò di non discutere con me di elementi dell’indagine. Ma quella parola, “prima”, rimase nella mia testa per due giorni interi.
La prima volta.
Significava che ce n’erano state altre.
Il colloquio protetto di Sofia avvenne il mattino seguente. Io aspettai in un’altra stanza con Chiara, stringendo tra le mani il peluche che mia figlia mi aveva affidato prima di entrare. Quando uscì, non mi raccontò niente. Le avevano chiesto di non ripetere subito le domande e io rispettai quella regola. La portai a mangiare un gelato anche se erano appena le undici.
Quel pomeriggio Rinaldi mi chiamò.
«La bambina ha fornito alcuni dettagli coerenti con ciò che abbiamo trovato.»
«Quali?»
«Ha descritto un piccolo flacone scuro e un contagocce. Ha anche detto che sua nonna le aveva chiesto di andare in salotto a prendere i biscotti mentre preparava i biberon.»
«Ha visto cosa c’era dentro?»
«Ha visto qualcosa cadere nel latte. Non possiamo chiederle di identificarlo.»
Poi arrivò il primo risultato di laboratorio.
Nei residui di uno dei due biberon era stata rilevata una sostanza compatibile con un potente farmaco sedativo. Non abbastanza materiale per stabilire la quantità originaria, ma abbastanza per escludere che fosse semplice latte in polvere.
Mi sedetti sul pavimento del corridoio di casa di Chiara e rimasi lì a lungo.
La sostanza esisteva.
Non era un ricordo confuso.
Non era un’invenzione.
Qualcuno aveva messo un farmaco nel biberon dei miei figli.
La sera stessa Tommaso chiese, tramite il suo avvocato, di potermi parlare alla presenza di Rinaldi. Accettai soltanto perché volevo sapere cosa aveva nascosto.
Lo incontrai in una stanza della questura. Sembrava invecchiato di dieci anni.
«Non ti chiederò di perdonarmi», disse.
«Bene. Perché non lo farei.»
Abbassò la testa.
«Mia madre ha iniziato a parlare di quelle gocce quando i gemelli avevano tre mesi. Diceva che ai suoi tempi le madri usavano rimedi più forti, che oggi siamo tutti paranoici.»
«E tu?»
«Le ho detto di non farlo mai.»
«Ma non l’hai allontanata.»
«No.»
«Non l’hai detto a me.»
«No.»
Strinsi i pugni sotto il tavolo.
Tommaso continuò.
«Una sera sono tornato prima dal lavoro e l’ho vista con il flacone in mano. I bambini erano già a letto. Le ho chiesto cosa stesse facendo. Lei ha detto che aveva messo solo due gocce perché uno dei due non smetteva di piangere.»
Per un attimo non riuscii a respirare.
«Quando?»
«Tre settimane prima che morissero.»
Era la stessa notte del sonno insolitamente lungo.
«E tu non mi hai detto niente.»
«Ho litigato con lei. Le ho tolto il flacone. Le ho detto che non avrebbe più tenuto i bambini da sola.»
«Ma continuava a entrare in casa.»
Tommaso si coprì il viso con le mani.
«Sì.»
«Perché?»
«Perché è mia madre.»
Quella risposta mi fece più male di quanto avrei voluto.
«I nostri figli erano i tuoi figli.»
«Lo so.»
«No. Adesso lo sai. Prima hai scelto di non saperlo.»
Rinaldi rimase in silenzio, lasciandoci parlare.
Tommaso disse che, la notte della morte dei gemelli, Marta era passata per “aiutare” mentre lui faceva una telefonata di lavoro e io mettevo Sofia a letto. Lui aveva visto la madre uscire dalla cucina con i due biberon, ma non aveva pensato alle gocce fino a quando, dopo la tragedia, aveva sentito quell’odore leggermente amaro.
«Perché li hai buttati?»
«Per paura.»
«Di cosa?»
«Che fosse successo di nuovo. Che io avrei dovuto fermarla molto prima. Che tu avresti saputo che l’avevo lasciata entrare dopo quello che avevo visto.»
Lo fissai senza riconoscerlo.
«Quindi hai scelto di nascondere una possibile prova.»
«Ero sotto shock.»
«Anch’io ero sotto shock. Io però non ho buttato via niente.»
Tommaso pianse in silenzio.
Poi disse una cosa che non mi aspettavo.
«Mia madre non odiava i bambini.»
Mi irrigidii.
«Non provare a difenderla.»
«Non la sto difendendo. Sto cercando di spiegarti quanto è malata la sua idea dell’amore. Lei pensa che amare qualcuno significhi decidere al posto suo. Ha fatto così con me tutta la vita. Con te. Con i bambini.»
«Ha detto che stavano rovinando tutto.»
«Per lei, “tutto” ero io. La vita che aveva immaginato per me.»
Gli chiesi anche perché, dopo averla sorpresa la prima volta, non avesse cambiato la serratura o tolto a Marta le chiavi. Tommaso inspirò lentamente.
«Me lo propose lei. Disse che avrebbe restituito le chiavi e che non sarebbe più entrata senza avvisare.»
«E le hai creduto.»
«Volevo crederle.»
«Non è la stessa cosa.»
Quella distinzione sembrò colpirlo. Per anni Tommaso aveva chiamato fiducia ciò che in realtà era paura di affrontare sua madre. Ogni volta che lei oltrepassava un limite, lui preferiva interpretarlo nel modo meno grave possibile. Così poteva restare il figlio buono e il marito che non litigava con nessuno.
Solo che la pace ottenuta in quel modo non era pace. Era un debito che prima o poi qualcuno avrebbe pagato. E quando finalmente il conto era arrivato, non lo avevano pagato gli adulti che avevano evitato il conflitto. Lo avevano pagato due bambini che non avevano scelto niente.
Rinaldi intervenne.
«Signor Ferri, c’è anche un altro elemento che dobbiamo chiarire.»
Posò sul tavolo la stampa di una conversazione telefonica.
Una chiamata di sette minuti tra Tommaso e Marta, avvenuta la sera precedente alla morte dei gemelli.
«Di cosa avete parlato?»
Tommaso impallidì.
«Del fatto che Elena voleva trasferirsi.»
Lo guardai.
Avevamo discusso dell’idea di cambiare città per avvicinarci al mio lavoro. Non era ancora una decisione.
«Tua madre lo sapeva?»
«Gliel’ho detto io.»
Rinaldi fece scorrere un secondo foglio.
«Durante quella telefonata sua madre ha inviato un messaggio a una farmacia chiedendo se fosse possibile anticipare il ritiro di una sua prescrizione.»
«Quale prescrizione?» chiesi.
L’ispettrice mi guardò direttamente.
«Lo stesso principio attivo trovato nel biberon.»
Tommaso si piegò in avanti.
Io rimasi immobile.
Per la prima volta non mi chiesi più se Marta avesse fatto qualcosa.
Mi chiesi quanto a lungo l’avesse pianificato.













