Vittorio trattenne la mia mano un istante, poi si accorse del silenzio intorno a noi.
«Mi perdoni, non sapevo che fosse qui con la famiglia», disse.
Guardò Andrea, che non riuscì subito a rispondere.
«Sono suo padre», spiegai, prima che quel silenzio diventasse un’altra ferita.
Vittorio annuì con la naturalezza di chi aveva appena appreso una cosa semplice.
«Allora è un piacere conoscere anche lei, Andrea.»
Mio figlio aprì la bocca, ma sembrò non trovare una frase adatta.
Uno dei due uomini seduti al tavolo si alzò per educazione.
L’altro posò il bicchiere, fino a quel momento sospeso a metà strada dalle labbra.
«Presidente di cosa, esattamente?», chiese Andrea, con una voce che non gli riconoscevo.
Avrei preferito parlarne altrove.
Non desideravo trasformare il mio passato in uno spettacolo organizzato per rispondere alla sua vergogna.
«Della Fondazione Teresa Ferri», disse Vittorio.
«Sostiene piccoli progetti sociali e percorsi di formazione.
Il presidente è suo padre.»
Vidi gli occhi di Andrea spostarsi da lui a me.
Teresa era il nome di sua madre.
Su questo, almeno, non poteva esserci un equivoco.
«Non me ne hai mai parlato», mormorò.
«Ti ho parlato della fondazione quando abbiamo iniziato», risposi.
«Poi hai smesso di chiedermi come andasse.»
Appena pronunciate, quelle parole mi sembrarono troppo facili.
Forse anch’io, dopo la morte di Teresa, avevo smesso di raccontargli abbastanza.
Vittorio si rivolse ai commensali.
«Anni fa, quando avevo soltanto un locale molto piccolo e rischiavo di chiuderlo, la fondazione mi aiutò a mantenere due apprendisti.
Non è stata una beneficenza senza condizioni.
Ho presentato un progetto, ricevuto un sostegno limitato e rendicontato ogni spesa.
Per me, però, arrivò al momento giusto.»
Lo ascoltai con gratitudine e con disagio.
La sua riconoscenza era sincera, ma non volevo che mio figlio avvertisse la necessità di inchinarsi a un titolo per trattarmi con rispetto.
«Vittorio, grazie», lo interruppi piano.
«Non è necessario aggiungere altro.»
Lui comprese.
Mi chiese soltanto se desiderassi accomodarmi, poi tornò al suo lavoro.
Non ci fu alcun applauso, nessuna scena trionfale.
Ripresero gradualmente le conversazioni e il rumore delle posate.
Ero ancora l’uomo con la giacca consunta che Andrea aveva cercato di mandare via.
Era cambiato soltanto ciò che gli altri sapevano di me.
«Possiamo parlare adesso?», chiesi.
Andrea lanciò uno sguardo ai colleghi.
«Torno fra pochi minuti», disse.
Mi seguì in un corridoio vicino all’ingresso, dove una porta di vetro lasciava vedere la strada.
Per diversi secondi restammo in piedi senza avvicinarci.
«Sei davvero il presidente di quella fondazione?»
«Sì.»
«E Vittorio Rinaldi ti conosce personalmente?»
«Da molti anni.»
Andrea si passò una mano sul viso.
«Mi hai lasciato fare la figura dell’idiota.»
Quella frase mi tolse quasi il respiro.
Guardai oltre il vetro, le persone che attraversavano il marciapiede senza sapere nulla di noi.
«Ti ho chiesto di parlare», dissi.
«Non ti ho chiesto di vergognarti di me.
E non sono stato io a scegliere le tue parole.»
Abbassò gli occhi.
Per un momento parve molto più giovane dei suoi quarantadue anni.
Poi la durezza gli tornò sul volto.
«Non potevi telefonarmi domani?»
«Ci ho provato oggi pomeriggio.
Due volte.»
«Ero occupato.»
«Lo so.
Per questo ti sto chiedendo soltanto cinque minuti.»
Presi dalla tasca interna della giacca una busta piegata.
Non era un assegno, né un documento della fondazione.
Era una comunicazione di un’agenzia immobiliare.
«Mi è arrivata questo pomeriggio», spiegai.
«Chiedono la mia autorizzazione per fare fotografie e fissare alcune visite nella casa di via Oglio.»
Andrea smise di muoversi.
Quella casa era stata nostra per più di trent’anni.
Teresa aveva scelto personalmente le piastrelle della cucina.
Andrea vi aveva imparato ad andare in bicicletta nel cortile, sbagliando la curva contro il gelsomino del vicino.
Dopo la morte di sua madre, io vi entravo sempre meno.
Non avevo però mai detto di volerla vendere.
«Ho chiesto soltanto una valutazione», rispose.
«L’agenzia parla già di possibili visite.»
«Hanno anticipato i tempi.
Non ho firmato un mandato per vendere la casa intera.»
«Per farlo servirebbe anche la mia firma.»
«Lo so, papà.»
Non alzò la voce.
Questa volta sembrava stanco più che arrabbiato.
Quando Teresa era morta, una parte della sua quota della casa era passata ad Andrea.
Era giusto che mio figlio avesse diritti e voce su quel luogo.
Ma parlarne attraverso un’agenzia, senza una parola fra noi, mi aveva fatto male.
«Perché non sei venuto a dirmelo?»
«Perché ogni volta che nomino quella casa tu cambi discorso.»
Provai a rispondere, ma ricordai tre conversazioni in cui avevo effettivamente fatto così.
Una volta ero uscito a comprare il pane soltanto per evitare di parlare dell’armadio di Teresa.
«Che cosa ti spinge a volerla vendere?»
Andrea fissò il pavimento.
Poi estrasse il telefono e mi mostrò una fotografia del soffitto della cucina.
Una macchia scura attraversava l’intonaco, molto più ampia di quanto ricordassi.
«Questo è successo dopo l’ultima pioggia», disse.
«E non è nemmeno il problema più urgente.»
Scorse altre immagini: una grondaia piegata, l’intonaco caduto vicino alla finestra, un preventivo intestato a lui.
«Chi ha pagato gli interventi precedenti?», domandai.
Lui spense lo schermo.
«Io.
Da quasi tre anni.»
Guardai ancora la fotografia della cucina.
Mi resi conto che conoscevo ogni graffio del vecchio tavolo, ma non sapevo quando fosse comparsa quella crepa nel soffitto.
Per mesi avevo parlato di memoria come se ricordare Teresa significasse tenere chiusa una porta.
Andrea, al contrario, aveva continuato ad aprirla per controllare un tubo, raccogliere la posta e chiamare un muratore.
Non avevamo smesso di amare la stessa donna.
Avevamo scelto due modi incompatibili di affrontare la sua assenza, e nessuno dei due aveva chiesto aiuto all’altro.
Sentii in quella risposta qualcosa che non avevo previsto.
Avevo creduto che la nostra distanza fosse fatta soltanto di orgoglio.
Forse, dietro il suo silenzio, c’era un peso che gli avevo lasciato portare da solo.
Andrea guardò verso il tavolo dei colleghi, poi tornò a me.
«Domani mattina vieni a casa», disse.
«Ti mostro tutto.
Ma stavolta non andartene quando cominciamo a parlare di mamma.»
Avevo cercato mio figlio per chiedergli spiegazioni su una vendita.
Uscii dal ristorante sapendo che, prima di decidere sul destino di quella casa, avrei dovuto ascoltare ciò che gli avevo impedito di dirmi.
Per scoprire quale peso Andrea aveva nascosto dietro quelle fotografie, continua con la Parte 3.













