Luca rimase in piedi davanti alla mia scrivania, con lo sguardo fisso sul totale evidenziato in fondo al foglio.
Non era ancora una cifra definitiva. Era la somma delle operazioni che, fino a quel momento, non avevano una giustificazione aziendale verificabile: pagamenti con carta, bonifici, prelievi e rimborsi inseriti con descrizioni vaghe. Il commercialista mi aveva avvertita di non saltare alle conclusioni. Io non volevo farlo.
Volevo risposte.
«Sessantottomilaquattrocento euro», dissi. «Cominciamo da qui.»
Luca si sedette lentamente.
«Stai facendo sembrare tutto peggio di quello che è.»
«Allora rendilo semplice.»
Indicai la prima riga.
«Hotel a Firenze. Quattro notti. Spesa registrata come incontro fornitori. Quale fornitore?»
«Non ricordo.»
«Io sì. Quella settimana eri con me a Milano fino a giovedì mattina. Sei partito dicendo che andavi a Bologna per vedere tuo padre.»
Luca passò una mano sulla fronte.
«Camilla, non trasformare un problema matrimoniale in un’indagine finanziaria.»
«Sono diventati lo stesso problema quando hai usato soldi del ristorante.»
«Non ho rubato.»
La parola la scelse lui.
Io non l’avevo pronunciata.
«Ho detto che voglio una spiegazione.»
«Avevo accesso al conto.»
«Avevi una delega limitata perché, due anni fa, mi hai convinta che avresti gestito alcuni pagamenti mentre ero in cucina. Non era un permesso per finanziare la tua vita privata.»
Si alzò di scatto.
«Sono tuo marito.»
«E Lumina è una società che ho costruito io.»
«Eccoci di nuovo. Io, io, io. Tu lavori sedici ore al giorno e poi ti stupisci se tuo marito si sente escluso.»
Lo guardai.
Fino a poche ore prima, forse quelle parole mi avrebbero costretta a difendermi. Avrei elencato le cene saltate, i weekend rimandati, le volte in cui gli avevo chiesto di venire con me. Invece rimasi seduta.
«Come si chiama?»
Luca serrò la mascella.
«Non importa.»
«A me importa.»
«Perché? Vuoi chiamarla? Vuoi farle una scenata?»
«No. Voglio sapere quale parte della mia vita è reale.»
Quella domanda lo fermò.
Si chiamava Sofia. Aveva trentun anni. Luca disse che la frequentava da circa otto mesi. La descrisse come una relazione che «era sfuggita di mano», una frase così comoda che quasi mi fece male più del tradimento.
«Mamma l’ha scoperto a giugno», aggiunse.
«E l’ha coperto.»
«Voleva evitare di ferirti.»
Risi, una volta sola.
«Oggi l’ha raccontato a un tavolo pieno di persone.»
Luca abbassò gli occhi.
Gli chiesi dei bonifici. Ammettere la relazione sembrò avergli tolto una parte della resistenza, ma non tutta. Disse che alcune spese erano regali, viaggi, ristoranti. Sostenne che avrebbe restituito il denaro.
«Quanto?»
«Non lo so.»
«Io devo saperlo.»
«Te l’ho detto, lo rimetto.»
«Con quali soldi?»
La domanda rimase sospesa.
Luca lavorava come consulente commerciale, ma da mesi si lamentava di clienti persi e compensi in ritardo. Avevo creduto che fosse un periodo difficile. Adesso vedevo una possibilità diversa: forse non mi aveva raccontato quanto fosse difficile.
«Hai debiti?» chiesi.
Il suo sguardo scivolò verso la finestra.
«Luca.»
«Ho avuto qualche problema.»
«Quanto?»
«Non è una cifra enorme.»
«Quanto?»
«Circa quarantamila.»
Chiusi gli occhi per un secondo.
«E tua madre lo sa?»
«Sa che ho avuto delle difficoltà.»
«Ti ha dato soldi?»
«Qualche volta.»
