Il mattino seguente Anita ricevette una risposta alla sua richiesta di contatto.
Marta aveva accettato di parlare con lei, ma non voleva vedermi.
Per alcune ore rimasi nell’ufficio dell’avvocata, davanti a una finestra che dava su un cortile di cemento, chiedendomi se avessi il diritto di pronunciare ancora il nome della mia ex moglie.
Avevo avuto quasi un anno per ascoltarla.
Lo avevo usato per cancellarla dalla mia vita.
«Non la costringa a incontrarla», disse Anita.
«Mi ha autorizzata a riferirle soltanto che i bambini sono al sicuro e che desidera conoscere la provenienza dei documenti.»
«Le hai detto della terza bambina?»
«Le ho detto che abbiamo trovato elementi sui quali chiedere accertamenti. Non le ho promesso che sia viva.»
Quell’ultima frase era un limite necessario.
Da quando avevo letto il registro, avevo immaginato una culla, un viso, forse un altro ciuffo biondo.
Non potevo trasformare la mia speranza in un’altra violenza contro Marta.
Anita fece acquisire in modo formale le copie ottenute da Serra e presentò una segnalazione alla procura competente.
L’investigatore accettò di consegnare il telefono con cui aveva ricevuto i pagamenti e le istruzioni.
Quando gli domandai perché si fosse deciso a collaborare, rispose: «Perché ho visto la stessa fotografia di quei bambini che ha visto lei».
Non gli dissi che il pentimento non era ancora una riparazione.
Lo sapevo fin troppo bene.
Nel pomeriggio Marta cambiò idea su una cosa.
Accettò un incontro di venti minuti, in una stanza messa a disposizione da un’associazione di sostegno alle famiglie.
Non ci sarebbero stati uomini armati, autisti o fotografi.
Anita sarebbe rimasta presente.
Arrivai per primo.
Sul tavolo c’era una scatola di fazzoletti e una brocca d’acqua.
Marta entrò con la stessa borsa di tela che avevo visto sulla strada, ma senza i bambini.
Aveva raccolto i capelli in fretta e le mani le tremavano appena mentre si sedeva.
Non provai ad avvicinarmi.
«Dove sono Noè e Luca?» chiesi.
«Con una persona di cui mi fido. Non ti dirò dove.»
«Hai ragione.»
Lei mi osservò come se quella risposta fosse più sospetta di una minaccia.
«Che cosa vuoi, Ruggero?»
Le mostrai soltanto il fascicolo preparato da Anita.
«Ho scoperto che le fotografie erano false. I trasferimenti bancari non sono mai esistiti. E la collana non era nella tua valigia.»
Marta abbassò lo sguardo sul foglio, ma non lo toccò.
«Te l’avevo detto.»
«Lo so.»
«No. Adesso lo sai. Allora hai deciso che la mia parola valeva meno di quella di chiunque altro.»
Non cercai una scusa.
Avrei potuto parlare delle pressioni, degli affari, degli uomini che mi circondavano.
Sarebbe stato un altro modo di sottrarmi alla responsabilità.
«Ti ho cacciata quando avevi bisogno di aiuto», dissi.
«E non sono venuto a chiederti di perdonarmi.»
Lei serrò le labbra.
«Quando ho scoperto di essere incinta, dormivo nella stanza sul retro di una lavanderia. Avevo telefonato a un tuo collaboratore, perché non sapevo se avrei potuto permettermi una visita. Mi dissero che non volevi essere disturbato.»
Ricordai quel collaboratore.
Gedeone Pica aveva gestito per anni la sicurezza della villa e i messaggi indirizzati a me.
Avevo consegnato a lui perfino la possibilità che Marta mi raggiungesse.
«Erano tre», continuò Marta, così piano che quasi non la sentii.
«L’ho saputo alla prima ecografia completa. Erano piccoli, ma sentivo già di doverli proteggere tutti.»
Le mani le scivolarono in grembo.
«Sono nati troppo presto. Noè piangeva. Luca non voleva respirare bene. La piccola era la più fragile.»
«L’hai vista?»
«Per pochi istanti. Aveva una mano aperta contro il vetro dell’incubatrice. Un’infermiera disse che l’avrebbero trasferita a Napoli, dove c’erano attrezzature migliori. Mi promisero che avrei potuto raggiungerla appena mi fossi ripresa.»
Marta si interruppe e prese un respiro.
«La mattina dopo mi dissero che era morta durante il trasporto. Non mi mostrarono un referto completo. Quando chiesi di vederla, sostennero che le procedure fossero già state avviate altrove.»
«Ti hanno consegnato un certificato?» domandò Anita.
«Una lettera. Ho provato a richiamare il numero indicato, ma non rispondeva nessuno. La direzione della clinica disse che il mio caso era stato affidato all’amministrazione. Avevo due neonati in difficoltà e nessun denaro per un avvocato.»
Per la prima volta Marta cominciò a piangere.
Non era un pianto rumoroso.
Si asciugò in fretta gli occhi, come chi si vergogna di concedersi anche quel tempo.
«L’avevo chiamata Livia», disse.
«Non era ancora scritto da nessuna parte. Ma era il suo nome.»
Provai a ripeterlo senza far uscire la voce.
Livia.
Una figlia alla quale avevano tolto perfino la certezza di essere esistita.
Anita spiegò che il registro mostrava un trasferimento con un consenso attribuito a me, e che stavamo verificando la destinazione effettiva.
Marta si irrigidì.
«Hai firmato tu?»
«No. Non sapevo del parto. Posso dimostrare dov’ero quel giorno.»
«Anche allora dicevi di poter dimostrare tutto», rispose.
La sua diffidenza era la cosa più ragionevole in quella stanza.
Al termine dell’incontro, Marta consegnò ad Anita la lettera originale ricevuta dalla clinica.
Sul retro aveva scritto a penna una data e il nome dell’infermiera che aveva accompagnato l’incubatrice: Elena Sarti.
Era un dettaglio piccolo, ma verificabile.
Anita promise di farlo controllare senza esporla inutilmente.
Quella sera arrivò la prima risposta ufficiale sul trasporto.
L’ambulanza era partita diretta a Napoli, ma dopo ventidue minuti un operatore aveva modificato il percorso verso una struttura privata nel Salernitano.
La richiesta risultava inoltrata da un recapito collegato alla villa Bellandi.
Accanto alla modifica compariva una nota: «Autorizzazione del rappresentante familiare».
Quando lessi il nome dell’utenza autorizzata, riconobbi il numero del vecchio ufficio personale di Clara.
Non era ancora la prova che avesse preso mia figlia.
Era la prova che qualcuno molto vicino a lei aveva spostato una neonata senza il consenso di sua madre.
In quel momento mi telefonò il responsabile della sicurezza della villa.
Mi disse che Clara aveva chiesto di ritirare un vecchio archivio dai locali amministrativi.
Gli ordinai di non toccare nulla e di mettere ogni documento a disposizione dell’avvocata tramite le procedure previste.
Non gli dissi ciò che sospettavo.
Per anni avevo creduto che il pericolo arrivasse sempre da fuori dei miei cancelli.
Ora temevo soprattutto ciò che poteva sparire dall’interno, prima che qualcuno riuscisse a fermarlo.
Quell’utenza conduceva a un ufficio della mia stessa villa, ma non sapevo ancora chi avesse dato l’ordine.
Per capire dove portava davvero quel numero, continua con la Parte 4.













