Tre ore dopo, la sala privata sembrava il relitto elegante di una festa. Bicchieri di cristallo vuoti, piatti da dessert, tovaglioli abbandonati sulle sedie e sette bottiglie della nostra riserva speciale raccontavano con precisione quanto Beatrice avesse voluto impressionare le sue amiche.
Gabriele arrivò accanto a me con il conto stampato.
«Ventitremiladuecentottantanove euro», mormorò. «Sei sicura?»
«Sì.»
Avevo passato l’ultima ora nel mio ufficio, non a piangere per quello che avevo sentito, ma a telefonare. Prima al commercialista del ristorante, poi all’avvocata che avevo consultato tre settimane prima, quando i movimenti sospetti sul conto erano diventati troppi per essere liquidati come errori.
Tornai nella sala privata con il conto in una mano e una cartellina blu nell’altra.
Beatrice stava mostrando alle amiche alcune fotografie sul telefono.
«Signore», dissi, «spero che il pranzo sia stato di vostro gradimento.»
Una donna dai capelli argentati sorrise. «Magnifico. Beatrice ci ha viziate.»
«Ne sono felice.»
Posai il conto davanti a mia suocera.
Lei lo guardò appena.
«Dallo a Gabriele. Luca sistemerà tutto.»
«No. Oggi hai detto che offrivi tu.»
Qualcuna rise, credendo fosse una battuta. Beatrice no.
Prese il foglio. Il sorriso le rimase sul viso finché non vide il totale.
«Ventitré mila… Camilla, non essere ridicola.»
«23.289 euro.»
«È il tuo ristorante.»
«Esatto.»
La parola cadde tra noi con un peso nuovo.
Beatrice spinse il conto verso di me. «Mettilo sul conto famiglia.»
«Non esiste un conto famiglia.»
«Luca ti farà ragionare.»
Aprii la cartellina.
Dentro c’erano copie delle fatture non pagate accumulate da Beatrice negli ultimi anni, un riepilogo preparato dalla contabilità e una comunicazione formale: da quel giorno, nessuna consumazione a suo nome sarebbe stata autorizzata senza pagamento.
Non era una trappola. Era un confine messo per iscritto.
«Questa», dissi, indicando la prima pagina, «è la cronologia delle consumazioni che hai lasciato a carico di Lumina. Questa è la comunicazione che il ristorante non sosterrà più spese personali tue o di Luca. E questo è il conto di oggi.»
Il volto di Beatrice cambiò.
«Mi stai umiliando davanti alle mie amiche.»
«Hai annunciato davanti alle tue amiche che avresti offerto tu.»
Una delle donne si schiarì la gola. «Beatrice, pensavo davvero che fosse un tuo invito.»
«E lo è!» scattò lei. «Camilla sta facendo una scenata.»
«Io sto presentando un conto.»
Beatrice prese il telefono.
«Chiamo Luca.»
«Fallo.»
Per la prima volta, vidi un’incertezza attraversarle gli occhi.
Mentre componeva il numero, io guardai le donne al tavolo. Alcune evitavano il mio sguardo. Altre fissavano il conto. Una, la stessa che aveva chiesto con quali soldi Luca si divertisse, sembrava improvvisamente molto meno divertita.
Luca rispose al secondo squillo. Beatrice attivò il vivavoce.
«Tua moglie è impazzita. Vuole farmi pagare ventitremila euro.»
Ci fu una pausa.
«Camilla?» disse lui.
«Sono qui.»
«Possiamo parlarne a casa?»
«Possiamo parlare adesso di una cosa semplice. Tua madre ha ordinato, ha dichiarato che avrebbe pagato e ora deve pagare.»
La sua voce si abbassò.
«Non fare casino davanti ai clienti.»
Quella frase mi fece quasi sorridere. Non aveva chiesto perché sua madre fosse lì. Non aveva chiesto come si fosse arrivati a quella cifra. Sapeva già abbastanza.
«Luca, tua madre ha appena raccontato a trentotto persone della ragazza con cui mi tradisci.»
