«Signora, vuole una rosa?»
Vittoria Rinaldi sollevò gli occhi dal calice di vino.
Accanto al suo tavolo, in uno dei ristoranti più eleganti del centro di Firenze, c’era una bambina con un cestino pieno di rose rosse.
Avrà avuto otto anni.
Indossava un cardigan consumato, un vestito semplice e scarpe che sembravano troppo grandi per i suoi piedi. Stringeva il cestino con entrambe le mani, come se temesse che qualcuno potesse portarglielo via.
«Certo, tesoro», rispose Vittoria.
La piccola sorrise e le porse una rosa.
Poi, all’improvviso, si fermò.
Il suo sguardo era scivolato sulla mano sinistra della donna.
Vittoria portava un anello d’oro lavorato a forma di rosa. Al centro dei petali brillava un rubino rosso intenso, illuminato dalla luce calda dei lampadari.
La bambina inclinò leggermente la testa.
«Signora, il suo anello è proprio uguale a quello della mia mamma.»
Vittoria abbassò gli occhi sul gioiello.
Per un istante sorrise.
«Non credo, piccola. Questo anello appartiene alla mia famiglia da tanti anni.»
La bambina non sembrava convinta.
Si avvicinò di mezzo passo al tavolo, continuando a fissare il rubino.
«Anche quello della mamma ha una rosa d’oro e una pietra rossa.»
«Davvero?»
«Sì. Ma volevo chiederle una cosa.»
Vittoria appoggiò il calice sul tavolo.
«Dimmi.»
La bambina indicò delicatamente l’anello.
«Dentro c’è scritto un nome?»
Il sorriso di Vittoria scomparve.
«Che nome?»
La piccola rispose senza esitazione.
«Rosewood.»
Per qualche secondo Vittoria non sentì più nulla.
Non il tintinnio delle posate.
Non le conversazioni degli altri clienti.
Non la musica soffusa che arrivava dal fondo della sala.
Solo quella parola.
Rosewood.
Un nome che non sentiva pronunciare da diciassette anni.
Vittoria abbassò lentamente la mano. Fece ruotare l’anello sul dito, poi lo sfilò appena, quanto bastava per controllarne l’interno.
L’incisione era ancora lì.
ROSEWOOD.
Non era il nome di una gioielleria.
Non era un marchio commerciale.
Era una parola legata a un segreto custodito dalla sua famiglia. Un particolare che non avrebbe dovuto conoscere nessuno al di fuori di pochissime persone.
E soprattutto era legato a Lucia.
Sua sorella minore.
La sorella scomparsa diciassette anni prima.
Vittoria chiuse le dita attorno all’anello.
Aveva trascorso anni cercando di convivere con quell’assenza. In certi periodi era riuscita a non pensarci per intere giornate, ma bastava un ricordo per riportarla indietro.
Ora una bambina sconosciuta, entrata in un ristorante per vendere fiori, aveva pronunciato proprio quel nome.
«Chi ti ha parlato di Rosewood?» domandò.
La piccola la guardò con naturalezza.
«La mamma.»
«E tua madre ha davvero un anello uguale a questo?»
«Sì, signora. È molto bello. Dice che devo stare attenta a non perderlo quando me lo fa vedere.»
Vittoria avvertì un nodo alla gola.
Non voleva spaventare la bambina. Si costrinse a parlare lentamente, anche se le mani avevano cominciato a tremarle.
«Dov’è tua madre adesso?»
La piccola abbassò gli occhi verso il cestino.
«In ospedale.»
Vittoria si sporse in avanti.
«È successo qualcosa?»
«Sta male. Stasera mi ha detto di provare a vendere le rose.»
La donna osservò i fiori.
Immaginò quella bambina attraversare la città da sola, entrando nei locali e sperando che qualcuno comprasse qualcosa.
Poi guardò di nuovo l’anello.
Era impossibile separare quelle due immagini: il viso preoccupato della piccola e il nome nascosto nel gioiello.
«Ascoltami, tesoro.»
La bambina alzò il capo.
«Come ti chiami?»
La piccola aprì la bocca.
Ma prima che potesse rispondere, un rumore improvviso attraversò la sala.
Una sedia venne spinta bruscamente all’indietro.
Vittoria si voltò.
Al tavolo accanto, un uomo sulla cinquantina si era alzato in piedi. Indossava un abito grigio scuro e fissava la bambina.
Non sembrava interessato alla cena che aveva davanti.
Non guardava Vittoria.
Guardava soltanto la piccola.
Il cambiamento fu immediato.
La bambina perse il sorriso.
Il suo viso diventò pallido e le dita si strinsero talmente forte attorno al manico del cestino da farlo tremare.
Vittoria tornò a guardarla.
«Che succede?»
La piccola fece un passo indietro.
«Devo andare.»
«Aspetta, non hai nemmeno…»
«Mi dispiace, signora.»
Afferrò meglio il cestino e si allontanò rapidamente tra i tavoli, dirigendosi verso l’uscita.
Vittoria si alzò.
«Aspetta un momento!»
La bambina non si fermò.
Fu allora che Vittoria vide l’uomo in abito grigio muoversi nella stessa direzione.
Camminava deciso, senza togliere gli occhi dalla piccola.
Vittoria rimase con l’anello stretto nel palmo della mano.
Aveva appena sentito pronunciare un segreto sepolto da diciassette anni. La bambina che conosceva quel nome stava fuggendo, e uno sconosciuto la stava seguendo.
Chi era quell’uomo? E perché la piccola aveva avuto tanta paura appena lo aveva visto?













