Non tornai a casa quella notte.
La polizia ci consigliò di restare altrove mentre gli investigatori completavano il sopralluogo, e io non avevo alcuna intenzione di entrare nella cameretta dei gemelli sapendo che ogni oggetto poteva essere diventato una prova. Mia sorella Chiara portò me e Sofia nel suo appartamento. Preparò il divano letto, lasciò una luce accesa nel corridoio e non mi fece una sola domanda finché Sofia non si addormentò.
Solo allora mi sedetti al tavolo della cucina con una tazza di tè che non riuscii a bere.
«Tommaso dov’è?» chiese Chiara.
«In questura.»
«Arrestato?»
«Non lo so.»
Era la risposta che avevo per tutto.
Non sapevo cosa avesse visto Sofia esattamente. Non sapevo cosa avesse fatto Marta. Non sapevo perché Tommaso avesse buttato i biberon. E soprattutto non sapevo cosa significasse quella frase: la nonna ha detto che tu lo sapevi.
Alle due e venti del mattino mi chiamò l’ispettrice Rinaldi.
«Abbiamo bisogno che venga domani alle nove. Abbiamo trovato alcuni elementi che deve identificare.»
Non mi disse altro.
Quando arrivai in questura, Tommaso era già lì con un avvocato. Non ci fecero incontrare. Mi condussero in una stanza piccola, con pareti grigie e una cartellina aperta sul tavolo.
Rinaldi mi mostrò fotografie scattate nel nostro appartamento.
La prima ritraeva il mobile della cucina dove tenevo latte artificiale, biberon sterilizzati e medicinali dei bambini.
La seconda mostrava il cassetto più alto, quello dove conservavamo i farmaci degli adulti.
«Riconosce questo spazio?»
«Sì.»
«Manca qualcosa?»
Guardai meglio.
All’inizio non vidi niente. Poi notai il posto vuoto accanto alle confezioni di paracetamolo.
«C’era un flacone.»
«Di cosa?»
«Gocce che prendeva Tommaso quando non riusciva a dormire. Prescritte mesi fa.»
Rinaldi non reagì.
«Nome?»
Glielo dissi.
Lei annotò tutto.
«Quando lo ha visto l’ultima volta?»
«Non lo so. Una settimana prima, forse.»
«Marta sapeva dove tenevate i medicinali?»
«Probabilmente sì. Veniva spesso.»
L’ispettrice fece scorrere un’altra fotografia.
Era il bidone dell’immondizia condominiale. Dentro, recuperati tra sacchi chiusi, c’erano due biberon trasparenti.
Mi portai una mano alla bocca.
«Sono i nostri.»
«Suo marito ci ha indicato il punto in cui li aveva gettati. Per fortuna il ritiro dei rifiuti non era ancora avvenuto.»
«C’è ancora qualcosa dentro?»
«Residui minimi. Il laboratorio li sta analizzando.»
La stanza sembrò restringersi.
«Perché Tommaso li ha buttati?»
Rinaldi rimase in silenzio per qualche secondo.
«Preferisco che questa parte la senta da lui, quando sarà possibile. Ma posso dirle che ha ammesso di aver notato un odore insolito nel latte.»
Mi alzai in piedi.
«Che cosa?»
«Signora—»
«Ha sentito un odore strano e non me l’ha detto?»
«I miei figli erano morti!»
La voce mi si spezzò. «E lui ha trovato qualcosa di strano e ha pensato di nasconderlo?»
Rinaldi aspettò che mi sedessi di nuovo.
«Ha detto di essersi spaventato. Sostiene di aver pensato che potesse trattarsi di una contaminazione del latte o di un errore nella preparazione. Dice che sua madre gli aveva già suggerito, in passato, di aggiungere poche gocce di un sedativo ai biberon quando i bambini erano molto agitati.»
La fissai.
Per alcuni secondi non riuscivo nemmeno a comprendere le parole.
«Gli aveva suggerito cosa?»
«Lui sostiene di aver rifiutato.»
«E non me l’ha mai detto.»
«No.»
Mi venne in mente una sera di tre settimane prima. Uno dei gemelli aveva dormito quasi otto ore senza svegliarsi. Io ero stata sollevata, perfino felice. Marta, il mattino dopo, aveva sorriso e detto: “Vedi? Quando si vuole, i bambini imparano.”
All’epoca avevo pensato fosse soltanto una delle sue solite frecciate.
Ora quel ricordo aveva un peso diverso.
«Pensate che lo facesse da prima?»
«È una possibilità. Non ancora un fatto.»
Quella distinzione mi colpì. Una possibilità. Non un fatto. Era l’unica cosa solida che qualcuno mi avesse detto da ore.
Rinaldi mi spiegò che avrebbero controllato le prescrizioni mediche di Marta e Tommaso, le telecamere della farmacia sotto casa, i messaggi e le chiamate. Sofia sarebbe stata ascoltata in un ambiente protetto da personale specializzato. Io non avrei assistito.
«Non voglio che abbia paura.»
«L’obiettivo è proprio evitarlo.»
«E se si sbaglia?»
«I bambini possono confondere tempi e luoghi. Per questo non baseremo nulla su una singola frase. Cerchiamo conferme indipendenti.»
Quelle parole mi diedero un sollievo strano. Non volevo che Sofia portasse sulle spalle la responsabilità di mandare qualcuno in prigione. Aveva quattro anni. Doveva poter essere soltanto una bambina che aveva visto qualcosa e aveva finalmente trovato il coraggio di dirlo.
Prima di lasciarmi andare, Rinaldi mi fece ricostruire anche la routine della sera. Chi preparava i biberon, chi li scaldava, dove venivano lasciati, quanto tempo restavano sul piano della cucina. Domande banali, quasi domestiche, che mi fecero capire quanto un’indagine trasformi le abitudini in sequenze verificabili.
Ricordai che quella sera Marta aveva insistito per portare lei i biberon in cameretta. Io avevo detto di no perché uno dei gemelli soffriva di reflusso e volevo controllare personalmente quanto beveva. Lei aveva riso. «Sei diventata ossessiva.»
Allora mi era sembrata una delle sue solite provocazioni. Ora ogni frase mi faceva paura.
Rinaldi mi fermò. «Non rilegga il passato cercando colpe ovunque. Ci servono ricordi, non conclusioni.»
Annuii. Era difficile. Il dolore voleva trasformare ogni dettaglio in una prova. L’indagine, invece, mi obbligava a tollerare l’incertezza.
Prima di andarmene, Rinaldi mi consegnò un sacchetto trasparente.
Dentro c’era un piccolo tappo dosatore di plastica.
«Lo riconosce?»
Annuii.
«Era del flacone di Tommaso.»
«È stato trovato sotto il mobile della cucina.»
Sentii lo stomaco contrarsi.
«Quindi Marta era a casa nostra.»
«Sappiamo già che c’era. Quello che dobbiamo capire è cosa ha fatto e chi lo sapeva.»
Quando uscii dalla stanza, vidi Tommaso in fondo al corridoio. Il suo avvocato parlava con un agente. Lui mi guardò e si alzò.
«Elena.»
Avrei potuto passare oltre.
Invece mi fermai.
«Dimmi una cosa sola.»
Lui annuì, già in lacrime.
«Quando tua madre ti ha parlato di mettere sedativi nel latte, quando è successo?»
Tommaso abbassò gli occhi.
«La prima volta?»
Quelle tre parole mi fecero capire che non c’era stata una sola volta.













