Quando sentii mia madre adottiva ridere della bugia che aveva raccontato a me e a mio fratello per vent’anni, avevo ancora in mano i gigli bianchi comprati per il suo sessantesimo compleanno.
Ero entrato in quella casa nella speranza di regalarle un sorriso.
Ne sarei uscito chiedendomi chi fossimo stati davvero, per lei, per tutto quel tempo.
Mi chiamo Valerio e fino a quel sabato avevo creduto di conoscere almeno la parte più dolorosa della mia storia.
Mia madre biologica ci aveva abbandonati quando avevamo tre anni.
Quella frase mi accompagnava da così tanto tempo che non ricordavo più quando avessi cominciato a ripeterla come fosse una certezza mia.
La strada per raggiungere la casa di Ginevra, alla periferia di Parma, mi sembrò più lunga del solito.
Sul sedile del passeggero avevo sistemato i fiori e una scatolina avvolta nella carta color crema.
Dentro c’era una spilla semplice, scelta dopo mezz’ora davanti alla vetrina di un gioielliere.
Avevo esitato anche davanti al biglietto.
Alla fine avevo scritto soltanto: «Buon compleanno, Ginevra. Valerio».
Non ero riuscito a scrivere «mamma», benché da bambino avessi pronunciato quella parola migliaia di volte cercando di farla sorridere.
La sera prima ne avevo parlato con mio fratello Gabriele.
«Vai davvero da lei nel giorno del suo compleanno?» mi aveva chiesto al telefono.
«Compie sessant’anni. Non voglio che passi la giornata pensando che ce ne siamo dimenticati».
«E da quando le importa che ci ricordiamo di lei?»
Non avevo trovato una risposta.
Gabriele non era crudele.
Aveva semplicemente smesso di chiamare amore l’obbligo di tornare dove si era stati feriti.
Io continuavo a cercare il momento giusto, il regalo giusto, la frase che avrebbe potuto far ammorbidire Ginevra.
Avevamo tre anni quando Ginevra e suo marito Renato ci adottarono.
Ci raccontarono che la donna che ci aveva messi al mondo se n’era andata senza voltarsi, lasciandoci in una struttura per bambini.
Non conoscevo il suo volto e non possedevo una sua fotografia.
Avevo soltanto una frase da ripetermi ogni volta che mi sentivo di troppo: se la nostra prima madre non ci aveva voluti, dovevamo fare il possibile perché la seconda non si pentisse di averci accolti.
Renato non ci fece mai sentire così.
Veniva alle recite scolastiche anche quando finiva tardi di lavorare e applaudiva come se sul palco ci fossimo soltanto noi.
Una mattina di Natale portò in salotto due biciclette identiche, con i nastri ancora legati ai manubri.
«Voi due siete tutto il mio mondo», ci diceva.
«Non dimenticatelo mai».
Con Ginevra era diverso.
Bastava un bicchiere lasciato sul tavolo o un quaderno fuori posto perché il suo viso si indurisse.
«Dovreste ringraziarmi ogni giorno per avervi presi con me», ripeteva.
«Senza questa casa sareste ancora in un istituto».
Gabriele imparò presto a tacere.
Io imparai a chiedere scusa anche quando non avevo fatto nulla.
Quando tornavo da scuola con un bel voto, guardavo prima Renato; soltanto dopo cercavo gli occhi di Ginevra.
Di solito lei domandava perché non avessi preso il massimo.
Avevamo dieci anni quando Renato morì improvvisamente per un problema al cuore.
Ricordo il cappotto scuro appeso per settimane dietro la porta e il silenzio di Gabriele, seduto sul suo letto con una fotografia tra le mani.
Da quel momento la casa perse anche i pochi gesti che ci facevano sentire figli.
I compleanni passarono senza torte.
A Natale comparivano buste con il minimo indispensabile e frasi che ci ricordavano quanto costassero i nostri libri.
Alle premiazioni scolastiche la sedia della nostra famiglia restava vuota.
Il giorno del diploma chiesi a Ginevra di venire alla cerimonia.
«Ormai siete grandi, Valerio. Non siete più una mia responsabilità».
«È soltanto un pomeriggio».
«Ho già risposto».
Andammo da soli.
Dopo il liceo studiammo, lavorammo e imparammo a cavarcela.
Gabriele divenne ingegnere; io iniziai a occuparmi di progettazione grafica.
La nostra vita non era perfetta, ma avevamo imparato a pagare l’affitto, a sbagliare e a ricominciare senza aspettare una sua approvazione.
Soltanto quando si trattava di lei, io tornavo a sentirmi un bambino.
Lei telefonava forse due volte l’anno.
Quasi sempre finiva per elencare i sacrifici che diceva di aver fatto per noi.
Eppure continuavo a risponderle, perché dentro di me abitava ancora il bambino che aspettava un suo complimento.
Quando parcheggiai davanti al cancello, vidi che le imposte del piano terra erano aperte.
Mi dissi che forse quel giorno sarebbe stato diverso.
Presi la scatolina, i gigli e salii i tre gradini del portico.
La porta non era chiusa a chiave.
Entrai piano, mi tolsi le scarpe per abitudine e appoggiai il regalo sul mobile dell’ingresso.
Stavo per chiamarla quando sentii due voci provenire dalla cucina.
La prima era quella di Ginevra.
La seconda apparteneva a sua madre, nonna Ofelia, che riconoscevo dal tono leggermente rauco.
«Non hanno ancora sospettato niente, mamma», disse Ginevra, ridendo.
«Vent’anni, e hanno creduto a ogni singola parola che ho raccontato loro».
Rimasi immobile con i gigli sollevati a metà.
Dall’altra parte della parete Ofelia fece un rumore secco, come una tazza posata troppo forte sul piattino.
«Non parlarne così ad alta voce», sussurrò.
Non sentivo più il traffico fuori né il vecchio orologio dell’ingresso.
Sentivo soltanto il battito del mio cuore e quella parola: vent’anni.
Proprio gli anni trascorsi da quando avevamo varcato quella soglia.
Ginevra abbassò la voce, ma non abbastanza.
«Potrei dirglielo oggi stesso e non saprebbero neppure quale domanda fare per prima».
Per scoprire quale menzogna ci accompagnava da vent’anni, continua con la Parte 2.













