Uscii dalla stanza degli ospiti con Tommaso nella culla portatile e una domanda che non riuscivo a togliere dalla testa: che cosa significava quel denaro da recuperare?
Elena camminava lentamente al mio fianco, tenendosi una mano sull’addome.
Avevo preso il suo cappotto e le avevo chiesto di aspettarmi seduta vicino alla porta, mentre controllavo che avessimo tutto il necessario.
Sul mobile dell’ingresso la busta con i duecento euro era scomparsa.
Non mi stupii di per sé: li avevo lasciati proprio per comprare da mangiare.
Ma il frigorifero vuoto e lo scontrino di un unico pacco di pane trovato nel cestino raccontavano una storia diversa.
«Ti hanno fatto vedere la spesa?» le chiesi.
«Il primo giorno sì. Poi tua madre diceva che non avevo appetito e che sarebbe stato uno spreco cucinare per me.»
Non risposi.
Se avessi cominciato a elencare tutte le cose che avrei dovuto notare, non saremmo usciti di casa.
Chiamai la pediatra, che ci consigliò una valutazione in giornata per Tommaso e ci indirizzò al servizio adatto per controllare anche Elena, visto il recente cesareo.
Non ci disse che ci fosse necessariamente un’emergenza, ma che un neonato e una madre appena operata non dovevano restare senza assistenza adeguata.
In ambulatorio ci fecero attendere in una stanza tranquilla.
Tommaso venne visitato, pesato e osservato durante una poppata.
Il medico non riscontrò problemi immediati, ma ci diede indicazioni precise su temperatura dell’ambiente, alimentazione e segnali da monitorare.
Elena ricevette una visita per la ferita e il dolore; le raccomandarono riposo, pasti regolari e un contatto tempestivo se comparivano sintomi nuovi.
Prima di congedarci l’ostetrica chiese a Elena se riuscisse a dormire quando il bambino riposava.
Elena aprì la bocca e poi la richiuse.
Si vedeva che cercava una risposta che non mettesse nei guai nessuno.
Le dissi piano che non doveva proteggere la reputazione della mia famiglia durante una visita dedicata alla sua salute.
Elena raccontò allora del freddo, dei pasti saltati e delle notti passate a chiedersi se sarebbe stata giudicata una cattiva madre.
L’ostetrica non trasformò il racconto in una diagnosi.
Le spiegò come ottenere sostegno dopo il parto e le ricordò che chiedere assistenza non equivale a essere incapaci.
Vidi Elena ascoltare quelle parole come se avesse finalmente il permesso di crederci.
«Avete qualcuno di affidabile che possa aiutarvi?» chiese l’ostetrica.
Elena si voltò verso di me.
«Pensavamo di sì», risposi.
Quando tornammo, un’auto era parcheggiata davanti al cancello.
Riconobbi quella di mia sorella, ma non l’utilitaria di Elena.
Mamma e Silvia stavano entrando con due borse di un supermercato.
Si fermarono vedendoci.
«Lorenzo! Dovevi rientrare domani», esclamò mamma.
La abbracciavo sempre quando tornavo da un viaggio.
Quella volta rimasi fermo.
«Dov’è la macchina di Elena?»
Silvia si guardò le scarpe.
«È da un conoscente. C’è stato un piccolo problema.»
«Quale problema?»
«Niente che non si possa sistemare.»
Mamma tentò di infilarsi tra noi, sorridendo a Tommaso.
Le chiesi di non avvicinarsi finché non avessimo parlato.
Il sorriso svanì.
«Adesso mi tratti come una criminale? Dopo tutto quello che ho fatto?»
«Hai chiuso mia moglie in una stanza fredda e le hai fatto credere che io lo sapessi.»
«Non era chiusa. La porta si apriva. Elena è sempre stata troppo sensibile.»
«Quella della nostra camera, invece, era chiusa a chiave.»
Silvia intervenne prima che mamma potesse rispondere.
«Avevamo solo bisogno di spazio per sistemare alcune cose.»
«Quali cose?»
Nessuna delle due parlò.
Aprii la porta e le accompagnai dentro, ma chiesi a Elena di restare con Tommaso nella stanza riscaldata al piano terra.
Le dissi che poteva interrompere la conversazione quando voleva.
Non avrei permesso che qualcuno la costringesse ancora a difendersi.
Sul tavolo posai il foglio che volevano farle firmare e la fotografia del quaderno.
«Chi ha scritto che mia moglie non è in grado di occuparsi di nostro figlio?»
«È una precauzione», disse mamma. «Se un domani servisse aiuto, qualcuno dovrebbe sapere come stanno le cose.»
«Le cose stavano così perché le avete lasciato senza cibo e senza telefono.»
Silvia alzò la voce.
«Non è giusto! Anche noi abbiamo problemi, sai?»
Le chiesi quali.
Questa volta fu mamma a fissarla con uno sguardo che conoscevo dall’infanzia: non dire altro.
«Voglio le chiavi dell’auto e le copie dei documenti», dissi.
Silvia frugò nella borsa e ne estrasse un portachiavi.
Sul bordo di metallo c’era una piccola targhetta di un’officina di Casalecchio.
«È lì?»
«Sì.»
«Perché?»
«Ho urtato un pilastro. Non l’ho fatto apposta.»
L’utilitaria non era stata prestata con il permesso di Elena, e io non ne sapevo nulla.
Silvia lo ammise solo quando glielo chiesi in modo esplicito.
«Non hai avuto il permesso di guidarla», disse Elena, lasciando per un attimo la soglia.
Silvia rispose che era solo un’auto e che in famiglia ci si presta le cose.
Elena si raddrizzò malgrado il dolore.
«Prestarle significa chiederle. Io te l’avevo negato.»
Mia sorella sembrò sul punto di replicare, poi tacque.
Fino a quel momento aveva parlato di un piccolo guaio meccanico, come se il danno fosse l’unico problema.
Ma la differenza fra un incidente e una scelta fatta contro la volontà della proprietaria non poteva essere cancellata dal costo di una riparazione.
«Dove sei andata?»
«In giro. Avevo commissioni.»
Fu Elena, dalla soglia, a parlare.
«Mancano il mio bracciale e gli orecchini che mi aveva lasciato nonna Ada.»
Non sapevo che se ne fosse accorta.
Mi spiegò che la mattina del terzo giorno aveva trovato il cassetto dei gioielli aperto.
Mamma aveva risposto che li aveva messi al sicuro.
Poi aveva rifiutato di dirle dove.
Silvia impallidì.
Mamma le afferrò il braccio, come se volesse impedirle di muoversi.
«Ridatele quello che è suo», dissi.
«Non li abbiamo più», rispose Silvia.
Il silenzio che seguì fu quasi insopportabile.
Chiesi se fossero stati rubati per caso, smarriti o consegnati a qualcuno.
Silvia scosse la testa.
«Li ho venduti. Avevo bisogno di soldi subito.»
Mamma non parve sorpresa.
Guardai prima lei e poi mia sorella.
Capivo finalmente che il foglio, la macchina e il quaderno non erano episodi separati.
Qualcuno aveva organizzato tutto per ottenere qualcosa da Elena, e stava preparando una giustificazione se lei avesse parlato.
«Quanto avete preso?» domandai.
Silvia non rispose.
Ma mia madre lasciò scivolare sul tavolo un documento stropicciato che teneva nella borsa.
Era la copia di una ricevuta.
E sul retro, con la sua grafia, c’era una cifra che non mi aspettavo.
Per capire perché quella cifra minacciava ancora la nostra famiglia, continua con la Parte 4.













