La prima cosa che feci non fu chiamare mio padre.
Chiesi a David di mettere per iscritto, con data e ora, ogni frase pronunciata da mia madre al telefono.
Poi inoltrai a Teresa i messaggi di Chloe e gli estratti dei bonifici che avevo eseguito negli anni.
Non volevo affidare il futuro di Maya alla mia rabbia.
Volevo sapere quali fatti potessero essere dimostrati.
Il mattino seguente la dottoressa Conti mi autorizzò a raggiungere la neonatologia in sedia a rotelle, accompagnata da un’infermiera.
Il tragitto era breve, eppure dovemmo fermarci due volte perché mi mancava il fiato.
Attraversammo il corridoio dove, la sera precedente, avevo udito brindare per Oliver.
Dalla suite 412 veniva odore di caffè fresco.
Non guardai dentro.
Nel reparto neonatale mi fecero lavare accuratamente le mani e indossare quanto richiesto.
Vidi finalmente Maya senza uno schermo tra noi.
Il ventilatore emetteva segnali regolari e una piccola linea saliva e scendeva sul monitor.
Nadia Ferri era vicino all’incubatrice.
Mi guardò con un’espressione che non aveva nulla della curiosità di chi conosce un segreto.
«Tua nonna parlava spesso di te», disse piano, quando ci presentammo.
«Non voglio interferire con la tua famiglia. Ma quando ho sentito il cognome Vance ho pensato che forse non sapessi una cosa che lei riteneva importante».
«Che cosa le disse?»
«Che aveva messo al sicuro il palazzo dove vivevano alcuni suoi inquilini e una quota della società di famiglia. Diceva che desiderava affidare quelle responsabilità alla nipote che ascoltava davvero le persone. Non mi mostrò tutti i documenti. Per questo ho dato a David soltanto il nome del notaio».
Non era una testimonianza sufficiente a dimostrare la proprietà di un immobile.
Ma bastava a spiegare perché una donna estranea ai nostri litigi avesse deciso di parlare.
La ringraziai senza sapere altro da dire.
Poi posai un dito contro il bordo dell’incubatrice.
«Non ti userò come una ragione per odiare qualcuno», sussurrai a Maya.
«Ma non permetterò che decidano ancora al posto nostro».
Nel pomeriggio Teresa venne in ospedale con una cartella sottile.
Si sedette davanti a me e spiegò ciò che aveva verificato presso lo studio Fabbri.
Nel testamento di nonna Adelaide, pubblicato dopo la sua morte, la partecipazione di maggioranza nella Vance Patrimoni, pari al sessantadue per cento, era stata attribuita a me.
Anche il palazzo di via San Martino figurava tra i beni assegnati alla mia quota ereditaria.
Teresa mi spiegò che il mio nome risultava già nei documenti successori e nelle annotazioni societarie, anche se non ero stata informata in modo da poter esercitare consapevolmente i miei diritti.
Bisognava ancora verificare quali atti fossero stati firmati dopo il funerale, quali fossero validi e quali responsabilità ne derivassero.
Papà possedeva una partecipazione minore e continuava a ricoprire l’incarico di amministratore della società.
Nessuno di quei fatti faceva di lui il proprietario di tutto.
«Perché nessuno me l’ha detto?» chiesi.
«Lo studio ha inviato comunicazioni all’indirizzo indicato nella successione, cioè la casa dei tuoi genitori. Esistono ricevute di consegna. Dovremo verificare chi abbia ritirato la corrispondenza e quali atti siano stati compiuti dopo. Non voglio darti risposte che non abbiamo ancora».
Le mani mi diventarono fredde.
Ripensai a una sera di sei anni prima, dopo il funerale.
Mamma mi aveva chiesto di firmare alcuni fogli per «chiudere le pratiche di nonna».
Ero esausta per il lavoro e avevo firmato dove mi aveva indicato.
Non ricordavo di aver letto ogni pagina.
Lo confessai a Teresa, arrossendo.
«Non sei tenuta a ricordare oggi quello che c’era su quei fogli», rispose.
«Possiamo richiedere copie, ricostruire i passaggi e distinguere le firme autentiche dalle altre. Non dobbiamo supporre che tutto sia falso, né che tutto sia valido».
Mi mostrò un verbale societario di tre mesi prima.
Vi risultavo presente a una riunione in cui era stata approvata un’operazione finanziaria.
La firma accanto al mio nome assomigliava alla mia, ma le lettere finali erano più rigide.
In quel giorno ero a Lione, con ricevute dell’albergo, biglietti ferroviari e fotografie della presentazione di un edificio commerciale.
«Posso dimostrare dove fossi», dissi.
«Conserva tutto. Prima di parlare di falso in modo definitivo serviranno gli originali e gli accertamenti necessari. Intanto non firmare nuove ratifiche».
La parola mi colpì.
«Ratifiche?»
Teresa annuì.
«Una ratifica può servire a confermare decisioni precedenti. Non so ancora che cosa voglia presentarti Arturo, ma il tempismo mi preoccupa».
Mentre parlavamo, arrivò mia madre con una busta rigida color avorio.
Aveva il cappotto buono, quello che metteva quando voleva dare l’impressione di controllare ogni situazione.
Il suo sguardo scivolò sulla flebo, poi sulla cartella in grembo a Teresa.
«Chi è questa signora?» domandò.
«La mia avvocata», risposi.
Lidia strinse la busta.
«Clara, tuo padre ti ha sempre protetta dalle questioni complicate. Adesso gli stai portando un’estranea in casa».
«Questa è una stanza d’ospedale, mamma. E ieri non sei venuta neppure a vedere come stavo».
«Ero con Chloe. Aveva bisogno di me».
«Anch’io».
Mamma distolse gli occhi.
Poi posò i fogli sul letto, accanto alla mia mano.
«Se firmi qui, possiamo smetterla con questa storia».
Teresa chiese gentilmente di poterli leggere.
Lidia esitò, ma glieli porse.
Erano pagine intitolate «Conferma e ratifica degli atti di gestione».
Il mio nome compariva più volte.
Nell’ultima pagina trovammo il riferimento a una linea di credito garantita anche da immobili riconducibili alla successione di Adelaide.
Una clausola chiedeva che dichiarassi di aver ricevuto piena informazione sulle operazioni pregresse.
«Non è vero», dissi.
«Io non ne sapevo niente».
«È la solita formalità», ribatté mia madre.
Teresa chiuse la cartella.
«Non è una formalità per chi è chiamato a firmare. La mia cliente non sottoscriverà nulla oggi».
Lidia si voltò verso di me.
«Se fai saltare l’accordo, tuo padre perderà la faccia davanti a tutti».
Pensai a lui mentre sollevava il bicchiere in onore del suo vero erede.
«E io che cosa ho perso ieri, mamma?»
Non rispose.
Prese la borsa e uscì senza avvicinarsi al letto.
Teresa fotografò le pagine, registrandone provenienza e data con il mio consenso.
Prima di andare, mi indicò un paragrafo che non avevo notato: la banca chiedeva il perfezionamento delle autorizzazioni entro quarantotto ore.
In caso contrario avrebbe riesaminato l’intera operazione.
Mio padre non aveva mandato quella busta per riconciliarsi con me.
Aveva bisogno di una firma prima che qualcuno leggesse il resto.
Che cosa stava cercando di coprire con tanta urgenza? Continua con la Parte 4.