«Oppure ti ha aiutato a prendere i miei?»
Si alzò di nuovo.
«Adesso basta.»
«No. Adesso vai a casa di tua madre o in albergo. Io non torno a casa con te stasera.»
«Mi stai cacciando?»
«Ti sto dicendo che ho bisogno di distanza e che da questo momento non tocchi più nulla che appartenga a Lumina.»
Luca mi fissò a lungo.
«Te ne pentirai quando ti renderai conto di quanto stai distruggendo per dei soldi.»
«Non sono i soldi ad aver fatto questo.»
Se ne andò senza salutare.
Quella sera rimasi al ristorante fino a tardi. Gabriele mi portò un piatto di risotto che non avevo ordinato e lo appoggiò sulla scrivania.
«Mangia.»
«Non ho fame.»
«Non era una domanda.»
Lo guardai e, per la prima volta in quella giornata, sorrisi davvero.
Quando il locale fu vuoto, il commercialista, Paolo Riva, mi chiamò. Aveva continuato a controllare le registrazioni.
«Camilla, c’è una cosa che devi vedere.»
Mi inviò tre documenti.
Erano rimborsi spese autorizzati con credenziali collegate a Luca. Due avevano allegati incompleti. Il terzo conteneva la scansione di una fattura che sembrava provenire da un fornitore di eventi.
Paolo aveva chiamato il fornitore.
«La fattura non è loro.»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Sei sicuro?»
«Mi hanno confermato il numero, la data e l’importo. Non esiste nei loro sistemi.»
«Quindi è falsa?»
«Dico soltanto che il documento presente nella contabilità non è stato emesso dall’azienda indicata. Domani dobbiamo far verificare tutto con calma.»
Quella distinzione mi fece bene. Avevo bisogno di fatti, non di rabbia.
La mattina successiva incontrai l’avvocata, Elena Ferri, nello studio vicino a Porta Venezia. Le consegnai copie dei documenti e le raccontai ciò che Luca aveva ammesso.
«Prima cosa», disse, «separiamo il matrimonio dall’azienda. Sono collegati emotivamente, ma giuridicamente dobbiamo essere precisi.»
Era esattamente ciò di cui avevo bisogno.
Mi spiegò quali documenti conservare, quali accessi proteggere e perché non dovevo accusare pubblicamente Luca di reati prima che i professionisti avessero ricostruito i movimenti. Mi consigliò inoltre di documentare le consumazioni gratuite di Beatrice, perché per anni erano state trattate con troppa informalità.
Quando uscii dallo studio, trovai diciassette chiamate perse.
Dodici di Luca.
Cinque di Beatrice.
Non richiamai nessuno.
Alle undici e venti arrivò invece un messaggio da un numero che non conoscevo.
«Mi chiamo Sofia. Credo che dovremmo parlare. Luca mi ha raccontato molte cose su di te e sul ristorante. Da ieri penso che almeno una parte non fosse vera.»
Rimasi sul marciapiede con il telefono in mano.
Subito dopo arrivò una fotografia.
Mostrava Luca seduto a un tavolo, sorridente, con una chiave tra le dita.
Sotto, Sofia aveva scritto:
«Mi aveva detto che Lumina era anche suo. E che presto avrebbe venduto la sua quota.»
Prima di lasciare lo studio di Elena, le chiesi anche che cosa avrei dovuto fare con le chiavi di casa e con i beni personali di Luca. Non volevo trasformare la prudenza in una punizione improvvisata. Mi consigliò di non toccare le sue cose e di concordare per iscritto quando avrebbe potuto recuperare ciò che gli serviva. Quella sera gli mandai un messaggio essenziale. Lui rispose soltanto «Va bene». Era la prima conversazione tra noi, da quando Beatrice era entrata al ristorante, che non conteneva né accuse né ordini. Non significava pace. Significava che avevamo finalmente smesso di fingere che bastasse una telefonata privata per sistemare tutto.













