Quando Bianca Moretti mi disse che avrebbe portato via mio marito, lo fece con la calma di chi sta annunciando il meteo.
Eravamo sedute al tavolo della mia cucina, a San Lazzaro di Savena, con due tazze di caffè ormai fredde tra noi. Fuori, il sole di fine maggio cadeva sui piccoli giardini delle villette a schiera e qualcuno, tre case più in là, stava tagliando l’erba. Era una mattina normale. Proprio per questo ricordo ancora il modo in cui quella frase entrò nella stanza e cambiò tutto.
«Enrico è un uomo gentile», disse Bianca, facendo scorrere un dito sul bordo della tazza. «E tu sei molto sicura di lui.»
Sorrisi senza capire dove volesse arrivare. «Dopo diciannove anni, spero di conoscerlo abbastanza bene.»
Lei sollevò gli occhi. «Appunto. Diciannove anni sono tanti.»
Aspettai.
Bianca si appoggiò allo schienale. «Te lo dico senza cattiveria, Laura. Io credo che potrei portartelo via.»
Per qualche secondo pensai di avere sentito male.
«Portarmi via chi?»
«Enrico.»
Lo disse di nuovo, senza abbassare la voce. Poi aggiunse: «Forse dovresti prepararti all’idea che il vostro matrimonio non sia così inattaccabile come pensi.»
Bianca abitava accanto a noi da meno di due mesi. Aveva quarantun anni, lavorava come consulente commerciale per una società di arredamento e si era trasferita lì dopo una separazione difficile. Quando era arrivata con un furgone pieno di scatoloni, io ero stata la prima a presentarmi. Le avevo portato una torta salata, le avevo dato il numero dell’idraulico del quartiere e avevo aiutato lei e sua sorella a trascinare una libreria fino al primo piano.
All’inizio mi era sembrata brillante, ironica, perfino fragile in certi momenti. Parlava poco del suo ex marito, Andrea, ma abbastanza da far capire che la fine del matrimonio le aveva lasciato addosso una rabbia ancora fresca.
Poi aveva cominciato a cercare Enrico.
Prima con richieste innocue. Una mensola che non riusciva a fissare. Una cassetta dell’acqua troppo pesante. Il cancello che faceva un rumore strano. Enrico, che aggiusta qualsiasi cosa prima ancora che qualcuno glielo chieda, l’aveva aiutata due o tre volte.
Dopo, però, le richieste erano diventate troppo frequenti.
Se Enrico lavava la macchina, Bianca usciva a innaffiare.
Se lui potava la siepe, lei compariva al confine del giardino con una domanda.
Se tornava dal lavoro, Bianca trovava sempre un motivo per essere davanti al cancello proprio in quel momento.
Una sera gli portò una bottiglia di vino perché, disse, «un uomo che sa usare bene le mani merita un premio».
Enrico lasciò la bottiglia sul mobile dell’ingresso e mi guardò.
«Questa cosa sta diventando strana.»
Io avevo riso. «Forse si sente sola.»
Adesso, seduta davanti a Bianca, non ridevo più.
«Perché mi stai dicendo una cosa del genere?» domandai.
Lei alzò una spalla. «Perché preferisco essere sincera.»
«Questa non è sincerità.»
«Chiamala come vuoi.»
«E Enrico sarebbe d’accordo con il tuo piano?»
Per la prima volta il suo sorriso cambiò. Non sparì, ma diventò più stretto.
«Gli uomini sposati dicono sempre di essere felici finché qualcuno non offre loro un’alternativa.»
Mi alzai e presi la sua tazza.
«Credo che il caffè sia finito.»
Bianca capì. Si mise in piedi con calma, prese la borsa e, prima di uscire, si voltò sulla soglia.
«Non arrabbiarti con me, Laura. Se un matrimonio è forte, non dovresti avere paura.»
La porta si chiuse alle sue spalle.
Quella sera raccontai tutto a Enrico.
Non gli risparmiai una parola.
Lui rimase in silenzio per qualche secondo, poi si passò una mano sulla fronte.
«Ha detto davvero che vuole portarmi via?»
«Testuali parole.»
«E tu cosa hai risposto?»
«Le ho tolto il caffè.»
Enrico scoppiò a ridere, ma gli passò subito.
«Laura, se ti mette a disagio, non le rivolgo più la parola.»
«Non voglio controllarti.»
«Non si tratta di controllo.»
Mi mostrò il telefono. C’erano già due messaggi di Bianca che io non avevo mai visto. In uno gli chiedeva se fosse libero per aiutarla a scegliere una lampada. Nell’altro c’era scritto: “Tua moglie è fortunata. Io saprei valorizzarti di più.”
Enrico non aveva risposto al secondo.
«Perché non me l’hai detto?» chiesi.
«Perché pensavo che ignorarla bastasse.»
Quella frase, allora, mi sembrò ragionevole.
Nelle settimane successive, però, ignorarla non bastò.
Bianca diventò più esplicita. Fece complimenti a Enrico davanti a me. Gli sfiorò il braccio mentre parlavano al cancello. Una domenica arrivò con biscotti fatti in casa e disse che li aveva preparati “solo per lui”. Enrico li lasciò sul tavolo del portico e non li toccò.
Poi arrivò l’invito.
Era un cartoncino color crema, infilato nella nostra cassetta della posta. Bianca organizzava un aperitivo nel suo giardino il sabato successivo. C’erano musica, buffet, amici, vicini.
Sulla busta c’era scritto soltanto:
ENRICO BELLINI.
Lui entrò in cucina con l’invito in mano.
«Non ci vado.»
Lessi due volte il nome sulla busta.
Poi guardai verso la finestra. Dall’altra parte della siepe, Bianca stava sistemando dei cuscini sulle sedie del patio.
In quel momento capii che non volevo più reagire alle sue provocazioni. Volevo vedere fino a dove fosse disposta ad arrivare quando fosse stata convinta di avere già vinto.
«Invece ci vai», dissi.
Enrico mi fissò. «Scusa?»
«Vai all’aperitivo.»
«Da solo?»
«Da solo.»
Fece un passo verso di me. «Laura, che cosa stai pensando?»
Presi il cartoncino, lo appoggiai sul tavolo e sorrisi.
«Che sabato Bianca avrà esattamente quello che ha chiesto.»













