Il silenzio durò pochi secondi, ma sembrò abbastanza lungo da cambiare l’aria sul vialetto.
Lidia fissò Marco.
«Cosa vuol dire che è intestata a Elena?»
Marco si passò una mano sulla nuca.
«Vuol dire quello che ho detto.»
«Tu mi hai sempre parlato di casa vostra.»
«È casa nostra nel senso che ci viviamo insieme.»
«Non è quello che hai fatto credere.»
Il carabiniere, che si era presentato come appuntato Serra, ci riportò alla questione concreta.
«La signora risulta residente qui?»
«No», risposi.
«Ha un contratto di locazione, un comodato o un altro titolo per occupare l’immobile?»
Lidia scosse la testa, irritata.
«Mio figlio mi ha detto che potevo venire.»
Serra guardò Marco.
«Ma lei non è proprietario.»
Marco annuì appena.
«No.»
Non c’era bisogno di aggiungere altro. Il secondo carabiniere prese i dati, poi Serra spiegò con tono fermo che non potevano obbligarmi a far entrare un trasloco o una persona che non viveva lì e non aveva alcun titolo sull’abitazione. Se c’erano problemi familiari, avremmo dovuto risolverli senza usare il numero di emergenza come strumento di pressione.
Lidia arrossì.
«Quindi una madre deve finire per strada?»
«Non ho detto questo, signora. Ho detto che non possiamo imporre alla proprietaria di accoglierla.»
La parola proprietaria rimase sospesa tra noi.
Francesca smise di guardarmi con superiorità. Adesso guardava Marco.
Gli uomini del trasloco avevano ascoltato abbastanza. Uno dei due si avvicinò.
«Noi dobbiamo andare. Dove riportiamo le cose?»
Lidia aprì la bocca, ma non uscì niente.
Alla fine Francesca diede loro l’indirizzo del suo garage condominiale.
Quando il furgone ripartì, il vialetto sembrò improvvisamente enorme.
Serra mi chiese se avevo bisogno che rimanessero ancora.
«No, grazie.»
Prima di andarsene, si voltò verso tutti e quattro.
«Cercate di non trasformare una questione familiare in un altro intervento d’emergenza.»
Appena la pattuglia scomparve all’angolo, Lidia esplose.
«Mi hai lasciata fare una figura terribile davanti ai Carabinieri.»
Per un momento pensai stesse parlando con me.
Poi capii che guardava Marco.
«Mamma, non era il momento di spiegare tutto.»
«Quale tutto? Che vivi in una casa che non è tua?»
«Ci vivo da sei anni. Pago le spese. Siamo sposati.»
«E allora perché non me l’hai mai detto?»
Marco lanciò un’occhiata nella mia direzione.
Quello sguardo mi diede la risposta prima ancora che parlasse.
«Perché non era importante.»
Risi una volta, senza allegria.
«Non era importante finché non hai deciso di trasferire tua madre qui senza chiedermi niente.»
Lidia si voltò verso di me.
«Tu lo sapevi che io pensavo fosse casa sua.»
«Sapevo che lo dicevi. Pensavo fosse un modo impreciso di parlare.»
«E non mi hai mai corretta.»
«Non era compito mio spiegare perché tuo figlio lasciava che tu credessi una cosa falsa.»
Marco si irrigidì.
«Elena, possiamo entrare e parlarne senza fare questo spettacolo?»
Indicai la porta.
«Tu puoi entrare. Tua madre e tua sorella no, stasera.»
Lidia fece un passo avanti.
«Dopo quello che mi hai fatto?»
«Dopo quello che avete organizzato senza di me.»
Francesca prese sua madre per il braccio.
«Andiamo.»
Lidia si liberò.
«No. Voglio sapere dove dovrei dormire.»
Marco rispose troppo in fretta.
«Troviamo un albergo per qualche notte.»
Mi voltai verso di lui.
«Pensavo che avesse settimane prima di lasciare l’appartamento.»
Lidia abbassò gli occhi.
Fu un gesto minuscolo, ma lo vidi.
«Che cosa non mi state dicendo?»
Marco inspirò.
«Il proprietario vuole venderlo.»
«Questo lo so. Quando deve consegnare le chiavi?»
Nessuno rispose.
Francesca guardò il marciapiede.
Lidia afferrò il manico della valigia che aveva lasciato fuori dal furgone.
«Non devo renderti conto di ogni dettaglio della mia vita.»
«No. Ma se il presunto problema urgente viene usato per entrare a vivere in casa mia, allora sì, il dettaglio conta.»
Marco mi prese piano per un gomito.
«Basta.»
Mi liberai.
«Non toccarmi per farmi stare zitta.»
Francesca portò Lidia verso la macchina. Prima di salire, mia suocera si girò.
«Una famiglia vera non si comporta così.»
Le risposi senza alzare la voce.
«Una famiglia vera non pianifica il trasloco di qualcuno nella casa di un’altra persona a sua insaputa.»
Quando se ne andarono, Marco rimase sul vialetto.
Entrammo.
Lui posò le chiavi sul mobile dell’ingresso e cominciò subito.
«Mia madre è in difficoltà.»
«E tu hai deciso che la soluzione fossi io.»
«La soluzione era una stanza libera.»
«Era il mio studio.»
«Potevamo spostarlo.»
«Hai già chiamato qualcuno per spostarlo?»
Si fermò.
Quella pausa fu sufficiente.
«Marco.»
«Avevo chiesto a un falegname se poteva smontare la libreria.»
Mi sedetti sulla prima sedia.
Non era più soltanto una decisione impulsiva.
«Da quanto tempo lo stavate organizzando?»
«Una decina di giorni.»
«E il messaggio di oggi?»
«Volevo parlartene prima.»
«No. Volevi informarmi prima che arrivasse il camion.»
Lui sbatté una mano sul tavolo, non forte, ma abbastanza da farmi alzare lo sguardo.
«Non puoi rendere tutto una questione di proprietà.»
«Tu l’hai resa una questione di proprietà quando hai promesso una stanza che non potevi promettere.»
Si lasciò cadere sulla sedia di fronte a me.
«Mamma ha perso soldi. È complicato.»
«Che soldi?»
Marco si strofinò il viso.
«Francesca ha avuto problemi con il negozio. Mamma l’ha aiutata.»
«Quanto?»
«Non lo so esattamente.»
Mentiva. Lo capivo da come evitava i numeri quando li conosceva benissimo.
Quella sera dormì sul divano.
Io salii nel mio studio, accesi la stampante per finire il lavoro e trovai nel vassoio un foglio già stampato.
Era una richiesta di valutazione immobiliare.
In alto c’era il nostro indirizzo.
Sotto, il nome di Marco.
E una riga che mi fece dimenticare perfino la stanchezza:
“Finalità: possibile rifinanziamento per esigenze familiari.”
Controllai la data.
La richiesta era stata inviata quattro giorni prima, alle undici e ventitré del mattino, mentre io ero in cantiere a Modena.
Sul retro del foglio c’era un appunto scritto a penna da Marco: “Portare visura, rogito, situazione mutuo.”
Il mutuo non esisteva più da due anni.
Il rogito, invece, era nel cassetto chiuso del mio studio.
Rimasi immobile davanti alla stampante, pensando al falegname, al furgone, alla sicurezza con cui Lidia aveva detto “casa di mio figlio”.
Poi aprii il cassetto.
Il rogito era ancora lì.
Ma la cartellina non era nella posizione in cui la lasciavo di solito.













