«Signore, ci compra questo quadro?»
La voce della bambina riuscì appena a superare il vento di ottobre. Dante Russo stava passando davanti alle vetrine di una strada elegante di Milano quando si fermò di colpo.
Non per la domanda. Per il volto dipinto sulla tela che la piccola stringeva contro il petto.
Capelli biondo scuro. Occhi verdi. Un sorriso leggermente storto che Dante avrebbe riconosciuto anche al buio.
Elena Valli.
La donna che aveva amato. La donna che aveva sepolto sette anni prima.
«Chi ha fatto quel ritratto?» domandò, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Davanti a lui c’erano tre bambine identiche. Avevano forse sei anni, capelli ramati spettinati, cappotti troppo leggeri e le stesse iridi verdi di Elena. La più piccola si teneva stretta alle altre due. Erano affamate.
«La nostra mamma», rispose la maggiore.
Dalla boutique accanto uscì la proprietaria, infastidita.
«Bambine, ve l’ho già detto. Non potete stare qui a importunare i clienti.»
Dante non si voltò nemmeno. Si chinò per osservare la tela. In un angolo, il colore non si era ancora asciugato.
«Vostra madre l’ha dipinto oggi?»
«Ci ha provato», sussurrò la più piccola. «Adesso sta troppo male per continuare.»
La frase gli serrò il petto. La pittura fresca non aveva nulla a che fare con il ricordo che lo inseguiva da sette anni: un’auto bruciata, una telefonata nella notte, gli oggetti personali di Elena recuperati dalla polizia.
Non aveva mai potuto guardare davvero il volto della persona trovata tra le lamiere. Eppure Vincenzo, suo zio, lo aveva spinto ad accettare quella morte come una certezza.
«Devi voltare pagina, Dante», gli aveva ripetuto. «Elena non tornerà.»
Dante non aveva voltato pagina. Aveva solo imparato a non pronunciare più il suo nome.
«Come si chiama vostra madre?» chiese.
«Elena Valli.»
Per qualche secondo il traffico sembrò sparire.
«Quanti anni avete?»
«Sei», risposero quasi insieme.
Sette anni prima, poco prima dell’incendio, Elena gli aveva detto di aspettare un bambino. Lui ricordava ancora il modo in cui le tremavano le mani, la piccola mezzaluna d’argento che le aveva regalato quella sera. Vincenzo gli aveva assicurato che la gravidanza fosse soltanto una bugia.
Tre bambine. Sei anni. Gli occhi di Elena.
Dante aprì il portafogli e mostrò tutte le banconote che aveva.
«Prendetele. Vi prego.»
La maggiore fece un passo indietro.
«La mamma dice che non dobbiamo accettare niente da un Russo.»
«Perché?»
«Perché la sua famiglia dà fuoco alle persone che sanno troppo.»
Il sangue gli si gelò nelle vene.
Dante appoggiò con cura il quadro contro la vetrina e lo girò. Sollevò il cartoncino che chiudeva il retro della cornice. Qualcosa di piccolo e metallico scivolò nella sua mano.
Una mezzaluna d’argento.
Non poteva essere una coincidenza. Ricordava il bordo imperfetto, la minuscola incisione vicino alla punta. Era proprio il ciondolo che aveva messo al collo di Elena quando lei gli aveva annunciato la gravidanza.
L’incontro più importante della sua giornata smise di contare. Dante lo cancellò con una breve telefonata, poi si tolse il cappotto e lo sistemò sulle spalle delle tre sorelle, cercando di coprirle tutte.
«Portatemi da vostra madre.»
Le bambine si scambiarono uno sguardo. La maggiore esitò, poi si avviò. Dante le seguì lontano dalle vetrine illuminate, fino a una zona periferica dove le facciate erano consumate dall’umidità e una vecchia lavanderia aveva le saracinesche abbassate.
Sopra il locale chiuso c’era il loro appartamento.
Il proprietario le aspettava all’ingresso con un avviso di sfratto. Parlava di affitti arretrati e di giorni concessi per liberare le stanze.
Dante gli chiese il prezzo dell’intero stabile. Era molto più di quanto quell’uomo si aspettasse di sentire. Dante dispose il pagamento di una somma sufficiente ad acquistarlo e disse con fermezza che l’edificio sarebbe stato intestato alle tre bambine. Il proprietario smise di parlare di sfratto.
Le piccole non gli avevano accettato un solo euro dalle mani. Ora lo guardavano come se non sapessero ancora se fidarsi.
Salirono una scala stretta. Davanti all’ultima porta, la maggiore bussò tre volte.
Dall’interno scattarono tre serrature, una dopo l’altra.
La porta si aprì lentamente.
Elena era lì.
Viva.
Aveva il viso segnato da cicatrici sottili, le spalle più magre di come lui le ricordasse e una pistola puntata nella sua direzione. Ma gli occhi erano gli stessi. Dante aveva immaginato quel momento migliaia di volte. Non una sola volta aveva immaginato quella paura.
«Elena…»
«Non fare un altro passo.»
Le tre bambine si strinsero vicino alla madre. Dante rimase immobile.
«Vincenzo mi ha detto che sei stato tu a ordinare l’incendio», disse lei.
«È una menzogna.»
Alle spalle di Dante, Nico, il capo della sua sicurezza, abbassò gli occhi sul telefono. Sullo schermo era arrivato un messaggio: «NON FARLO ENTRARE. ELIMINA LA DONNA.»
Dante ne colse il riflesso nello specchio del corridoio. Elena lo vide a sua volta. Nico portò la mano verso l’arma.
Nello stesso istante, un vecchio televisore dentro l’appartamento si accese da solo.
Le immagini erano sgranate, ma riconoscibili. Un’auto in fiamme. Vincenzo Russo fermo sul ciglio della strada. Due uomini che trascinavano Elena, allora incinta, verso un furgone nero, mentre il fuoco divorava la macchina.
Uno dei due si girò verso la telecamera.
Dante guardò quel volto sullo schermo, poi l’uomo che aveva alle spalle.
«Nico…»
Era lui.
L’uomo incaricato di proteggere Dante era stato uno degli uomini che avevano portato via Elena.
E adesso si trovava a pochi passi dalle tre bambine.













