Fissai la fotografia abbastanza a lungo da notare dettagli che, in un altro momento, mi sarebbero sfuggiti: il tavolo di marmo, il bicchiere mezzo pieno, la custodia nera accanto al gomito di Luca. La chiave che teneva tra le dita non apparteneva a Lumina. Era la chiave del nostro appartamento.
Non risposi subito a Sofia.
Prima inoltrai l’immagine a Elena, poi chiamai Paolo. Non perché una fotografia provasse qualcosa, ma perché la frase «venderò la mia quota» coincideva con un’altra cosa che Luca ripeteva da mesi: che prima o poi avrei dovuto «monetizzare» il ristorante e rallentare.
Sofia accettò di incontrarmi in un bar neutrale nel pomeriggio.
Arrivò con dieci minuti di anticipo. Non aveva l’aspetto della caricatura che la mia rabbia avrebbe potuto costruire. Sembrava stanca, nervosa e molto più spaventata di me.
«Non so come cominciare», disse.
«Dai fatti.»
Annui.
Luca le aveva raccontato di essere comproprietario di Lumina. Le aveva detto che il matrimonio con me era finito da tempo e che vivevamo insieme soltanto per questioni patrimoniali. Aveva sostenuto che il ristorante sarebbe stato venduto entro l’anno e che la sua quota gli avrebbe permesso di estinguere alcuni debiti.
«Ti ha chiesto soldi?» domandai.
Sofia abbassò lo sguardo.
«Sì.»
La risposta mi sorprese.
«Quanto?»
«Dodicimila euro. In più volte.»
Disse che Luca parlava di problemi temporanei di liquidità, di un investimento bloccato, di clienti che pagavano tardi. Lei gli aveva creduto.
«E i regali? Gli hotel?»
«Pensavo li pagasse lui.»
«In un certo senso li pagava lui.»
La mia voce uscì più dura di quanto volessi.
Sofia arrossì.
«Non sapevo da dove venissero i soldi.»
La osservai per qualche secondo. Non avevo motivo di fidarmi ciecamente di lei, ma neppure di trasformarla nel bersaglio più facile.
«Perché mi hai contattata?»
Aprì la borsa e tirò fuori il telefono.
«Perché ieri sera mi ha chiesto di cancellare alcuni messaggi.»
Il rumore del bar sembrò allontanarsi.
«Quali?»
«Quelli in cui parlava del ristorante. E alcuni in cui diceva che sua madre gli avrebbe coperto le spalle finché non avesse sistemato tutto.»
Non le chiesi di consegnarmi il telefono. Le dissi soltanto di conservare ciò che riteneva importante e di parlare con un professionista se avesse dubbi sui soldi che gli aveva prestato.
Prima di andare via, Sofia mi mostrò un messaggio.
Luca aveva scritto: «Mamma dice che Camilla non controlla mai davvero i conti finché il locale gira. Dopo la vendita sistemiamo tutto.»
Sentii qualcosa dentro di me diventare freddo.
Non era ancora la prova di una vendita reale. Ma era la prova di una convinzione: Luca aveva costruito progetti su un bene che non possedeva.
Quella sera, quando tornai nell’appartamento, trovai Beatrice davanti al portone.
«Finalmente.»
«Come sei entrata nel cortile?»
«Una vicina mi ha aperto. Dobbiamo parlare.»
«Non qui.»
«Allora fammi salire.»
«No.»
Mi guardò come se la parola fosse in una lingua sconosciuta.
«Sono la madre di tuo marito.»
«Lo so.»
«Luca è distrutto.»
«Anch’io non sto benissimo.»
«Tu hai il ristorante. Hai sempre il tuo lavoro.»
Quella frase riassumeva anni di matrimonio meglio di quanto Beatrice potesse immaginare.
«E Luca che cosa ha?»
«Una moglie che pensa solo a punirlo.»
«Ha anche quarantamila euro di debiti, una relazione e spese personali passate attraverso Lumina.»
