Mio figlio mi umiliò davanti ai suoi colleghi in un ristorante di Milano e mi ordinò di andarmene. Dieci secondi dopo, il proprietario del locale mi chiamò «Presidente».
Mi chiamo Carlo Ferri, ho sessantotto anni e Andrea è il mio unico figlio.
Da quando sua madre è morta, qualcosa tra noi si è incrinato. Non è successo in un solo giorno. All’inizio erano telefonate più brevi, visite rimandate e conversazioni in cui sembrava avere sempre altro a cui pensare. Poi ho cominciato ad accorgermi che, quando eravamo in mezzo ad altre persone, Andrea era diverso con me.
Non ho mai preteso che restasse il ragazzo che ricordavo. Ha lavorato molto, si è costruito una buona carriera e oggi frequenta persone importanti. Di questo sono sempre stato orgoglioso. A farmi soffrire è un’altra cosa: a volte sembra temere che qualcuno possa ricordargli da dove viene.
Io, invece, non ho mai cercato di nasconderlo.
Non porto abiti costosi. Guido ancora la stessa macchina da dodici anni e conservo una vecchia giacca che trovo comoda. Non ho mai pensato che il valore di un uomo dipendesse da ciò che indossa o dal modo in cui viene accolto in un ristorante.
Quella sera avevo una questione importante di cui parlare con Andrea. Non volevo affrontarla al telefono e non desideravo coinvolgere nessun altro. Sapevo che si trovava a cena in un locale elegante del centro di Milano, così decisi di passare per chiedergli qualche minuto.
Entrai senza immaginare che quella visita sarebbe finita davanti agli occhi di tanti sconosciuti.
La sala era illuminata da luci calde. Tra i tavoli si sentivano conversazioni discrete e il rumore delle posate. Cercai Andrea con lo sguardo e lo individuai quasi subito: sedeva con due uomini in giacca e cravatta. Parlava con loro con l’aria sicura di chi sa di essere nel posto giusto.
Poi mi vide.
Il suo sguardo scese sulla mia vecchia giacca e tornò rapidamente al mio viso. Il sorriso che aveva rivolto ai suoi commensali sparì. Non avevo ancora pronunciato una parola, ma capii che la mia presenza lo metteva a disagio.
Mi avvicinai comunque. Era mio figlio. Non volevo metterlo in difficoltà; desideravo soltanto parlargli.
«Andrea, posso parlarti un momento?»
Lui si alzò così in fretta che la sedia si mosse dietro di lui. Batté una mano sul tavolo, abbastanza forte da interrompere la conversazione dei due uomini.
«Papà, smettila di mettermi in imbarazzo!»
Alcune persone ai tavoli vicini si voltarono. Vidi uno dei colleghi di Andrea abbassare lo sguardo, mentre l’altro rimaneva in silenzio. Il tono di mio figlio mi colpì molto più del rumore della sua mano sul tavolo.
Sentii lo stomaco stringersi, ma rimasi calmo. Non volevo trasformare quel momento in uno spettacolo ancora più umiliante per entrambi.
«Sono venuto solo per parlarti.»
Andrea indicò la porta.
«Non adesso. Per favore, vattene.»
Avrei potuto insistere. Avrei potuto ricordargli quante volte ero stato io ad aspettarlo, quando aveva bisogno di parlare. Ma non volevo usarlo contro di lui, soprattutto davanti a persone che non conoscevo.
Non furono soltanto quelle parole a farmi male. Fu il modo in cui, dopo averle pronunciate, evitò i miei occhi. Sembrava che guardarmi fosse più difficile che mandarmi via.
Restai fermo un istante. Mi tornò in mente sua madre e mi chiesi come avrebbe reagito a quella scena. Era un pensiero doloroso, che non avevo alcuna intenzione di condividere con i presenti.
Feci per voltarmi. Non avevo più nulla da dire in quella sala.
Fu allora che sentii una voce alle mie spalle.
«Presidente?»
Mi fermai.
Andrea aggrottò la fronte e guardò oltre la mia spalla. Un uomo elegante stava attraversando velocemente il ristorante, diretto verso di noi. Lo riconobbi immediatamente: era Vittorio Rinaldi, il proprietario del locale.
Andrea cambiò espressione, si raddrizzò e fece mezzo passo in avanti. Forse pensava che Vittorio fosse venuto a salutare lui. In fondo, fino a un momento prima, si era comportato come se appartenere a quel mondo fosse la cosa più importante.
Ma Vittorio gli passò accanto senza fermarsi.
Si avvicinò a me con un largo sorriso, si fermò proprio davanti alla mia vecchia giacca e mi tese la mano.
«Presidente Ferri, è un onore rivederla.»
Gli strinsi la mano.
Non cercai Andrea per godermi la sua sorpresa. Tuttavia, quando alzai gli occhi, lo vidi ancora accanto al tavolo, immobile. Non sorrideva più. I suoi due colleghi osservavano la scena senza capire, proprio come lui.
Mio figlio mi fissava come se, per la prima volta, si fosse accorto di non sapere davvero chi ero.
E la questione importante per cui ero andato a cercarlo rendeva quello sguardo ancora più difficile da sostenere.
Perché Vittorio Rinaldi mi aveva chiamato «Presidente»?













