Mio marito stava chiudendo la porta su un’anziana fradicia. Ho fermato la porta con una mano. «Non la lascio là fuori».
«Lucia, spostati», ha detto Tommaso senza guardarmi.
Sul pianerottolo del nostro appartamento, a Lucca, la donna tremava dentro un cappotto scuro. La pioggia le colava dal mento e lasciava piccole pozze sulle piastrelle. Non aveva un ombrello. Stringeva al petto una busta di tela, protetta con entrambe le braccia.
«Non chiedo di entrare», ha mormorato. «Voglio soltanto parlare con lui.»
Tommaso ha sollevato gli occhi. Ho visto il suo viso cambiare.
«Ada?»
La donna ha annuito. Per un attimo sembrava sul punto di sorridere, poi ha capito che lui non era felice di vederla.
«Vattene», ha detto mio marito.
Non gli avevo mai sentito usare quella voce. Stavamo insieme da quindici anni, e l’avevo visto discutere, arrabbiarsi, piangere persino. Ma quello non era rabbia. Era la paura di un bambino nascosta nella voce di un uomo di quarantatré anni.
«La conosci?» ho chiesto.
«Chiudi la porta, Lucia.»
Ada ha aperto appena la busta. Ne è apparso un mazzetto di lettere, legate con un filo rosso ormai scolorito. Sulla prima busta c’era una scrittura incerta, con le lettere grandi e storte.
Tommaso ha fatto un passo indietro.
«Quelle sono mie.»
«Le ho conservate», ha risposto Ada.
Ho guardato il suo viso bagnato, poi la mano di mio marito ancora appoggiata alla porta.
«Entri», le ho detto.
Tommaso si è girato di scatto verso di me. «Non sai cosa stai facendo.»
«Forse no. Ma non la faccio restare sotto la pioggia.»
L’ho accompagnata in cucina, le ho dato un asciugamano e ho messo l’acqua a scaldare. Non era un gesto eroico. Avevo solo paura che, se avessimo richiuso la porta, nessuno di noi avrebbe più avuto il coraggio di riaprirla.
Ada è rimasta in piedi finché Tommaso non si è seduto. Lui continuava a fissare il filo rosso.
«Quando avevo nove anni», mi ha detto, «questa donna veniva a prendermi a scuola. Mia madre era malata e papà tornava tardi. Ada faceva la spesa, cucinava, mi aiutava con i compiti.»
Conoscevo già quella parte della storia. Tommaso me l’aveva raccontata più volte, sempre allo stesso modo: per alcuni mesi aveva avuto accanto una persona che lo faceva sentire al sicuro. Poi, un martedì, lei aveva smesso di presentarsi.
«Ti ho aspettata alla finestra», ha detto guardandola. «Per giorni. Papà mi diceva di smetterla.»
Ada ha abbassato il capo.
«Lo so.»
«No, non lo sai. Ho pensato di averti fatto arrabbiare. Ho pensato che fossi andata via perché ero troppo difficile da sopportare.»
Ho visto le sue dita stringersi attorno alla tazza vuota. Avrei voluto toccargli la spalla, ma lui si è allontanato appena.
Ada ha sciolto il filo rosso.
Erano quattro lettere. La prima iniziava con «Cara Ada» e terminava con un disegno di un gatto. Sulla seconda, una macchia d’inchiostro aveva cancellato quasi tutta la data. La terza era ripiegata con cura.
Tommaso ne ha riconosciuta una.
«Questa te l’ho mandata quando ero già alle medie.»
«Sì.»
«Quindi sapevi dove trovarmi.»
«Sapevo dove scriverti», ha risposto Ada. «Non è la stessa cosa.»
Lui ha riso senza allegria.
«Ti sarebbe bastato un francobollo.»
Ada ha annuito lentamente. Non ha cercato scuse.
«Hai ragione.»
In quel momento il bollitore ha cominciato a fischiare. L’ho spento, ma nessuno ha chiesto il tè.
«Perché sei venuta proprio adesso?» ho domandato.
«Ho saputo che Tommaso era tornato a vivere a Lucca. Ho chiesto il suo indirizzo a una persona che conoscevamo entrambi. Per settimane sono passata davanti a questa strada senza riuscire a suonare.»
«E oggi ce l’hai fatta?» ha chiesto lui.
«Oggi ho pensato che, se continuavo ad aspettare, non avrei mai avuto il coraggio.»
Tommaso si è alzato.
«Io ti scrivevo. Tu non rispondevi. Non puoi presentarti dopo trentaquattro anni e chiedermi di dimenticare.»
«Non te lo chiedo.»
Ada ha tirato fuori dalla tasca interna del cappotto una busta ingiallita. Non era sigillata, né aveva un francobollo. Sulla parte anteriore era scritto il nome di Tommaso, con una grafia adulta e ordinata.
«Questa è la risposta alla tua prima lettera», ha detto. «L’ho scritta quella sera. Non l’ho mai spedita.»
Tommaso non l’ha presa.
«Perché?»
Ada si è asciugata gli occhi con il bordo dell’asciugamano.
«Perché avevo paura di quello che sarebbe successo se fossi tornata.»
«Paura di chi?»
Lei ha guardato prima lui, poi me.
«Di tuo padre.»
La cucina è rimasta in silenzio. Tommaso si è aggrappato allo schienale della sedia.
«Mio padre diceva che te ne eri andata senza salutare.»
«Sono andata via», ha ammesso Ada. «E ho sbagliato a non cercare un altro modo per parlarti. Ma quella notte tuo padre mi ha chiesto di sparire dalla tua vita.»
«Per quale motivo?»
Ada ha appoggiato la busta senza francobollo accanto alle quattro lettere.
«Per quello che avevo scoperto su tua madre.»
Tommaso ha guardato la busta senza toccarla. Anch’io sono rimasta immobile. Per anni avevo creduto che il dolore di mio marito avesse una sola spiegazione: una donna se n’era andata e non aveva più pensato a lui.
Adesso, sul tavolo della nostra cucina, c’erano una risposta mai spedita e una domanda che nessuno aveva mai avuto il coraggio di fare.
Che cosa sapeva Ada di sua madre, e perché il padre di Tommaso aveva preferito spezzare quel legame pur di farla tacere?