Beatrice si irrigidì.
«Ti ha raccontato dei debiti?»
Era la conferma che cercavo.
«Quindi lo sapevi.»
«Sapevo che aveva avuto qualche difficoltà.»
«E sapevi di Sofia.»
«Camilla, gli uomini fanno stupidaggini.»
«E le madri?»
«Che cosa vorresti dire?»
«Hai detto che lo aiutavi a coprirsi.»
Per un attimo perse colore.
Poi recuperò il tono offeso.
«Quella ragazza ti sta mettendo contro tuo marito.»
«Non ne ha bisogno.»
Beatrice abbassò la voce.
«Ascoltami. Tu puoi sistemare questa situazione senza distruggere la famiglia. Vendi una parte del ristorante. Luca ripaga quello che deve. Voi due vi prendete una pausa. Nessuno deve sapere niente.»
La guardai incredula.
«È questo il piano?»
«È buon senso.»
«Vendere qualcosa che ho costruito per coprire i debiti di Luca e fingere che non sia successo nulla?»
«Siete sposati.»
«Essere sposati non significa che io debba finanziare qualsiasi scelta faccia lui.»
Beatrice fece un passo verso di me.
«Se lo lasci senza niente, ricordati che anche tu potresti perdere molto.»
«È una minaccia?»
«È la realtà.»
Non risposi. Aprii il portone e chiamai il custode, chiedendogli gentilmente di accompagnarla fuori dal cortile.
Beatrice mi fissò come aveva fatto al ristorante.
«Mi stai trattando come un’estranea.»
«Da oggi, per le mie proprietà e per il mio lavoro, sei un’ospite. E un’ospite rispetta i limiti.»
Salì in macchina senza aggiungere altro.
Il giorno dopo Paolo completò una prima ricostruzione. Alcune spese avevano spiegazioni legittime. Altre no. Il totale sospetto scese rispetto alla cifra provvisoria, ma rimase abbastanza alto da non poter essere ignorato.
«Quarantanovemilasettecentosessanta euro», disse.
«Questa è la cifra che possiamo documentare come non collegata all’attività?»
«È la cifra che, allo stato attuale, non trova una giustificazione aziendale valida. Continuiamo a verificare.»
Annuii.
Poi Paolo aprì un’altra cartella.
«C’è anche questo.»
Era una bozza di valutazione di Lumina richiesta sei settimane prima a un consulente.
Il richiedente risultava Luca.
«Come ha fatto?»
«Ha fornito dati parziali e si è presentato come soggetto coinvolto nella proprietà. Non significa che potesse vendere nulla. Ma qualcuno stava cercando di capire quanto vale il ristorante.»
Lessi la prima pagina.
In fondo c’era una mail stampata.
Luca chiedeva quanto avrebbe potuto ottenere «cedendo rapidamente una partecipazione».
Quella sera non gli telefonai.
Gli mandai un solo messaggio:
«Domani alle 10 nello studio di Elena. Porta il tuo avvocato. Da questo momento parliamo con documenti davanti.»
La risposta arrivò dopo meno di un minuto.
«Mamma aveva ragione. Vuoi portarmi via tutto.»
Guardai lo schermo.
Poi scrissi:
«No, Luca. Voglio capire che cosa hai cercato di portare via tu.»
Prima di salutarci, Sofia mi disse un’ultima cosa. Non aveva intenzione di continuare la relazione con Luca, ma non voleva che io interpretassi quella decisione come un favore nei miei confronti. «Devo capire anch’io a chi ho prestato soldi e perché gli ho creduto», disse. Quella frase mi aiutò a vedere la situazione con più chiarezza. Eravamo due persone diverse, ingannate con storie diverse, e nessuna delle due aveva bisogno di contendersi un uomo per stabilire chi avesse sofferto di più. Le augurai di recuperare ciò che le spettava e uscii dal bar senza chiederle altro.













