L’ultima nota cominciava senza un saluto.
«Giorno 26. Papà, non riesco a dormire. Mi fa male il braccio quando muovo le dita. Dario dice che non devo togliere il nastro perché sotto è brutto. Ho paura di fare una cosa sbagliata anche se resto fermo. Martedì mi hanno lasciato nel capanno e ho sentito la mamma parlare dalla finestra. Non so se mi ha sentito chiamarla. Io l’ho sentita. Se vieni a casa, per favore non dire che ho scritto queste cose. Non voglio che si arrabbino con te.»
Lessi quelle righe tre volte.
Il telefono mi pesava in mano più della valigia da lavoro.
Non c’era scritto che mio figlio era arrabbiato con me, né che voleva un giocattolo nuovo.
Aveva paura che qualcuno facesse del male anche a suo padre.
Sotto la nota c’era la data, scritta dall’apparecchio.
Mi venne voglia di svegliare Brenda, mostrarle lo schermo e pretendere una risposta.
Invece mi sedetti sul pavimento dello studio e cominciai a leggere dall’inizio.
All’inizio Filippo raccontava cose normali.
Aveva preso un bel voto in matematica.
Il geco aveva mangiato due grilli.
Il vicino aveva potato il pesco oltre la rete.
Alla settima sera compariva Dario.
«L’amico della mamma si siede sulla tua poltrona. Dice che ormai può usarla.»
Al giorno nove, i due figli di Dario dormivano sul nostro divano.
Al giorno undici, Filippo scriveva che aveva smesso di fare le videochiamate perché, quando mi sentiva parlare, gli veniva da piangere.
«La mamma dice che se piango tu torni dal mare e perdi il lavoro. Non voglio che perdi il lavoro.»
Fino a quel momento avevo pensato che Brenda mi stesse nascondendo una relazione.
Leggendo, capii quanto fosse piccola quella preoccupazione rispetto al resto.
Il giorno sedici raccontava di aver dovuto lavare i piatti mentre gli altri guardavano un film.
Il diciannove aveva chiesto di andare a letto e Dario gli aveva risposto che chi viveva lì senza aiutare era un peso.
Non sapevo quanto fosse vero, quanto mancasse e che cosa Filippo avesse lasciato fuori per paura.
Sapevo soltanto che non avrei chiesto a lui di dimostrare tutto in una mattina.
Feci una fotografia dello schermo con il mio telefono.
Poi ne feci altre, senza modificare o cancellare nulla dall’apparecchio vecchio.
Il cavo di ricarica restò collegato, e misi entrambi i telefoni nella borsa da lavoro.
Avevo imparato sulla piattaforma a non alterare un incidente prima dell’ispezione.
Adesso quella precauzione riguardava mio figlio.
Filippo era sveglio quando entrai nella sua stanza.
Era seduto sotto il piumone, con la schiena contro il muro.
«Papà, posso chiederti una cosa?»
«Certo.»
«Devo ancora preparare la colazione per loro?»
Mi chinai, cercando di mantenere ferma la voce.
«No. Dario e i suoi figli sono andati via. Non devono più farti cucinare né decidere dove dormi.»
Lui annuì, ma non sembrò convinto.
«E se torna?»
«Non lo lascerò entrare. Oggi andiamo a far vedere il braccio a un medico.»
Si nascose ancora di più sotto il piumone.
«Mi sgrideranno perché ho messo il nastro?»
«Nessuno ti sgriderà. Hai provato a curarti da solo perché non c’era un adulto che ti aiutasse. Non avresti dovuto trovarti in quella situazione.»
Non toccai la fasciatura.
Lo accompagnai in bagno a lavarsi il viso, gli preparai pane tostato e latte, poi telefonai al pronto soccorso pediatrico per spiegare che aveva una possibile ustione e che il braccio era rimasto coperto con nastro adesivo.
Mi indicarono di portarlo subito a una valutazione, senza tentare di rimuovere il nastro a casa.
Brenda comparve sulla porta mentre cercavo le chiavi.
«Dove pensi di portarlo?»
«A farlo visitare.»
«Per una scottatura? Davide, sei ridicolo.»
«Ha dolore quando muove le dita.»
Per la prima volta guardò davvero il braccio di Filippo.
Non chiese come stesse.
Chiese invece: «Che cosa ti ha raccontato?»
Filippo abbassò la testa.
Mi spostai fra loro due senza alzare la voce.
«Non deve rispondere adesso. Vado con lui.»
In ospedale un’infermiera tagliò con cura il nastro, proteggendo la pelle sottostante.
Un medico esaminò l’ustione, verificò la circolazione e la sensibilità delle dita e ci spiegò che la medicazione improvvisata aveva irritato ulteriormente la ferita.
Servivano cure adeguate e controlli.
Quando gli chiese come fosse successo, Filippo fissò il pavimento.
«Non ricordo bene.»
Il medico non insistette.
Gli disse che poteva parlare quando si fosse sentito pronto e mi fece alcune domande separatamente, annotando ciò che avevo visto la sera precedente.
Gli mostrai le fotografie del nastro prima che fosse rimosso e spiegai perché temevo un maltrattamento.
Mi parlò della necessità di attivare i percorsi di tutela per un minore e di documentare le lesioni.
Uscimmo con una medicazione pulita, le indicazioni per la terapia e un appuntamento di controllo.
Filippo camminava vicino a me stringendo una bustina di biscotti ricevuta dall’infermiera.
All’ingresso mi domandò se avremmo incontrato la mamma.
«Per ora staremo insieme», risposi.
«Prima voglio che tu sia al sicuro.»
Telefonai a mia sorella Giulia, che abitava poco distante, e le chiesi se potevamo passare da lei.
Non raccontai dettagli davanti a Filippo.
Quando arrivammo, lei aprì la porta e portò subito una sedia in cucina perché il bambino potesse sedersi senza sentirsi osservato.
Prima che Filippo entrasse nella stanza con Giulia, gli mostrai il vecchio telefono senza aprire le note davanti a lui.
«L’ho trovato nello studio. È quello su cui scrivevi?»
Lui si irrigidì.
«Mi avevi detto che potevo scriverti quando non riuscivamo a chiamarci.»
Ricordai quella conversazione.
Gli avevo spiegato che anche una lettera mai spedita può aiutare a mettere ordine nella testa.
Non avevo mai immaginato che avrebbe preso quelle parole alla lettera, sera dopo sera, mentre io credevo fosse già addormentato.
«Non devi raccontarmi tutto oggi», gli dissi.
«Se vuoi, il telefono lo tengo io al sicuro. E quando vorrai rileggerlo, lo faremo insieme.»
Mi scrutò, come se cercasse una trappola in una promessa troppo semplice.
«Non lo cancelli?»
«No. È tuo. Non cancello niente.»
Allora annuì e seguì Giulia.
Quella fu la prima volta, da quando ero rientrato, che lo vidi attraversare una stanza senza guardare prima verso la porta.
Mentre lui disegnava con le matite di sua figlia, ricevetti un messaggio da Brenda.
«Dario dice che gli hai fatto fare la figura del mostro. Ridammi il vecchio telefono di Filippo. È roba di casa nostra.»
Fissai quelle parole.
Non le avevo detto di aver trovato il telefono.
E Filippo non poteva averglielo comunicato.
Chi aveva avvisato Brenda dell’esistenza delle note, e quanto sapeva Dario di quei ventisei messaggi?
Per capire chi cercava di riprendersi il telefono di Filippo, continua con la Parte 3.













