«Signora, suo marito sa che è venuta qui?»
Il medico aveva appena chiuso la porta dello studio.
Non alzava la voce, ma quel gesto mi spaventò più del risultato che teneva fra le mani.
«No», risposi.
«La prego, mi dica se sta cercando di uccidermi.»
Il dottor Bassi rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi sentire il battito del cuore nelle orecchie.
Due giorni prima gli avevo affidato un piccolo contenitore pieno della tisana che mio marito mi preparava ogni sera.
Non avrei mai immaginato di dover chiedere a uno sconosciuto se l’uomo che amavo voleva farmi del male.
Mi chiamo Margherita Ferri, ho sessantaquattro anni e per quasi quarant’anni ho insegnato lettere in una scuola media di Bologna.
Sono in pensione e vivo con un assegno modesto, qualche risparmio e l’abitudine di controllare due volte il prezzo della frutta.
Quando ho sposato Daniele Riva, trentun anni, la mia famiglia ha creduto che avessi perso il giudizio.
«È abbastanza giovane da essere tuo figlio», mi disse mia nipote Elisa, cercando di non ferirmi.
«Lo so benissimo», replicai.
«Non gli ho chiesto di mostrarmi la carta d’identità.»
Daniele dirigeva una società che restaurava edifici storici.
Abitava in una villa sulle colline bolognesi, guidava un’auto costosa e sembrava non dover mai pensare alle bollette.
Io lo avevo conosciuto durante una raccolta fondi per rimettere in sesto la biblioteca di una vecchia scuola.
Mi aveva ascoltata parlare dei ragazzi che entravano in classe convinti di non essere capaci di leggere un romanzo intero.
Alla fine della serata mi aveva chiesto quale libro avrei regalato a una persona che non si fidava di nessuno.
«Uno con poche promesse e molte domande», gli avevo risposto.
Nei mesi successivi era tornato spesso in biblioteca.
Non mi aveva fatto sentire giovane per finta.
Mi aveva fatto sentire ascoltata, e per una donna che da anni cenava da sola quella differenza contava più dei fiori.
Quando mi chiese di sposarlo, Elisa mi pregò di aspettare.
Anche mia sorella Anna mi domandò perché un uomo tanto ricco avesse bisogno di una pensionata.
Io sorridevo, sicura di conoscere la risposta.
Credevo che mi amasse.
I primi sei mesi assomigliarono alla felicità che avevo smesso di aspettarmi.
Daniele mi portava rose quando tornava da un cantiere, preparava la colazione e insisteva per sollevare perfino le borse leggere.
Diceva che dopo una vita trascorsa a prendermi cura degli altri era giusto che qualcuno si occupasse di me.
C’era soltanto un’abitudine sulla quale non accettava discussioni.
Ogni sera preparava personalmente la mia camomilla, con un cucchiaino di miele e un profumo dolce che non riconoscevo.
«Bevila tutta, amore», diceva.
«Ti farà stare meglio.»
A volte restava seduto davanti a me finché la tazza non era vuota.
Io pensavo fosse premura.
Non avevo motivo di sospettare altro, almeno all’inizio.
Poi cominciai a svegliarmi stanca, come se la notte non mi appartenesse più.
Scordavo appuntamenti, barcollavo sulle scale e una mattina non sentii suonare la sveglia.
Daniele mi consigliò di non preoccuparmi.
«Hai lavorato una vita intera», mi disse.
«Il corpo ti sta chiedendo riposo.»
Fu una sera di pioggia a cambiare tutto.
Ero tornata in cucina per prendere gli occhiali e lo vidi di spalle, accanto al piano di lavoro.
Teneva un flaconcino scuro sopra la mia tazza.
Ne lasciò cadere alcune gocce, poi lo infilò in tasca appena si accorse di me.
«Che cosa hai messo nella camomilla?»
«Niente, tesoro.
Un aroma particolare.»
Sorrideva, ma aveva le mani che tremavano.
Quella notte non bevvi.
Aspettai che si allontanasse, svuotai la tazza nel lavandino e la rimisi al suo posto.
Non gli dissi che da settimane avevo paura di addormentarmi.
Qualche giorno dopo mi svegliai per caso e lo trovai in piedi vicino al letto, con il telefono all’orecchio.
Parlava sottovoce, convinto che dormissi.
«Sì, continuo a farlo», sussurrò.
«Ma stiamo finendo il tempo.
Se andiamo avanti così, rischiamo di perderla.»
Chiusi gli occhi prima che si voltasse.
La mattina seguente mi comportai come sempre.
La sera, quando Daniele uscì un momento dalla cucina, travasai una parte della camomilla in un piccolo contenitore pulito che nascosi nella borsa.
Versai il resto nel lavandino e rimisi la tazza vuota al suo posto.
Il giorno dopo, appena andò in ufficio, consegnai il campione a un laboratorio privato di Bologna.
Due giorni dopo mi telefonarono.
«Signora Ferri, il dottore desidera parlarle di persona, il prima possibile.»
Ora ero seduta davanti a Bassi, con le dita aggrappate ai manici della borsa.
Il medico abbassò gli occhi sul referto e finalmente parlò.
«Nel campione è presente un farmaco sedativo appartenente alla famiglia delle benzodiazepine.
Non è un aroma, signora Ferri.
E dai sintomi che descrive temo che lei lo stia assumendo senza saperlo da parecchio tempo.»
Mi mancò il respiro.
«Può essere pericoloso?»
«Sì.
Deve essere visitata e non deve affrontare questa situazione da sola.
Il nostro esame è un primo indizio, non sostituisce gli accertamenti medici né quelli delle autorità.»
Poi il dottore si avvicinò alla finestra e guardò la strada.
Quando tornò a voltarsi aveva un’espressione diversa.
«Quell’auto nera davanti all’ingresso le sembra familiare?»
Mi avvicinai al vetro.
Riuscivo a distinguere la targa e un graffio sul paraurti anteriore.
Era l’auto di Daniele.
Per scoprire come fosse arrivato fin lì prima ancora che lo chiamassi, continua con la Parte 2.













