«Potresti fingere di essere mio nipote? Solo per oggi?»
Ettore Rinaldi smise di masticare. Abbassò lentamente il panino sul piatto e alzò gli occhi. Nella piccola tavola calda lungo la statale, poco fuori Bologna, una donna anziana era ferma accanto al suo tavolo. Si reggeva a un deambulatore e stringeva una borsetta marrone con una forza sorprendente per quelle mani così fragili.
«Mi scusi, signora. Ha detto proprio suo nipote?»
Lei annuì, ma per un momento sembrò incapace di trovare altre parole. Guardò il pavimento, poi la porta a vetri, come se temesse che qualcuno potesse sentirla.
«Il proprietario di casa vuole mandarmi via», disse infine. «Pensa che io non abbia nessuno. Nessuna famiglia che possa stare dalla mia parte.»
Ettore rimase immobile. Aveva ventisette anni, viaggiava spesso in moto e si era fermato soltanto per mangiare qualcosa. Lungo la strada gli era capitato di incontrare persone arrabbiate, sole, disperate. Mai, però, una sconosciuta gli aveva chiesto di prestarle un legame di famiglia.
Ettore osservò le rughe profonde attorno agli occhi dell’anziana. Doveva aver impiegato parecchio coraggio per avvicinare un uomo sconosciuto, con la giacca da motociclista e le mani ancora sul pranzo. Non era il tipo di richiesta che si poteva preparare con calma. Sembrava piuttosto l’ultima possibilità rimasta.
«E vuole che mi presenti come suo nipote?»
«Solo per oggi.» La donna abbassò la voce. «Non le chiedo di fare altro. Vorrei soltanto che capisse che non sono completamente sola.»
Non c’era arroganza nella sua richiesta. C’era una vergogna che Ettore riconobbe subito: quella di chi ha bisogno di aiuto, ma non sa più a chi rivolgersi.
Spinse indietro il piatto. La sedia strisciò appena sul pavimento mentre si alzava. Da vicino, la donna gli arrivava poco sopra la spalla. Il deambulatore tremava leggermente sotto le sue dita.
Non sapeva chi fosse il proprietario di casa e non poteva promettere di risolvere tutto. Poteva però fare quella piccola cosa: non lasciarla affrontare da sola una persona che sembrava approfittare della sua solitudine. La decisione gli parve semplice proprio nel momento in cui capì quanto fosse importante per lei.
«Va bene», disse. «L’aiuto io.»
La donna sollevò il viso di scatto.
«Davvero?»
«Davvero.»
Per la prima volta, nei suoi occhi passò qualcosa che assomigliava alla speranza. Subito dopo, però, sembrò ricordarsi di non avere nulla da offrire in cambio.
«Aspetti. Non posso pagarla, ma…»
Lasciò per un istante il manico della borsetta, la aprì con cautela e ne tirò fuori una catenina. Dal filo sottile pendeva un piccolo medaglione ovale d’argento. Il metallo aveva perso parte della lucentezza e i bordi erano consumati, come se fosse stato toccato mille volte.
«Prenda questo», mormorò. «È tutto quello che posso darle.»
Ettore scosse subito la testa. Le spinse delicatamente la mano verso il petto, senza chiuderle le dita a forza.
«No, signora. Se ha bisogno di aiuto, l’aiuterò. Tenga il suo ciondolo.»
Il medaglione oscillò tra loro. Ruotò su se stesso e mostrò il retro, appena illuminato dalla luce che entrava dalla finestra.
Una rosa.
Piccola, incisa nell’argento, con i petali ormai un po’ consumati.
Ettore non tolse più gli occhi da quel disegno. Aveva visto la stessa rosa innumerevoli volte sul gioiello che sua madre portava al collo. Anche il medaglione di lei era ovale, dello stesso colore, con i bordi segnati dal tempo.
Quella somiglianza non aveva nulla di vistoso. Non era una pietra preziosa né un disegno elaborato. Era soltanto un fiore minuscolo, quasi nascosto sul retro. Eppure Ettore avrebbe riconosciuto quella forma ovunque. Non era possibile che la sua memoria lo stesse ingannando così nettamente.
Per un momento il rumore sommesso del locale gli sembrò lontanissimo.
«Posso chiederle una cosa?»
«Certo.»
Ettore indicò il pendente senza toccarlo.
«Da dove viene? Mia madre ne ha uno identico. Anche dietro c’è una rosa.»
La donna guardò l’argento nel palmo della propria mano. Le labbra si incurvarono in un sorriso triste.
«Me lo regalò mia figlia Lucia. Ne comprò due uguali: uno per me e uno per sé.»
Ettore sentì il sangue gelarsi. Aveva capito bene? Si impose di non correre a conclusioni. Lucia era un nome comune. Due gioielli simili potevano essere una coincidenza. Ma quella rosa, la forma, il modo in cui la donna teneva stretto il ciondolo…
«Ha detto Lucia?»
«Sì. Mia figlia.»
Ettore cercò di parlare, ma gli uscì appena un filo di voce.
«Mia madre si chiama Lucia. Lucia Rinaldi.»
Il sorriso dell’anziana scomparve. I suoi occhi si fermarono sul viso del giovane, come se lo vedessero davvero per la prima volta.
«Che cosa hai detto?»
Ettore non si mosse. Richiuse con delicatezza le dita della donna intorno al medaglione, proteggendo quel piccolo oggetto che pochi istanti prima lei era disposta a cedergli.
«Lucia Rinaldi è mia madre.»
L’anziana lasciò il deambulatore con una mano e gli afferrò il polso. La stretta era debole, ma Ettore non avrebbe saputo liberarsene neppure se avesse voluto.
Le lacrime le salirono agli occhi prima ancora che riuscisse a parlare.
«La mia Lucia aveva avuto un bambino», sussurrò. «Un maschietto.»
Ettore trattenne il respiro.
La donna lo fissò, sconvolta, e disse le parole che cambiarono tutto:
«Mi avevano detto che era morto.»













