Sulla ricevuta compariva il nome di un negozio di compravendita d’oro della provincia e una somma di duemilaquattrocento euro.
Sul retro, mia madre aveva scritto: ottomilaseicento entro lunedì.
Guardai Silvia.
Aveva smesso di fingere che fosse soltanto un problema con la macchina.
«Spiegami queste due cifre», le dissi.
Silvia si sedette al tavolo, come se all’improvviso non riuscisse più a reggersi in piedi.
Dopo la separazione dal compagno aveva accumulato rate e prestiti, raccontando a tutti che stava rimettendo ordine nei conti.
Mamma l’aveva aiutata più volte di nascosto, firmando anche come garante di un finanziamento.
Ora erano arrivate richieste di pagamento che non potevano più ignorare.
Ottomilaseicento euro era il totale che cercavano di raccogliere in fretta, non la somma ottenuta dai gioielli.
«Potevate parlarmene», dissi.
«Ti saresti arrabbiato», rispose mia sorella.
«Mi arrabbio perché avete preso le cose di Elena e l’avete terrorizzata.»
Mamma batté la mano sul tavolo.
«Perché tu non capisci! Silvia rischia di perdere tutto. E voi avete soldi messi da parte!»
Capii allora a che cosa si riferiva.
Elena aveva ereditato una piccola somma da sua nonna Ada, la donna che le aveva insegnato a cucire e che le aveva lasciato il bracciale d’oro.
Non erano soldi nostri da spendere liberamente.
Elena li teneva in un conto personale, pensando di usarli un giorno per Tommaso e per le necessità impreviste della famiglia.
Mia madre lo aveva saputo durante una cena, quando avevamo parlato delle spese dopo la nascita.
«Volevate che Elena vi desse i soldi di sua nonna», dissi.
Mamma non negò.
«Un prestito. Sua cognata glieli avrebbe restituiti.»
«E perché non glielo avete chiesto davanti a me?»
Silvia abbassò la voce.
«Perché Elena aveva già detto di no.»
Quella frase fu più importante del resto.
Elena non aveva rifiutato per cattiveria.
Non sapeva nulla dei conti di Silvia, era appena tornata dall’ospedale e non poteva impegnare il proprio denaro per una situazione spiegata a metà.
Aveva proposto di parlarne quando fossi rientrato.
Quella risposta era diventata, per mia madre, una prova di egoismo.
«Quindi l’avete punita», dissi.
«Non dire sciocchezze», replicò mamma. «Doveva soltanto capire che in famiglia ci si aiuta.»
Indicai il corridoio che portava alla stanza fredda.
«Quell’aiuto comprende anche un termosifone spento, un telefono senza caricabatterie e la sua macchina portata via?»
Mamma girò lo sguardo.
Silvia, invece, iniziò a piangere.
«Il caricabatterie l’ho nascosto io», confessò. «Mamma diceva che, se avesse parlato con te, avresti interrotto il viaggio e non ci avresti lasciato finire il discorso.»
Mi passai una mano sul volto.
A Perugia, dopo una delle nostre telefonate, avevo scritto a mamma per ringraziarla del tempo che stava dedicando a Elena.
Ripensai a quel messaggio e mi vergognai di non aver fatto una domanda in più.
«E il quaderno?»
Mamma incrociò le braccia.
«Elena piangeva, dormiva poco e chiedeva aiuto. Volevo farti capire che non se la cavava.»
«Aveva appena subito un’operazione e voi le avevate tolto l’aiuto che le avevo promesso.»
«Io so cosa vuol dire crescere un figlio», ribatté.
«Appunto. Avresti dovuto saperlo meglio di chiunque.»
Il foglio che Elena avrebbe dovuto firmare non le avrebbe sottratto automaticamente alcun diritto.
Era una dichiarazione improvvisata, senza il valore che mamma le attribuiva.
Ma serviva a una cosa precisa: far credere a Elena di non potersi fidare di sé stessa e presentare a me la sua resa come una decisione spontanea.
«E l’appuntamento di domani nello studio privato?» domandai.
