Il primo ad arrivarmi addosso fu quello con la stecca da biliardo.
Non ebbe bisogno di colpirmi per farmi capire quanto fosse pericolosa la situazione: bastò il rumore del legno che urtava una sedia.
Alle mie spalle c’erano Rex, una parete e un tavolo rovesciato.
Alla mia destra, due clienti anziani non riuscivano nemmeno ad alzarsi.
«Fuori tutti!» gridai.
Uno dei motociclisti rise, ma il ragazzo più giovane del gruppo smise di avanzare.
Teneva il telefono sollevato, come se fino a quel momento avesse pensato di riprendere uno scherzo.
La sua espressione cambiò quando vide la lama nella mano dell’uomo accanto a lui.
«Nico, mettila via», disse.
«Fatti gli affari tuoi, Matteo.»
Memorizzai quei nomi senza volerlo.
Era una vecchia abitudine: quando tutto diventava confuso, cercavo piccoli elementi certi.
Il tavolo vicino alla finestra era libero, la porta della cucina si apriva verso l’interno e la stecca era già sollevata.
Soprattutto, Rex aspettava ancora il mio ordine.
Mi spostai di lato e spinsi una sedia tra me e l’uomo con la stecca.
Il colpo spezzò lo schienale invece di raggiungermi.
Una scheggia di legno volò sopra il pavimento bagnato.
I due clienti anziani si rannicchiarono vicino alla parete.
«Andate verso la cucina», dissi loro.
Non volevo vincere una battaglia in una trattoria.
Volevo che nessuno finisse su un’ambulanza a causa della mia risposta a una provocazione.
Eppure l’idea di Sara mi attraversò la mente come un rimprovero.
Le avevo promesso che avrei riconosciuto il momento in cui andarsene era più importante che avere ragione.
Nico avanzò con il coltello.
Indietreggiai dietro un tavolo, tenendolo tra noi.
La punta mi sfiorò la manica quando lui cercò di raggiungermi oltre il bordo.
Sentii un bruciore sulla parte alta del braccio, poi vidi una linea rossa comparire sulla stoffa.
Non era profonda, ma bastò a riportarmi anni indietro.
Per un istante non ero più a Vicenza.
Avevo il sapore della polvere in bocca e il suono di una radio che gracchiava nomi senza ottenere risposta.
Poi Rex emise un piccolo lamento.
Guardai il suo muso e tornai nella stanza.
«Resta», ripetei piano.
La voce fu sufficiente a fermare anche me.
Non dovevo lasciare che un ricordo decidesse ciò che avrei fatto a un altro essere umano.
Quando l’uomo con la stecca riprovò a colpire, la sua arma urtò il telaio della porta della cucina.
Approfittai dello spazio per spingere il tavolo contro il gruppo, senza inseguire nessuno.
Da dietro il bancone la cameriera chiamava il numero di emergenza.
Sentii soltanto alcune parole: «Sei uomini», «coltelli», «Trattoria La Sosta».
Un uomo più anziano, che poi avrei conosciuto come Aldo, aveva sollevato il cellulare da sotto il tavolo.
Non stava registrando per curiosità.
Tremava tanto che quasi non riusciva a tenere l’inquadratura ferma.
Butch si rimise in piedi.
Aveva il giubbotto fradicio e uno sguardo diverso da prima: la risata gli era sparita dalla faccia.
«Adesso ti faccio vedere chi comanda qui.»
Si avvicinò a Rex.
Non verso di me, ma proprio verso il cane che non si era mosso di un centimetro.
Il cuore mi diede un colpo.
«Lascialo stare», dissi.
Butch allungò una mano verso la pettorina.
Io feci un passo, ma Matteo lo precedette, mettendosi tra il suo capo e Rex.
Non fu un gesto eroico.
Aveva il viso pallido e le mani aperte di chi cerca soltanto di impedire una sciocchezza irreparabile.
«Basta, Butch. Ci sono i carabinieri in arrivo.»
«Levati.»
Fu il rumore di una sirena, ancora lontana, a convincere tutti che il pomeriggio non poteva continuare come avevano immaginato.
Uno degli uomini scappò dalla porta sul retro.
Un altro abbassò il coltello e seguì il primo.
Quello con la stecca esitò, poi lasciò cadere il legno spezzato.
Butch fece per tornare verso di me, ma Matteo gli afferrò una manica.
Non sentii che cosa gli disse.
Vidi soltanto Butch voltarsi di scatto e colpirlo con una spinta al petto.
Il ragazzo urtò una sedia e il telefono gli scivolò quasi di mano.
I carabinieri entrarono pochi istanti dopo.
Ci ordinarono di separarci e di mostrare le mani.
Obbedii immediatamente.
Mi inginocchiai accanto a Rex, gli riagganciai il guinzaglio e mi lasciai controllare senza protestare.
L’ultima cosa di cui avevo bisogno era offrire un’altra ragione per temere la mia presenza.
Un militare osservò il sangue sulla mia manica.
«È stato ferito?»
«Una ferita lieve. Prima guardate gli altri.»
Il collega accompagnò fuori i due clienti anziani.
La cameriera emerse da dietro il bancone, ancora con il telefono tra le dita.
Si chiamava Elisa.
Continuava a guardare la porta della cucina, forse per paura che qualcuno vi rientrasse.
Butch parlò per primo.
«Questo ci ha aggrediti. Ha dato ordini al cane e ci ha minacciati.»
«Il cane non si è mosso», disse Elisa.
Butch le rivolse uno sguardo che la fece tacere.
Notai quel silenzio più di qualsiasi insulto.
Avevo già visto uomini usare la paura come se fosse un diritto.
Il proprietario della trattoria arrivò dal retro con il volto segnato dalla stanchezza.
Disse di chiamarsi Lorenzo Bellini.
Quando un carabiniere gli chiese delle telecamere, abbassò gli occhi.
«La registrazione non c’è», rispose.
«Perché?»
«Non lo so. Stamattina funzionavano.»
Elisa chiuse le dita sul bordo del bancone.
Vidi che voleva dire qualcosa, ma Lorenzo le lanciò un’occhiata e lei si fermò.
Dopo che mi ebbero preso i dati, fui invitato a farmi medicare e a rendere una dichiarazione dettagliata.
Fuori, Rex si strinse alla mia gamba, finalmente lontano dal pavimento bagnato.
Pensai che il peggio fosse passato.
Elisa mi raggiunse prima che salissi in macchina.
Guardò la pattuglia, poi la finestra del locale.
«Signor Rinaldi, quegli uomini non sono venuti qui per caso», sussurrò.
«Ieri hanno chiesto soldi a Lorenzo. E questa mattina qualcuno ha tagliato il cavo delle telecamere.»
Se aveva ragione, la brocca d’acqua era stata soltanto l’inizio di qualcosa che non riguardava più soltanto Rex.
E io dovevo decidere se restare un testimone oppure tornare sulla strada come avevo previsto.
Per capire perché Lorenzo avesse paura di parlare, continua con la Parte 3.













