«Non la tocchi», disse mamma.
La sua voce non era alta, ma fu sufficiente a fermare Andrea a metà del movimento.
Non l’avevo mai sentita parlare così a suo figlio.
Lui guardò prima lei, poi me, come se stesse cercando la frase capace di cancellare ciò che avevamo visto.
«È una telecamera di sicurezza», rispose finalmente.
«L’ho messa io. Volevo controllare che mamma stesse bene quando era sola.»
«Allora perché non gliel’hai detto?» chiesi.
«Perché avrebbe reagito esattamente in questo modo.»
Mamma lasciò cadere il fazzoletto sul divano.
«Io ti ho chiesto se qualcuno mi guardava. Mi hai risposto che avevo le idee confuse.»
Andrea si passò una mano sulla fronte.
«Non volevo spaventarti.»
«Ma mi hai spaventata», replicò lei.
«Mi hai fatto credere che non potessi fidarmi dei miei occhi.»
Tenevo ancora il piedistallo fra le mani.
Sul mobile c’era il mio telefono e, senza avvicinare le dita al dispositivo nero, scattai alcune fotografie alla telecamera, alla sua posizione e al cavo che scendeva all’interno della lampada.
Poi feci una breve ripresa dell’intero soggiorno, per ricordare dove fosse collocata.
Non sapevo quali immagini potessero essere utili, ma sapevo che Andrea voleva portar via l’oggetto prima che potessimo ragionare.
«Basta fotografie», disse.
«Non cancellerò niente.»
Andrea abbassò la voce.
«Francesca, possiamo discuterne da soli?»
«No», rispose Teresa prima di me.
«Parlate qui. La casa è mia e riguarda me.»
Andrea esitò, poi indicò il dispositivo.
«Ha anche un collegamento al telefono. Se mamma fosse caduta, me ne sarei accorto.»
«Seduta sul divano?» domandai.
«La telecamera guarda il divano, non il corridoio o la porta del bagno.»
Lui non rispose.
Mamma si avvicinò al mobile, ma rimase a distanza.
«Potevi chiedermi di mettere un campanello d’emergenza. Potevi chiamarmi.»
«Tu dici sempre che non hai bisogno di niente.»
«Perché non ho bisogno di essere spiata.»
Lo vidi stringere il telefono nella tasca dei pantaloni.
Un particolare tornò a galla: quando ero arrivata, Andrea stava controllando proprio quello schermo.
Non potevo sapere che cosa stesse guardando, e non volevo costruire accuse su una coincidenza.
Gli chiesi invece una cosa semplice.
«Da quanto tempo puoi vedere e ascoltare mamma?»
«Da quando ho portato la lampada.»
«Anche quando non sei qui?»
«Sì.»
«E le hai sentito parlare con la fotografia di papà.»
L’espressione di Andrea cambiò.
Non negò.
Mamma si portò una mano alla bocca.
Per giorni aveva pensato di aver raccontato per sbaglio quella confidenza, o di essersela immaginata.
Adesso il suo ricordo aveva finalmente un posto preciso nella realtà.
«Mi hai ascoltata mentre piangevo per tuo padre», disse.
Andrea abbassò gli occhi.
Appoggiai la lampada sul tavolo, vicino a una presa, facendo attenzione a non spostare il dispositivo fissato al sostegno.
Chiesi a mamma se voleva interrompere subito il possibile collegamento.
Annuì senza esitazione.
Staccai la spina afferrando la parte isolata e lasciai tutto com’era, con il paralume posato accanto.
Avremmo chiesto come conservare l’oggetto senza danneggiare eventuali dati.
«La porto via», disse Andrea.
«Non sei tu a decidere», rispose mamma.
«L’hai portata qui senza chiedermelo. Adesso resta qui finché non sapremo cosa farne.»
Mio fratello si avviò verso la porta, poi tornò sui suoi passi.
«Almeno datemi il telefono un attimo. Posso disattivare l’applicazione.»
«Il tuo telefono puoi disattivarlo tu», dissi.
«La lampada rimane.»
Lui mi fissò, furioso.
«Stai trasformando una precauzione in un crimine.»
«Sto cercando di capire perché hai mentito.»
Dopo un lungo silenzio, Andrea uscì senza salutare.
La porta si richiuse piano.
Mamma aspettò qualche secondo prima di sedersi.
Sembrava stanca come dopo un viaggio, ma quando le suggerii di riposare scosse la testa.
«Non voglio che anche questa storia venga liquidata come stanchezza.»
Restai con lei.
Scrivemmo su un foglio la data in cui aveva ricevuto il regalo, le notti in cui aveva visto il punto verde, le frasi pronunciate da Andrea e ciò che lui aveva appena ammesso.
Lasciai che fosse mamma a ricostruire gli episodi: aveva una memoria sorprendentemente precisa delle piccole cose che noi avevamo ignorato.
Annotò persino il martedì in cui aveva tentato di spostare la lampada.
«E adesso?» mi chiese.
«Domani possiamo chiedere consiglio ai carabinieri, se lo vuoi. E chiamare qualcuno per cambiare la serratura. Andrea ha ancora una chiave?»
«Una copia. Gliel’ho data dopo il funerale di papà.»
Mi guardò a lungo.
«Non voglio perdere anche mio figlio. Ma non voglio più avere paura di stare sul mio divano.»
Le dissi che non doveva scegliere nulla quella sera.
Preparai una tisana e rimasi mentre lei telefonava a una sua amica, raccontando semplicemente che non si sentiva bene da sola.
Non cercò di spiegare la telecamera.
Voleva soltanto sentire una voce che non la contraddicesse.
Più tardi mamma mi chiese di dormire nella vecchia camera che usavo quando andavo ancora a scuola.
Non perché avesse paura di restare da sola in casa, spiegò, ma perché voleva qualcuno vicino mentre metteva ordine fra i suoi ricordi.
Mi raccontò che, il sabato precedente, Andrea aveva fotografato l’ingresso e il corridoio con il cellulare.
Le aveva parlato di un possibile intervento sul pavimento, anche se non c’era nulla da riparare.
Lei non aveva insistito, per timore di sentirsi ripetere che faceva domande inutili.
«È questo che mi fa più male», disse.
«A forza di non voler litigare con mio figlio, ho smesso di chiedere spiegazioni nella mia casa.»
Le risposi che l’indomani le avremmo chieste insieme, ma lasciando decidere a lei quali risposte accettare.
Quando andai in cucina a prendere le tazze, trovai sul ripiano una cartellina beige che ricordavo di aver visto sotto il braccio di Andrea entrando.
Non era chiusa.
Sulla prima pagina compariva il nome di un’agenzia immobiliare e l’indirizzo completo di casa di mamma.
Sotto, in un riquadro, qualcuno aveva scritto a penna: «Sopralluogo mercoledì, ore 11».
Portai il foglio a Teresa.
Lei lo lesse due volte, con gli occhiali calati sul naso.
«Non ho messo in vendita niente», disse.
Compresi che la telecamera poteva essere soltanto una parte di ciò che Andrea aveva preparato.
Ma prima di chiamarlo, dovevamo scoprire chi avesse fissato quell’appuntamento e perché.
Chi aveva deciso di valutare una casa senza avvertire la proprietaria? Per seguire questa domanda, continua con la Parte 3.













