La mattina seguente non entrai nell’ufficio di mio padre.
Andai da Giulia, in un appartamento al secondo piano di una palazzina a Sesto Fiorentino.
Avevo chiesto il permesso prima di presentarmi e lei aveva accettato a una condizione: niente domande davanti alle bambine senza averne parlato insieme.
Ad aprirmi fu Valentina.
Portava un paio di calzini diversi e stringeva un quaderno di matematica.
«Sei quello del bottone», disse.
«Sì. Posso entrare?»
«La mamma ha detto di sì. Ma Sofia è ancora arrabbiata con te perché ieri hai gridato.»
Mi sentii arrossire.
«Ha ragione. Puoi dirle che mi dispiace?»
«Glielo devi dire tu.»
Entrai in una casa piccola, piena di oggetti usati ogni giorno: scarpe sotto l’attaccapanni, disegni sul frigorifero, una tazza con il manico scheggiato.
Sul tavolo c’erano due astucci identici, segnati con iniziali diverse.
L’idea che avessi cercato due tombe mentre loro imparavano a scrivere il proprio nome mi fece mancare l’aria.
Giulia mi indicò la cucina.
Sofia ci raggiunse con un’espressione seria.
«Mi dispiace di averti spaventata ieri», le dissi.
«Non ero spaventata. Ero arrabbiata perché quel signore ha fatto piangere Valentina.»
«Hai fatto bene a difenderla. Anche io avrei dovuto parlare più piano.»
Sofia valutò la risposta, poi si sedette accanto alla sorella.
Giulia preparò loro la colazione e aspettammo che Anna le accompagnasse a scuola.
Solo dopo iniziammo a ricostruire la notte che aveva cambiato tutto.
Giulia era entrata in ospedale con quasi un mese di anticipo.
Io mi trovavo a Ginevra per una trattativa che Lorenzo mi aveva chiesto di seguire all’ultimo momento.
Quando ero rientrato a Firenze, mio padre mi aveva fermato nel corridoio del reparto e aveva detto che le bambine non ce l’avevano fatta.
Mi aveva mostrato una copia parziale di una comunicazione clinica, con una data, due numeri e la parola «decesso».
Non c’erano nomi leggibili.
Avevo chiesto di entrare, ma Giulia era stata trasferita in un altro reparto e nessuno del personale poteva darmi informazioni senza la sua autorizzazione.
Eravamo compagni, non sposati.
In quel momento non risultavo ancora registrato come padre.
«Io ero in terapia intensiva», disse Giulia.
Aveva avuto un’emorragia dopo il parto e per due giorni non aveva potuto vedere neppure lei le figlie.
Quando si era ripresa, Lorenzo le aveva mostrato la mia presunta rinuncia.
Le aveva detto che avrei contestato qualsiasi richiesta di riconoscimento, sostenendo che non ero il padre.
Aveva aggiunto che con due neonate premature, senza reddito stabile e senza una casa intestata a lei, avrebbe avuto seri problemi a difendersi.
«Era una minaccia, non una sentenza», dissi.
«Adesso lo so. Allora riuscivo a malapena ad alzarmi dal letto.»
Anna aveva aiutato Giulia a trovare un alloggio e a riportare a casa le bambine dopo le settimane di cure neonatali.
Nessuno aveva falsificato la loro nascita all’anagrafe: Sofia e Valentina erano state registrate con il cognome Moretti e il nome della madre.
Il falso riguardava ciò che era stato mostrato a noi due, non i registri pubblici.
Una differenza che per nove anni nessuno aveva avuto occasione di spiegarmi.
Le raccontai allora delle mie ricerche.
Avevo chiamato le amiche che conoscevo, visitato l’appartamento dove vivevamo e incaricato un investigatore di rintracciarla.
Il contratto d’affitto era stato chiuso, il suo vecchio numero non esisteva più e la famiglia di Giulia si era rifiutata di parlarmi, convinta che io l’avessi abbandonata.
Una volta avevo spedito una lettera all’ultimo indirizzo trovato: era tornata indietro con la dicitura «destinataria sconosciuta».
Non mi ero fermato subito.
Mi ero fermato quando avevo cominciato a temere che continuare a cercarla significasse ignorare una decisione che lei aveva preso davvero.
«Perché non sei venuta da me direttamente?» chiesi.
Giulia si strinse le mani.
«Ti ho scritto alla villa, poi al tuo ufficio. Una volta sono andata anche alla sede della fondazione. Mi hanno detto che avevi dato ordine di non ricevermi. Poi ho ricevuto quella lettera con la tua firma.»
Aveva conservato le copie di alcune lettere, non tutte.
In quelle pagine non c’era una richiesta di soldi.
Mi raccontava che Sofia aveva il sonno leggero, che Valentina si calmava ascoltando una ninna nanna, che entrambe stavano imparando a camminare.
Alla fine di una lettera aveva scritto soltanto: «Se non vuoi me, almeno sappi che loro ci sono.»
Lessi la frase tre volte.
«Ti ho cercata», riuscii a dire.
«Lo credo più di ieri. Ma ho paura di credere troppo in fretta.»
Quell’onestà mi fece più male di un’accusa.
Non potevo pretendere che nove anni di distanza sparissero perché avevo raccolto un bottone.
Nel pomeriggio raggiungemmo l’avvocata Marta Ferri, incaricata da Giulia alcune settimane prima.
Aveva richiesto copie dei documenti di nascita e fatto esaminare, con il consenso di Giulia, la comunicazione ospedaliera mostrata a me.
La parte leggibile rimandava a un episodio clinico di un’altra famiglia avvenuto nella medesima notte.
Due bambine erano effettivamente morte, ma non Sofia e Valentina.
Marta non ci comunicò dettagli privati sull’altra madre.
Ci mostrò soltanto perché quel foglio non poteva provare ciò che Lorenzo aveva sostenuto.
«Per la paternità», precisò, «serviranno i passaggi previsti dalla legge. Non basta un bottone e non basta neppure la somiglianza.»
«Farò gli accertamenti necessari», risposi.
Marta passò alla raccomandata di tre mesi prima.
La ricevuta riportava il mio ufficio come indirizzo di destinazione e una firma illeggibile nel campo della consegna.
Chiamai la responsabile della reception, chiedendole di cercare nel registro cartaceo degli accessi di quella giornata.
Ricordava che una busta per me era stata ritirata da un uomo presentatosi come incaricato della direzione del gruppo Conti.
Aveva firmato davanti a lei, sostenendo di avere una delega.
La reception aveva sbagliato a fidarsi.
Sul registro compariva un nome: Massimo Rinaldi.
Era il collaboratore amministrativo di Lorenzo, lo stesso che anni prima aveva gestito la sua corrispondenza riservata.
«Non è una prova che tuo padre gli abbia ordinato tutto», osservò Marta.
«Ma è una persona a cui posso chiedere dove sia finita la lettera.»
Prima che lasciassimo lo studio arrivò un messaggio sul mio telefono.
Rinaldi chiedeva di vedermi quella sera, da solo.
Scriveva che Lorenzo era disposto a finanziare gli studi delle bambine e a garantire loro una casa.
In cambio voleva un accordo scritto: il mio nome non sarebbe mai comparso nei loro documenti.
Guardai Giulia.
Per la prima volta vedevo chiaramente che mio padre non stava cercando di proteggere il passato.
Stava ancora tentando di decidere il futuro delle mie figlie.
Per sapere che cosa mi offrì davvero Lorenzo e quale prova cercai prima di rispondergli, continua con la Parte 4.













