Il lunedì mattina mamma mi aspettava già vestita, con la cartellina beige sulle ginocchia.
Non aveva dormito molto, ma aveva deciso una cosa: sarebbe stata presente a ogni telefonata e avrebbe parlato personalmente con chiunque avesse organizzato quella visita.
Cominciammo dall’agenzia immobiliare.
La donna che rispose cercò il nominativo nel computer e confermò un appuntamento per mercoledì.
Era stata richiesta una valutazione indicativa dell’appartamento, senza alcun incarico di vendita firmato.
Come recapito era stato indicato il numero di Andrea.
«Sono Teresa, la proprietaria», disse mamma, dopo che le passai il telefono.
«Non ho chiesto nessuna valutazione. Per favore annullate l’appuntamento e annotate che per la mia casa dovete parlare soltanto con me.»
La donna si scusò.
Spiegò che un familiare può domandare informazioni generali, ma che nessuna vendita sarebbe potuta procedere senza le necessarie verifiche e il consenso del proprietario.
Mamma la ringraziò e chiuse la chiamata con un respiro più regolare.
Non aveva perso la casa.
Qualcuno, però, stava organizzando il suo futuro senza coinvolgerla.
«Da quando Andrea vuole vendere?» le chiesi.
«Da mesi. Dice che l’appartamento è troppo grande. Io gli ho detto che qui conosco ogni rumore e ogni vicino.»
Si alzò e aprì il cassetto della credenza, quello dove conservava i quaderni delle spese.
Ne prese uno a copertina rossa.
Su ogni pagina c’erano date, cifre, piccoli appunti: bollette pagate, visite mediche, compleanni e cose da comprare al mercato.
Sfogliò fino all’inverno precedente.
«Guarda qui.»
Accanto a una data aveva scritto: «Bonifico Andrea, 14.000 euro. Prestito, restituzione quando può».
Mamma mi raccontò che il laboratorio di riparazioni di mio fratello attraversava un periodo difficile.
Lui le aveva chiesto denaro per coprire alcune spese urgenti e lei aveva accettato, chiedendogli soltanto di non nasconderle gli altri problemi.
Non ne aveva parlato con me perché non voleva metterci una contro l’altro.
«Non mi vergogno di averlo aiutato», precisò.
«Mi vergogno del fatto che abbia pensato di non potermelo più chiedere guardandomi in faccia.»
Sul quaderno trovammo altri appunti.
Andrea le aveva suggerito di trasferirsi in un appartamento più piccolo e, nelle ultime settimane, aveva cominciato a domandarle se dimenticasse di chiudere il gas o di prendere le medicine.
Mamma aveva risposto di no.
Lui, tuttavia, le ripeteva che vivere da sola non era più prudente.
Niente di tutto questo provava quale uso volesse fare dei filmati.
Ma il disegno che emergeva mi inquietava.
«Prima sistemiamo ciò che possiamo controllare», dissi.
Chiamammo un fabbro.
Mamma mostrò il documento necessario e chiese di sostituire il cilindro della porta d’ingresso, perché aveva consegnato una copia delle chiavi a una persona della quale non si fidava più.
L’uomo ci diede le nuove chiavi e lei ne tenne due, chiedendomi di conservare la terza soltanto per le emergenze.
Mise una targhetta sul suo mazzo, come faceva da sempre.
Il suo gesto era meticoloso, tranquillo.
Mi domandai quante volte avevo confuso il dolore del lutto con una perdita di lucidità.
Nel pomeriggio andammo alla stazione dei carabinieri.
Mamma insistette per raccontare per prima l’accaduto.
Io mostrai le fotografie e spiegai perché avevo staccato la lampada dalla corrente.
Portammo con noi l’oggetto, senza avere aperto o tentato di leggere il dispositivo nascosto.
L’appuntato prese nota dei fatti, delle parole di Andrea e del fatto che Teresa non aveva acconsentito a essere ripresa nella propria abitazione.
Ci illustrò come formalizzare la segnalazione e quali verifiche sarebbero potute seguire.
Non promise risultati né ci disse che bastasse la presenza della telecamera per conoscere già tutte le responsabilità.
Ci raccomandò di non manomettere il dispositivo e ci spiegò come conservarlo integro, rendendolo disponibile per eventuali accertamenti.
Mamma annotò anche quelle indicazioni nel quaderno, accanto al numero di riferimento della segnalazione.
Fu un sollievo, dopo tanto tempo, essere ascoltate senza che qualcuno interrompesse mamma a metà frase.
Quando l’appuntato le chiese se ricordasse quando aveva notato la spia verde, Teresa rispose con il giorno e perfino con il programma televisivo che stava guardando.
Poi spiegò una cosa che non mi aveva mai detto.
«Una notte ho coperto la lampada con un asciugamano», disse.
«La mattina dopo Andrea mi ha telefonato dicendo che facevo cose strane. Ha chiesto perché coprissi gli oggetti in soggiorno.»
Il silenzio che seguì fu diverso dai silenzi a casa.
Nessuno rise.
Nessuno parlò della sua età.
L’appuntato aggiunse quell’episodio alle informazioni raccolte.
Uscimmo quando cominciava a fare buio.
Mamma desiderava passare in banca il giorno successivo, per verificare insieme a un impiegato gli accessi ai suoi conti e le disposizioni attive.
Non voleva che controllassi io al posto suo.
Voleva capire quali precauzioni scegliere.
Davanti alla fermata dell’autobus, il mio telefono squillò.
Era Andrea.
Non risposi immediatamente.
Mamma guardò il nome sullo schermo.
«Metti il vivavoce», disse.
Andrea parlò senza salutare.
«Mi hanno detto che hai annullato il sopralluogo. Sei stata tu, Francesca?»
«Sono stata io», intervenne mamma.
Lui rimase muto.
Poi domandò se fossimo andate dalla polizia.
Teresa non raccontò ogni dettaglio.
Si limitò a dire che aveva chiesto aiuto e che, da quel momento, avrebbe deciso lei chi entrare nella sua casa.
«Mamma, non capisci quanto sia grave la situazione», disse Andrea.
«Allora spiegamela, senza guardarmi da una telecamera.»
Mio fratello respirò forte.
«Non posso dirtelo per telefono.»
«Va bene. Domani ci vediamo in un posto che scelgo io.»
Chiudemmo la chiamata.
Solo allora mamma mi confessò che Andrea, qualche settimana prima, le aveva chiesto di firmare una delega per occuparsi dei suoi documenti e che lei aveva rifiutato.
Non ricordava esattamente come fosse intitolato il modulo, ma sapeva di non aver apposto la sua firma.
«Non penserai che abbia fatto qualcosa con una firma falsa?» domandò, leggendo la paura sul mio viso.
«Non lo sappiamo», dissi.
«E non voglio inventare altri fatti. Domani gli chiederemo che cosa voleva da te.»
Mamma infilò il quaderno rosso nella borsa.
Sapevo che avrebbe portato anche quello all’incontro.
E sapevo che Andrea non avrebbe più potuto parlare della sua memoria senza che lei gli chiedesse conto della propria.
Per capire che cosa Andrea temesse davvero di perdere, leggi la Parte 4.













