Non chiamai subito Vittorio.
Gli chiesi soltanto se Lidia sapesse che mi aveva contattata.
«No.»
«Allora per favore non trasformiamo questa cosa in un tribunale di famiglia.»
«Non è mia intenzione.»
«Se vuoi aiutare tua sorella, parlale direttamente. Io non voglio raccogliere alleati.»
Riattaccai con una sensazione strana.
Avrei potuto usare quella telefonata contro Lidia. Avrei potuto elencare davanti a tutti ogni prestito, ogni favore, ogni errore e dimostrare che avevo ragione.
Ma avere ragione non era diventato il mio obiettivo.
Volevo smettere di essere il posto in cui gli errori degli altri venivano depositati.
Il giorno dopo Francesca mi chiese di incontrarci da sole.
Ci vedemmo in una piccola pasticceria fuori dal centro. Arrivò senza trucco, con i capelli raccolti male e un fascicolo pieno di fatture.
«Non sono qui per convincerti a far entrare mamma», disse subito.
«Bene.»
«Sono qui perché la parte che riguarda il negozio è mia.»
Per quasi un’ora mi raccontò ciò che non aveva mai detto apertamente.
Il suo negozio di abbigliamento aveva iniziato a perdere soldi dopo un aumento dell’affitto. Lei aveva coperto un mese con la carta di credito, poi un altro con un prestito breve. Quando aveva capito di essere in difficoltà, aveva chiesto a Lidia diecimila euro.
Lidia gliene aveva dati quindici.
Quando erano comparsi altri arretrati, ne aveva dati altri.
«Le dicevo di smettere», disse Francesca.
«E prendevi comunque i soldi.»
Abbassò lo sguardo.
«Sì.»
Non serviva umiliarla.
La verità era già abbastanza precisa.
«Perché non l’hai ospitata tu?»
Francesca inspirò.
«Perché avevo paura che, una volta entrata, non se ne sarebbe più andata. E perché mi vergognavo. Se fosse venuta da me, avrei dovuto vedere ogni giorno quello che aveva perso per me.»
Quella risposta mi colpì.
«Quindi hai preferito che venisse da me.»
«Sì.»
Non cercò scuse.
«È stata una cosa vigliacca.»
Restammo in silenzio.
Poi mi mostrò un piano preparato con un commercialista. Avrebbe chiuso definitivamente la società, venduto alcune attrezzature e restituito a sua madre una parte del denaro nel tempo.
«Non risolve tutto.»
«No.»
«Ma almeno è tuo.»
Francesca annuì.
Prima di andare via disse:
«Marco ha sempre fatto quello che faceva papà. Arrivava per sistemare tutto. Solo che papà aveva un’officina, una casa pagata e vent’anni in più. Marco ha cercato di sembrare quell’uomo prima di diventarlo.»
Quella sera Marco venne per il nostro secondo incontro sui conti.
Gli raccontai soltanto ciò che Francesca mi aveva autorizzata a raccontare.
Poi gli dissi:
«Io non posso continuare il matrimonio come se bastasse rimettere i soldi sul conto.»
Lui rimase fermo.
«Vuoi separarti?»
«Voglio che tu vada via da qui per un periodo serio. Non tre notti da Paolo. Voglio spazio. E voglio parlare con un avvocato per capire come proteggere me stessa e quello che abbiamo costruito insieme.»
Marco abbassò la testa.
«Capisco.»
«Non dire che capisci se poi provi a convincermi del contrario.»
«Non lo farò.»
«E tua madre deve trovare un’altra sistemazione.»
«La sto aiutando a cercare.»
«Con soldi tuoi.»
«Sì.»
«E senza prometterle soluzioni prima di averle.»
Lui annuì.
Poi prese le chiavi di casa dal portachiavi.
Le posò sul tavolo.
«Tengo solo quella del garage finché porto via le mie cose?»
La richiesta, così semplice, mi fece quasi piangere.
Non perché volessi che restasse.
Perché era la prima volta che chiedeva.
«Sì. Fino a domenica.»
Due giorni dopo venne con Paolo a prendere vestiti, libri e alcune scatole.
Non portò via mobili comuni.
Non fece commenti sul fatto che la casa fosse anche “sua” perché ci aveva vissuto.
Quando finì, rimase sulla porta dello studio.
«Mi dispiace per il rogito.»
«Mi dispiace di più per il motivo.»
«Lo so.»
«E mi dispiace che tu abbia lasciato che tua madre pensasse per anni che io vivessi grazie a te.»
Marco strinse la mascella.
«Ho già parlato con lei.»
«Di cosa?»
«Di tutto.»
Non chiesi dettagli.
Quella conversazione doveva essere sua.
Domenica sera Lidia mi telefonò.
Non risposi al primo squillo.
Al secondo sì.
«Elena.»
La sua voce era diversa. Non più debole, ma meno armata.
«Ciao, Lidia.»
«Marco mi ha detto dei soldi del conto.»
«Bene.»
«Non sapevo che venissero da un conto comune.»
«Adesso lo sai.»
«Pensavo che fossero suoi.»
«Una parte era anche sua. Ma la decisione non era soltanto sua.»
Lei rimase in silenzio.
«Francesca mi ha detto che sta chiudendo tutto.»
«Sì.»
«Ho sbagliato ad aiutarla?»
La domanda mi sorprese.
«Non credo che il problema sia aver voluto aiutare tua figlia.»
«E allora qual è?»
«Che nessuno di voi ha più saputo distinguere l’aiuto dal togliere agli altri il diritto di scegliere.»
Lidia non rispose subito.
Poi disse:
«Ho trovato un monolocale a San Lazzaro. È più piccolo.»
«Può essere una soluzione.»
«Costa meno.»
«Meglio.»
«Marco pagherà il deposito.»
Mi irrigidii.
Lei se ne accorse.
«Dal suo conto. Me l’ha specificato tre volte.»
Quasi sorrisi.
Quasi.
Prima di chiudere, Lidia disse:
«Quando mio marito era vivo, io non decidevo quasi niente da sola. Dopo, ho preteso che Marco decidesse tutto per me. Forse ho confuso la sua disponibilità con un diritto.»
Non le dissi che andava tutto bene.
Non andava tutto bene.
«È una cosa che dovrete cambiare insieme.»
«Sì.»
Passò una settimana.
Marco mi mandò il primo bonifico per ricostituire il fondo comune. Cinquecento euro.
Nella causale aveva scritto soltanto: “Rimborso concordato 1/20.”
Nessun messaggio emotivo.
Nessuna richiesta di perdono in cambio.
La sera stessa mi scrisse:
“Ho trovato un bilocale. Firmo lunedì. Non userò il tuo indirizzo per niente senza chiederti.”
Guardai il messaggio a lungo.
Per anni avevo pensato che l’amore significasse rendere la vita più semplice alla persona accanto a me.
Adesso vedevo il rischio nascosto in quella idea.
Se sei sempre quella che può sopportare, qualcuno può finire per credere che sopportare sia il tuo compito.
E io non volevo più essere amata per quanto riuscivo a reggere senza spezzarmi.
Quella consapevolezza non mi diede una risposta immediata sul nostro matrimonio.
Mi diede però una misura.
Da quel momento non avrei più giudicato le promesse di Marco da quanto suonavano sincere, ma da quanto spazio lasciavano anche alla mia volontà.
Era un criterio meno romantico.
Ed era, finalmente, molto più sicuro.













