Lo studio di Serena Bassi occupava il terzo piano di un palazzo sobrio vicino a Piazza Cavour. Marta arrivò con venti minuti di anticipo e usò quel tempo per camminare due volte intorno all’isolato. Roma le sembrava quasi offensivamente normale: motorini, taxi, persone con il caffè in mano, turisti fermi davanti alle mappe. La sua vita si era inclinata in meno di ventiquattro ore, eppure il resto del mondo continuava a muoversi con indifferenza.
Serena la fece entrare senza convenevoli. Sul tavolo c’erano stampe bancarie, visure societarie e una copia di un contratto di otto pagine.
“Partiamo da ciò che sappiamo,” disse. “Non da ciò che sospettiamo.”
Marta annuì.
Forma Nuova Srl risultava costituita diciotto mesi prima. Il sessanta per cento delle quote apparteneva a Davide Rota, un consulente finanziario che Marta aveva incontrato più volte a cena con Lorenzo. Il restante quaranta per cento apparteneva a Matteo De Santis.
“Fratello di Chiara?” chiese Marta.
“Sì.”
La stanza sembrò restringersi.
Serena continuò. “Il bonifico da 312.000 euro è indicato come anticipo per l’esclusiva su un progetto alberghiero chiamato Colonna House. Il problema è che, per ora, non troviamo alcun incarico firmato da Atelier Ferri relativo a quel progetto.”
“Io non l’ho mai sentito nominare.”
“Paola nemmeno. E l’archivio contratti non contiene nulla.”
Serena le fece scorrere il documento. In fondo c’era una firma digitale attribuita a Marta.
“Questa è la parte delicata. Il file risulta firmato con il tuo certificato.”
Marta avvicinò il foglio. “Non ho firmato questo.”
“Lo so che me lo hai già detto. Adesso dobbiamo capire come sia stato usato il certificato e da quale dispositivo. Non facciamo accuse prima dell’analisi tecnica.”
“Lorenzo ha accesso al mio computer in studio.”
“Accesso fisico non significa automaticamente responsabilità. Ma è un elemento da preservare.”
Marta apprezzò la freddezza di Serena. Aveva bisogno di qualcuno che non trasformasse il dolore in conclusioni premature.
Poi Serena le mostrò la seconda disposizione: 480.000 euro programmati per il lunedì successivo, stessa società beneficiaria, stessa causale generale. Il pagamento non era ancora partito.
“La banca ha sospeso l’esecuzione in attesa di verifica interna,” disse Serena. “Abbiamo chiesto anche di congelare le deleghe operative di Lorenzo finché il consiglio non chiarisce la situazione.”
Marta espirò lentamente. “Quindi l’ha saputo mentre eravamo in stazione.”
“Probabile.”
Serena indicò un’altra cartellina. “C’è poi il problema del contratto. Qui si parla di un’esclusiva immobiliare da quasi ottocentomila euro complessivi. Nessun progetto tecnico allegato. Nessun preventivo. Nessun cronoprogramma. Nessuna delibera del consiglio. Se davvero era un investimento strategico, è documentato in modo sorprendentemente povero.”
“Quanto siamo esposti?”
“Non lo so ancora. I 312.000 sono usciti. La seconda somma, per ora, no. Dobbiamo capire dove sia finito il primo importo e se Forma Nuova abbia già disposto i fondi.”
Marta guardò la firma stampata con il suo nome. Per dodici anni il tradimento le era sembrato una parola riservata all’intimità: corpi, messaggi, promesse. Adesso scopriva che poteva avere anche una causale bancaria.
“Se Lorenzo ha usato la mia firma?”
“Se,” la fermò Serena. “Prima lo dimostriamo. Poi decidiamo come procedere.”
Il telefono di Marta vibrò. Tre chiamate perse da Lorenzo, due messaggi. Il primo chiedeva dove fosse. Il secondo diceva: Non prendere decisioni che danneggino l’azienda per una questione personale.
Marta mostrò lo schermo a Serena.
“Non rispondere sul merito,” disse l’avvocata. “Se vuoi, digli soltanto che da questo momento ogni questione societaria passa dai consulenti.”
Marta scrisse una frase breve e la inviò.
Qualunque decisione su Atelier Ferri verrà gestita in modo professionale e documentato.
Lorenzo rispose quasi subito.
Stai facendo un errore enorme.
“Questa parte la conosco,” disse Marta. “Quando non gli do ragione, diventa sempre un’emergenza.”
Serena chiuse la cartellina. “Oggi non devi vincere niente. Devi proteggere documenti, accessi e persone. Paola sta copiando l’archivio contabile. Ho chiesto che nessuno cancelli mail aziendali. Domani convochiamo il presidente del consiglio e gli altri soci.”
Atelier Ferri aveva tre soci operativi oltre a Marta e Lorenzo. Marta possedeva il cinquantacinque per cento. Lorenzo il quindici. Il restante trenta era diviso tra due professionisti entrati durante l’espansione: Carlo Bernasconi, ingegnere impiantista e amico di vecchia data, e Federica Masi, architetta che lavorava con Marta fin dai primi anni.
“Dovremo dirgli dell’affare?” chiese Marta.
“Solo se è rilevante per il conflitto di interessi. La vita privata non è materiale da consiglio di amministrazione. I soldi sì.”
Quella distinzione diede a Marta un sollievo inatteso. Non voleva trasformare il fallimento del matrimonio in uno spettacolo aziendale. Voleva sapere chi aveva spostato denaro, con quale autorizzazione e a beneficio di chi.
Quando uscì dallo studio erano quasi le sei. Prenotò una stanza in un piccolo hotel a Prati, poi chiamò sua sorella Anna, che era rimasta con Bianca a Milano.
“Come sta?”
“Bene. Ha chiesto perché non sei tornata.”
“Dille che ho una riunione di lavoro a Roma e che la chiamo dopo cena.”
Anna esitò. “E Lorenzo?”
“Non lo so.”
Marta non aggiunse altro.
Alle sette e dodici, mentre stava entrando in hotel, ricevette un messaggio da un numero che non aveva salvato.
Sono Chiara. Ho chiesto il tuo numero a una persona che lavora con Atelier. Non sapevo del bonifico da 312.000 euro. Non sapevo nemmeno che Forma Nuova stesse ricevendo soldi dalla tua società. Ma conosco il nome, e penso di avere messaggi che dovresti vedere.
Marta rimase ferma davanti all’ascensore.
Prima di salire in camera, Marta si fermò nella hall e aprì ancora una volta la visura di Forma Nuova sul telefono. Il cognome De Santis era lì, nero su bianco. Non provò il bisogno di decidere subito se Chiara fosse complice, vittima o entrambe le cose in misura diversa. Quella sera aveva imparato quanto fosse pericoloso scambiare una spiegazione comoda per una verità. Chiuse il documento e si impose una regola semplice: nessuna persona sarebbe stata assolta o condannata nella sua testa prima dei fatti.
Un secondo messaggio arrivò subito dopo.
Lorenzo mi ha mentito sul matrimonio. Ora credo che mi abbia mentito anche sul motivo per cui siamo venuti a Roma.
Marta digitò lentamente.
Domani mattina. Luogo pubblico. Porta tutto.
La risposta di Chiara fu immediata.
Sì.
Poi aggiunse una frase che Marta rilesse tre volte.
E non venire da sola pensando che io sia dalla sua parte. Credo che abbia usato anche il mio nome.













