La fotografia del messaggio di Matteo rimase sul mio telefono per tutta la notte.
Lo lessi così tante volte che alla fine Sara me lo tolse dalle mani e lo posò a faccia in giù sul tavolo.
«Non sei tu a doverlo convincere», disse.
Aveva ragione.
Elisa aveva già inoltrato il contatto al maresciallo Ferri, e io non dovevo trasformare la paura di quel ragazzo in un’altra responsabilità da portare da solo.
Il mattino seguente mi limitai a mandare alla cameriera un messaggio: se aveva bisogno di essere accompagnata a rendere la sua dichiarazione, Sara avrebbe potuto farlo.
Non chiesi altro.
La notizia del video tagliato continuava però a inseguirmi.
Al distributore, un uomo mi riconobbe e indicò Rex senza avvicinarsi.
Disse che aveva visto un soldato picchiare un cliente per colpa di un cane.
Gli risposi che erano in corso degli accertamenti e me ne andai.
Non avevo voglia di discutere con uno sconosciuto, ma mi accorsi che le mani mi tremavano sul volante.
Sara guidò al posto mio fino a casa.
Rex, sdraiato sul sedile posteriore, seguì con gli occhi il movimento delle sue dita sul cambio.
Le poche volte in cui non riuscivo a riprendere fiato, era lui a ricordarmi che il tempo non si era fermato in Afghanistan.
Stavolta, però, non volevo chiedergli di occuparsi anche della mia vergogna.
Nel pomeriggio il maresciallo mi chiamò.
Non disse che la questione fosse risolta.
Disse soltanto che Matteo aveva accettato di portare il telefono in caserma e che la registrazione originale era stata acquisita.
Mi chiese di tornare per chiarire alcuni dettagli sulla posizione delle persone nel locale.
Quando arrivai, Matteo sedeva in fondo alla sala d’attesa.
Senza il giubbotto con la vipera sembrava molto più giovane.
Aveva un segno viola sul polso e teneva le mani intrecciate, come chi teme che qualcosa gli cada.
«Sei Giacomo, vero?» domandò.
Annuii, ma rimasi a distanza.
Non volevo che una frase detta per gratitudine diventasse un motivo per contestare la sua testimonianza.
«Non ho fatto niente per fermarli all’inizio», disse lui.
«Alla fine ti sei messo davanti a Rex.»
Scosse la testa.
«Dovevo farlo prima.»
Ferri uscì da una stanza e lo invitò a entrare.
Matteo si alzò, ma prima mi rivolse uno sguardo che conoscevo bene.
Era quello di chi ha scelto finalmente di parlare e ha già iniziato a temere le conseguenze.
La mia deposizione durò più di un’ora.
Dovetti raccontare ancora una volta la brocca, il pugno di Butch e il momento in cui avevo lasciato andare il suo braccio.
Ferri mi chiese perché avessi sganciato il guinzaglio di Rex.
«Perché potesse allontanarsi da lui senza trascinare il tavolo», risposi.
«Gli ho indicato un posto sicuro. Non gli ho dato un ordine di attacco.»
Il maresciallo annotò la risposta senza commentarla.
Quando gli parlai della frase sui tre minuti, non cercai scuse.
Dissi che ero stato provocato e che avevo reagito con parole che avrei voluto evitare.
Dissi anche che ciò non cambiava chi aveva tirato il primo pugno.
A casa mi aspettava un altro problema.
Lorenzo Bellini mi aveva lasciato tre chiamate perse.
Quando lo richiamai, la sua voce era più stanca della sera precedente.
«Mia figlia ha visto il filmato. Mi ha chiesto se alla trattoria può succedere di nuovo.»
«Ha parlato con Ferri?»
«Non ancora.»
Mi raccontò che da settimane Butch e i suoi uomini entravano nel locale senza consumare quasi nulla.
A volte occupavano i tavoli più grandi e mandavano via i clienti con le loro battute.
Poi erano arrivate le richieste di denaro: una somma ogni mese perché nessuno desse fastidio alla sua famiglia.
Lorenzo aveva creduto di poter resistere ignorandoli.
«Quando ho trovato il cavo tagliato, ho capito che la prossima cosa poteva non essere una telecamera», disse.
Non sapevo che cosa rispondere.
Lorenzo mi stava confidando una paura reale, ma non avevo il diritto di promettergli protezione che non potevo garantire.
Gli diedi il numero che Ferri mi aveva lasciato per comunicazioni urgenti e lo invitai a chiamare direttamente.
Quella sera Elisa venne a casa nostra con Sara.
Non volevamo parlare del caso davanti a persone che avrebbero potuto riferire ogni parola a qualcun altro, così restammo in cucina, con Rex addormentato sotto la finestra.
Elisa aveva gli occhi arrossati.
«Credevo che se avessi detto la verità avrebbero preso di mira me», confessò.
«Poi ho pensato a quanto sarebbe stato facile accusare il cane. Lui non può raccontare che cosa gli hanno fatto.»
Sara le versò un bicchiere d’acqua.
«Non devi dimostrare coraggio a nessuno. Devi dire solo quello che hai visto.»
Elisa annuì.
Disse che prima del mio arrivo aveva visto Nico armeggiare vicino al corridoio che portava all’ufficio di Lorenzo.
Non sapeva se fosse stato lui a tagliare il cavo, e nella dichiarazione aveva specificato proprio questo.
Mi colpì la cura con cui distingueva i fatti dai sospetti.
Era ciò che io stesso avevo faticato a fare quando ero spaventato.
Il giorno dopo Ferri ci comunicò che il filmato completo confermava una parte essenziale del racconto: l’acqua gettata su Rex, il primo pugno di Butch e la presenza delle armi.
La registrazione non cancellava ogni domanda, ma rendeva molto più difficile spacciare l’aggressione per una lite inventata da me.
Matteo, tuttavia, non si sentiva al sicuro.
Aveva spiegato agli investigatori che il video circolato online era stato tagliato da un membro del gruppo e che Butch aveva reagito con rabbia quando aveva scoperto della registrazione integrale.
Il ragazzo temeva soprattutto per sua madre, che viveva sola.
Pensai di nuovo ai sei uomini salvati da Rex e a quanto fosse diverso affrontare una minaccia quando sai che qualcuno dipende dalla tua decisione.
Sara mi trovò in giardino, intento a fissare il cancello.
«Non puoi sorvegliare tutte le porte», mi disse.
«Lo so. Ma non riesco a smettere di pensarci.»
Proprio allora Elisa chiamò.
Aveva ricevuto da Lorenzo una fotografia scattata davanti alla sua trattoria: sul vetro della porta qualcuno aveva tracciato una vipera con vernice nera.
Sotto il disegno comparivano quattro parole.
«Ritirate tutto. Entro venerdì.»
La registrazione aveva fatto emergere la verità, ma adesso qualcuno voleva costringere i testimoni a rimangiarsela.
Chi avrebbe trovato il coraggio di resistere?
Per scoprire come avrebbero affrontato quell’ultimatum, continua con la Parte 5.