Mamma ammise di aver prenotato un colloquio presso un centro di consulenza familiare senza il consenso di Elena.
Voleva presentarsi con il quaderno e il foglio firmato per convincermi che mia moglie avesse bisogno della sua supervisione.
Non si trattava di una visita capace di toglierle diritti, ma di un’altra occasione in cui avrebbero parlato al suo posto.
Domandai a mamma se avesse pensato almeno una volta a ciò che Elena stava attraversando.
Mi disse che l’aveva vista piangere per la stanchezza e che, secondo lei, quello dimostrava quanto fosse fragile.
Ma Elena non era fragile perché chiedeva una tisana calda, un pasto o un paio d’ore di sonno.
Era una donna reduce da un intervento chirurgico, impegnata ad allattare e a conoscere suo figlio.
La fragilità che mamma annotava nel quaderno era diventata uno strumento utile al suo progetto.
«Hai scritto perfino quando Tommaso piangeva», le dissi. «Come se un neonato potesse essere silenzioso per dimostrare che sua madre è brava.»
Mamma abbassò per un attimo gli occhi.
Silvia confessò che l’idea del quaderno era nata quando Elena aveva rifiutato il prestito.
All’inizio, disse, doveva servire soltanto a convincermi che mamma fosse indispensabile.
Poi ogni pianto e ogni domanda erano diventati un’altra riga contro Elena.
Le chiesi chi avesse deciso di non comprare più cibo.
Mamma disse che stava aspettando di capire che cosa Elena fosse disposta a fare per Silvia.
Confessò anche di aver portato a Silvia buona parte della spesa che avevo lasciato in frigorifero.
I duecento euro della busta erano ancora nella sua borsa: li aveva trattenuti per contribuire al debito, invece di usarli per nutrire Elena.
Li rimise sul tavolo quando le chiesi di restituirli.
Non avevo mai sentito una spiegazione più crudele per un frigorifero vuoto.
Le chiesi perché avesse scritto che ero d’accordo.
Mamma rimase in silenzio a lungo.
«Perché altrimenti non avrebbe firmato.»
Non ricordo di aver mai sentito una risposta così semplice e così devastante.
Elena era rimasta sulla soglia fino a quel momento.
Si fece avanti tenendosi al mobile con una mano.
«Mi hai detto che Lorenzo pensava che fossi una madre pericolosa», disse a mia madre. «Mi hai detto che sarebbe tornato soltanto per prendere Tommaso.»
Mamma mosse le labbra, ma non trovò una scusa.
«E io ti ho creduta per qualche ora», continuò Elena. «Questo è quello che mi hai fatto.»
Avrei voluto andare da lei e cancellare quelle ore.
Non potevo.
Potevo soltanto smettere di lasciare che qualcun altro parlasse al mio posto.
«Tu e Silvia dovete uscire», dissi.
Mamma mi fissò con una rabbia incredula.
«Vuoi mandar via tua madre per colpa di quella donna?»
«Non per colpa sua. Per quello che avete scelto di fare.»
Silvia mi porse il numero dell’officina e la ricevuta originale del negozio.
Disse che avrebbe provato a recuperare i gioielli e a pagare il danno all’auto.
Le risposi che le promesse non bastavano più.
Volevo ogni dettaglio per iscritto, comprese le date e gli oggetti presi senza permesso.
Mamma si infilò il cappotto.
Prima di uscire tirò fuori dalla borsa un altro foglio, piegato in quattro.
«Questo avrei dovuto dartelo domani», disse.
Era una lettera indirizzata a me.
Nelle prime righe spiegava che Elena non era capace di gestire il bambino e che, per il bene di Tommaso, avrei dovuto lasciarle organizzare la nostra vita familiare.
La frase conclusiva mi gelò più della camera al piano di sopra: Non parlare con Elena prima di decidere, perché ti farà cambiare idea.
Solo allora capii quanto vicino fossi stato a credere alla persona sbagliata.
E sapevo che la mattina seguente avrei dovuto scegliere che cosa fare con quella lettera.
Per seguire la decisione che presi davanti a quella prova, passa alla Parte 5.













