Non sentii subito il rumore della sala.
Sentii soltanto quella frase, pronunciata da una bambina che aveva il viso di Valentina e il coraggio di qualcuno che non voleva più tacere.
«Come ti chiami?» le domandai.
«Sofia.»
Valentina lasciò la mano di Anna e corse verso di lei.
Le due si abbracciarono senza guardare gli adulti.
Il modo in cui Sofia le sistemò il cardigan sulle spalle mi fece capire che erano abituate a proteggersi a vicenda.
«Sofia, non dovevi entrare», sussurrò Anna.
«Mamma sta arrivando. Ha visto che Valentina non tornava.»
Giulia.
Quel nome aveva continuato ad abitare ogni stanza della mia vita anche quando avevo smesso di pronunciarlo.
Mio padre cercò di raggiungere le bambine, ma mi misi fra lui e loro.
«Non fare un altro passo.»
«Ti stai rendendo ridicolo davanti ai nostri ospiti.»
«Hai appena cercato di cacciare una bambina che potrebbe essere mia figlia. Gli ospiti sono l’ultima cosa che mi interessa.»
Mi voltai verso il direttore della fondazione, fermo accanto al pianoforte.
Gli chiesi di accompagnare gli invitati nella sala del buffet e di sospendere il programma.
Non spiegai perché.
Le bambine non avrebbero dovuto ascoltare la storia della loro nascita fra i telefoni alzati e i bisbigli di sconosciuti.
Un uomo in fondo alla sala abbassò il cellulare quando lo guardai.
Anna condusse le piccole nello studio, una stanza lontana dal salone.
Seguii il gruppo senza lasciare il bottone.
Mio padre venne dietro di noi, appoggiandosi al bastone con una forza che sembrava voler spaccare il pavimento.
Nello studio c’era ancora la grande scrivania di mio nonno.
Da ragazzo vi avevo trascorso pomeriggi interi a studiare, convinto che mio padre sapesse trovare una soluzione a qualunque problema.
Quella sera non volevo più una sua soluzione.
Volevo sapere cosa aveva fatto.
«Che cosa intendevi quando hai parlato delle gemelle sbagliate?» chiesi a Sofia.
La bambina guardò Anna prima di rispondere.
«La mamma ha una cartellina. Dentro c’è un foglio che dice che due gemelle sono morte quella notte, ma non siamo noi. È questo che continuava a ripetere al telefono.»
«Sofia», disse una voce alle nostre spalle, «ti avevo chiesto di aspettarmi.»
Giulia era sulla porta.
Aveva i capelli raccolti in fretta e un cappotto grigio ancora aperto.
Nove anni le avevano lasciato sottili linee accanto agli occhi, ma riconobbi il modo in cui si fermava un istante prima di entrare in una stanza, per capire chi aveva bisogno di lei.
Guardò prima le figlie.
Si avvicinò, posò una mano sulla spalla di ciascuna e soltanto allora alzò gli occhi su di me.
«Diego.»
Non sapevo se abbracciarla o chiederle perché non fosse venuta prima.
Invece indicai le due sedie accanto alla finestra.
«Possiamo far sedere le bambine? Hanno avuto abbastanza paura per una sera.»
Giulia annuì.
Valentina non volle lasciare la sua mano, così rimasero tutte e tre vicine.
Mio padre aprì la bocca, ma Giulia lo interruppe.
«Non rivolga la parola alle mie figlie.»
Era una frase detta senza alzare la voce.
Lorenzo tacque.
«Sono tue?» chiesi a Giulia.
Lei mi guardò come se la domanda le facesse male, ma capisse perché la ponevo.
«Sono nate vive, Diego. Tutte e due. Le ho portate a casa dopo settimane in ospedale.»
Mi appoggiai al bordo della scrivania.
Avevo passato notti intere a immaginare un funerale al quale non mi era stato permesso assistere.
Adesso avevo davanti due bambine che si passavano di nascosto un fazzoletto.
«Mi dissero che non erano sopravvissute.»
«A me dissero che non volevi riconoscerle.»
Lorenzo fece un movimento brusco.
«Giulia, rifletti prima di accusare.»
«Ho riflettuto per nove anni», rispose lei.
Chiesi a mio padre di aspettare fuori.
Lui rifiutò, sostenendo che quella era casa sua.
Fu allora che presi il telefono e chiamai il responsabile della sicurezza, chiedendogli di accompagnare Lorenzo nel salone e di impedire a chiunque di entrare nello studio senza il consenso di Giulia.
Non lo feci per punirlo davanti agli altri.
Lo feci perché non aveva più il diritto di dirigere quella conversazione.
Quando la porta si chiuse, Sofia si alzò.
«La mamma non voleva che venissimo qui. Anna doveva tenere Valentina in cucina mentre io aspettavo in macchina. Ma quando l’ho sentita piangere al telefono sono corsa dentro.»
Anna annuì.
Era stata chiamata per poche ore a sistemare il servizio della serata; Giulia aveva accettato che Valentina rimanesse con lei perché una vicina che doveva occuparsi delle bambine si era ammalata.
Sofia era rimasta con la madre, venuta a riprenderle al termine del lavoro.
Un incastro maldestro aveva portato tutti nello stesso luogo.
«Vi accompagno fuori se volete», dissi.
«Prima devi sentire una cosa», rispose Giulia.
Chiese ad Anna di restare con le bambine nel piccolo soggiorno adiacente.
Aspettò che la porta si chiudesse e prese dalla borsa una cartellina di plastica, consumata agli angoli.
Non cercò il documento che Sofia aveva nominato.
Estrasse invece una lettera piegata in quattro.
«Questa l’ho ricevuta sei giorni dopo il parto.»
Riconobbi subito la carta intestata dell’azienda di famiglia.
Sotto il testo c’era una firma che sembrava la mia.
La lettera diceva che non intendevo riconoscere le bambine e che non desideravo più essere contattato.
Usava parole fredde, quasi burocratiche.
Non ero io.
Eppure la firma imitava bene il modo in cui tracciavo la D.
«Non l’ho scritta», dissi.
Giulia non rispose subito.
«L’ho sperato per anni. Poi ho smesso di sperarlo, perché dovevo crescere le bambine.»
«Chi te l’ha consegnata?»
«Un incaricato di tuo padre, davanti all’ospedale. Mi ha detto che era meglio non fare domande.»
Osservai il foglio controluce.
In basso compariva un piccolo numero di protocollo interno, usato soltanto dall’ufficio della direzione.
Quell’anno la corrispondenza destinata a me passava ancora dalla segreteria di Lorenzo.
Giulia tirò fuori un secondo foglio.
«E questo è ciò che mi ha spinta a cercarti di nuovo, tre mesi fa.»
Era la ricevuta di una raccomandata inviata al mio nuovo ufficio, quello che gestivo personalmente da cinque anni.
Non poteva essere passata per la vecchia segreteria.
Eppure il sistema la indicava come consegnata a me.
Sotto c’era una firma che non riconoscevo.
«Non ero in città quel giorno», dissi.
«Lo so. La mia avvocata ha controllato.»
Per la prima volta Giulia mi parlò senza guardare il pavimento.
«Qualcuno ha continuato a rispondere al posto tuo, Diego. Anche dopo che avevi lasciato l’azienda di tuo padre.»
Se volevo scoprire chi aveva firmato, avrei dovuto affrontare non soltanto la notte della nascita, ma anche ciò che era successo tre mesi prima.
Per seguire la traccia di quella firma e capire chi aveva continuato a separarci, leggi la Parte 3.













