Quella notte non dormii.
Alle quattro del mattino ero ancora al tavolo della cucina con vecchie fotografie, estratti conto e documenti davanti a me.
Il 2021.
Tre anni prima del divorzio.
Due anni prima che la mia collana sparisse.
Continuavo a ripensare agli ultimi anni del matrimonio.
I viaggi di lavoro di Marco.
Le cene che si prolungavano.
Le improvvise riunioni del sabato.
Il telefono capovolto sul tavolo.
Non avevo divorziato da lui perché avevo scoperto un’altra donna.
Avevo divorziato perché avevo scoperto che mi mentiva continuamente.
Conti che non conoscevo.
Prelievi.
Weekend che non riusciva a spiegare.
Una quantità di piccole bugie che, prese singolarmente, sembravano insignificanti.
Insieme avevano distrutto ogni fiducia.
Quando lo affrontai, mi disse che ero paranoica.
Quando trovai una prenotazione per due persone in un hotel di Firenze durante un viaggio che lui sosteneva di aver fatto da solo, disse che aveva prenotato una camera doppia perché costava uguale.
Quando trovai due calici nella foto che mi aveva mandato quella sera, disse che il secondo apparteneva a un collega.
Non riuscii mai a dimostrare un tradimento.
Alla fine smisi di provarci.
Avevo chiesto il divorzio perché non volevo passare il resto della mia vita trasformata in una detective.
E quando Elena mi aveva chiesto:
«Papà ti ha tradita?»
Avevo risposto:
«Non lo so.»
Era vero.
Adesso, per la prima volta, pensavo di saperlo.
La mattina successiva cercai una vecchia scatola conservata sopra l’armadio.
Dentro c’erano documenti dell’assicurazione di casa.
Anni prima avevamo fotografato alcuni gioielli.
Trovai la medaglia.
Sul retro era inciso:
A IRENE, MAMMA. 1998.
Non esisteva una seconda collana uguale.
Fotografai il documento.
Poi aspettai.
Non chiamai Marco.
Non scrissi a Sonia.
Alle nove e diciassette ricevetti invece un messaggio da un numero sconosciuto.
Sono Sonia. Credo che dovremmo parlare.
Guardai lo schermo.
Dopo quattro mesi in cui non aveva trovato venti minuti per bere un caffè con me, improvvisamente voleva parlare.
Risposi:
Va bene.
Il telefono squillò quasi subito.
La sua voce fu la prima cosa che mi sorprese.
Sembrava spaventata.
«Irene, riguardo alla collana…»
«Da dove viene?»
Silenzio.
«Marco me l’ha regalata.»
«Quando?»
«Non ricordo.»
«Sonia.»
«Anni fa.»
Chiusi gli occhi.
«Prima del mio divorzio?»
Lei non rispose.
Non serviva.
«Sapevi che era mia?»
«No.»
La risposta arrivò immediatamente.
Quella almeno poteva essere vera.
«Marco mi disse che apparteneva a sua madre.»
Mi passai una mano sulla fronte.
«Sua madre è viva.»
«Lo so adesso.»
Sentii qualcosa cambiare nella sua voce.
«Irene, io non sapevo che voi foste ancora…»
Si fermò.
«Ancora cosa?»
«Davvero insieme.»
Mi si gelò il sangue.
«Eravamo sposati.»
«Marco mi aveva detto che vivevate nella stessa casa solo per Elena.»
Risi.
Non perché fosse divertente.
«Dormivamo nello stesso letto.»
Sonia non disse nulla.
Poi sentii un singhiozzo trattenuto.
Ed ebbi una sensazione che non mi aspettavo.
Non soddisfazione.
Non vendetta.
Solo stanchezza.
Marco aveva raccontato una storia a me.
Un’altra a Sonia.
E una terza a nostra figlia.
Poi Sonia pronunciò una frase che trasformò completamente la conversazione.
«C’è un’altra cosa che devi sapere.»
«Cosa?»
«Non sono stata io a rifiutarmi di incontrarti.»
Mi immobilizzai.
«Come?»
«Marco mi ha sempre detto che tu non volevi vedermi.»
Mi alzai lentamente dalla sedia.
«Io gli ho chiesto almeno cinque volte di organizzare un incontro.»
«A me ha detto che avevi minacciato di impedirmi di vedere Elena se mi fossi avvicinata a te.»
Per qualche secondo nessuna delle due parlò.
Poi chiesi:
«Perché mi stai dicendo tutto questo adesso?»
Sonia respirò profondamente.
«Perché ieri sera, dopo la vostra telefonata, Marco mi ha detto di togliere la collana e di non parlare con te.»
«E?»
«E stamattina ho trovato una cosa nella sua valigia.»
La mia mano si strinse attorno al telefono.
«Che cosa?»
«Dei documenti.»
«Quali documenti?»
«Una richiesta di modifica dell’affidamento.»
Il sangue mi lasciò il viso.
«Cosa?»
«Irene, c’è scritto che Elena avrebbe espresso il desiderio di trasferirsi stabilmente con suo padre.»
Guardai la porta chiusa della camera di mia figlia.
Vuota.
A centinaia di chilometri di distanza.
«Elena sa di questi documenti?»
Sonia rispose piano.
«Credo di sì.»