Il silenzio dall’altro capo fu assoluto.
Beatrice impallidì.
«Camilla, io stavo scherzando.»
«Ha anche detto che la paghi con i soldi del ristorante.»
«Dammi il telefono», disse Luca.
«Mi senti benissimo.»
«Non sai di cosa stai parlando.»
«Allora sarà facile spiegare i prelievi, gli hotel, i bonifici e le spese personali che sto facendo verificare da tre mesi.»
Beatrice chiuse il vivavoce con un gesto brusco.
«Basta.»
«No. Basta lo dico io.»
Gabriele era rimasto a qualche passo da noi. Gli feci un cenno. Non avevo intenzione di trasformare il ristorante in un teatro, né di impedire a nessuno di uscire. Volevo soltanto che, per una volta, le parole avessero conseguenze.
«Signore», dissi alle ospiti, «non siete coinvolte nei problemi della mia famiglia. Potete dividere il conto tra voi, oppure Beatrice può saldarlo come ha promesso. Gabriele vi assisterà.»
Una donna aprì subito la borsa. Un’altra fece lo stesso.
Beatrice le fissò, scandalizzata.
«Che cosa fate?»
«Io pago quello che ho consumato», disse la donna dai capelli argentati. «Ma non raccontarmi mai più che questo posto è vostro.»
Quella frase fece più male a Beatrice di qualsiasi cosa avessi detto io.
Nel giro di venti minuti, quasi tutte le sue amiche avevano pagato la propria quota. Beatrice dovette coprire il resto, comprese le bottiglie che aveva ordinato per il tavolo. Usò due carte prima che la transazione venisse accettata.
Quando si alzò, aveva il volto rigido.
«Luca ti farà pentire di questo.»
Richiusi la cartellina.
«Luca ha problemi più urgenti.»
«Che cosa significa?»
Non le risposi.
Aspettai che l’ultima ospite uscisse, poi tornai nel mio ufficio. Sul computer avevo una cartella protetta con le copie dei movimenti che avevo raccolto. Quella mattina avevo già revocato a Luca ogni delega operativa che potevo revocare unilateralmente e avevo chiesto alla banca di bloccare le credenziali aziendali collegate al suo accesso.
Alle cinque e diciassette il telefono squillò.
Luca.
«Che cosa hai fatto al conto?» domandò senza salutare.
Mi appoggiai allo schienale.
«Ho tolto il tuo accesso.»
«Non puoi.»
«L’ho già fatto.»
«Camilla, sbloccalo subito.»
Sentii un rumore di traffico, poi una portiera chiudersi.
«Dove sei?»
«Sto venendo al ristorante.»
«Non venire.»
«È anche affar mio.»
Guardai attraverso il vetro dell’ufficio: il personale stava rimettendo in ordine la sala dopo il servizio.
«No, Luca. Questo è precisamente ciò che dobbiamo chiarire.»
Arrivò venticinque minuti dopo. Entrò dalla porta principale senza togliersi il cappotto e attraversò la sala con il volto contratto.
«Nel tuo ufficio. Adesso.»
Non mi mossi.
«Puoi parlare con me senza dare ordini al mio personale.»
Gabriele si fermò a distanza. Luca lo notò e abbassò la voce.
«Hai bloccato le carte.»
«Quelle collegate all’azienda.»
«Mi servono.»
«Per il ristorante?»
Non rispose.
Fu allora che capii una cosa importante: Beatrice mi aveva rivelato il tradimento, ma il panico di Luca riguardava soprattutto il denaro.
Aprii la porta dell’ufficio.
«Entra. Voglio sentirti spiegare una cifra.»
Sul tavolo avevo lasciato un solo foglio.
Non era il conto del pranzo.
Era il riepilogo provvisorio delle uscite che il commercialista non riusciva a collegare ad alcuna spesa di Lumina.
Luca lo vide.
E si fermò prima ancora di sedersi.













