La carrozza avanzò lentamente, costringendo un mercante a trascinare il suo banco di mele contro il muro.
Sulla portiera, appena sotto il finestrino, era dipinto un ramo d’alloro color argento.
Gabriele conosceva quel simbolo: compariva anche sui cancelli della casa dei Laurenti.
Lila gli afferrò il polso.
«È lui», sussurrò.
«Chi?»
«L’uomo che è venuto a cercare la mamma.»
Dentro la carrozza non si distingueva alcun volto.
Il cocchiere portava un cappello scuro e teneva gli occhi fissi davanti a sé.
Quando il cavallo rallentò, Gabriele vide un’altra figura dietro la tendina, immobile come se stesse osservando la strada.
Non ebbe il tempo di decidere se chiamarla.
Lila lasciò cadere la fotografia e cercò di fuggire.
Gabriele raccolse il ritratto, poi si spostò davanti alla bambina per impedirle di correre verso le ruote.
«Non scappare in mezzo alla strada», le disse, senza alzare la voce.
«Vieni con me, soltanto fino a quel portico.»
Il banco del fruttivendolo offriva un riparo momentaneo.
Gabriele chiese al venditore il permesso di passare dietro i cesti e condusse Lila sotto le arcate.
Da lì videro la carrozza proseguire, girare all’angolo e scomparire.
La bambina tremava.
Gabriele si tolse il cappotto e glielo mise sulle spalle, senza cercare di abbracciarla.
Si accorse che i suoi piedi erano graffiati e che il vestito non bastava a proteggerla dal freddo.
«Dove sono le tue scarpe?»
«Sono uscita di corsa.»
«Da dove?»
Lila serrò le labbra.
La sua diffidenza non era scomparsa soltanto perché aveva visto un anello.
«Hai ragione a non fidarti degli sconosciuti», disse Gabriele.
«Possiamo andare da una persona che conosci, invece di andare dove voglio io?»
La bambina lo studiò, poi annuì.
«Da signora Ada. Ha una bottega vicino al ponte.»
Attraversarono vicoli più stretti, fermandosi due volte per lasciar passare carri e facchini.
Gabriele camminava piano, adattando il passo a quello della piccola.
Quando Lila cominciò a zoppicare, chiamò un ragazzo che vendeva giornali e gli diede alcune monete perché andasse a comprare un paio di semplici scarpe da bambino nella bottega vicina.
Non pretese di portarla in braccio.
Aspettò con lei sotto una tettoia, parlando del freddo e dei piccioni che si affollavano vicino alla fontana.
«La mamma dice che a Verona c’è un ponte che sembra una fortezza», raccontò Lila.
«Ponte Scaligero.»
«Lei ci è venuta da giovane.»
Gabriele ricordò Isabella seduta sul parapetto di pietra, il giorno in cui gli aveva confidato di voler imparare a dipingere.
Era un ricordo così preciso da fargli male.
«Ci andavamo insieme», disse.
Lila lo guardò di nuovo, questa volta senza allontanarsi.
«Allora forse lei sa davvero delle cose.»
La bottega di Ada Bellini era una piccola sartoria, riconoscibile da una tendina azzurra e da un’insegna scolorita.
Una donna robusta, con capelli grigi raccolti in uno chignon, aprì la porta ancora prima che bussassero.
Alla vista della bambina sbiancò.
«Lila! Ti stiamo cercando dappertutto.»
«Ho trovato l’uomo della fotografia», rispose la piccola.
Ada alzò gli occhi verso Gabriele.
Il suo sguardo passò dal volto dell’uomo all’anello sulla mano sinistra.
Per un istante sembrò sul punto di chiudergli la porta in faccia.
«Mi chiamo Gabriele Laurenti», disse lui.
«Non voglio portare via Lila. Voglio soltanto sapere se Isabella è viva.»
Ada fece entrare prima la bambina.
Le portò una bacinella d’acqua tiepida, le asciugò i piedi e controllò che le scarpe appena comprate non le facessero male.
Solo quando Lila fu seduta accanto alla stufa si rivolse all’uomo.
«Era una follia venire fin qui», mormorò.
«Chi è venuto?»
«Isabella. Siamo arrivate due giorni fa.»
Gabriele dovette appoggiarsi allo stipite.
Un nome, pronunciato da un’estranea al presente, gli fece più effetto di ogni parola della bambina.
«Dov’è?»
«Non posso condurla da lei senza sapere chi l’ha seguita.»
Gabriele descrisse il cocchiere, la portiera con l’alloro argentato e l’ombra dietro la tendina.
Ada chiuse gli occhi.
«Quel disegno è sulla carrozza di suo padre, vero?»
«Sì.»
«Allora ci hanno trovate.»
Gabriele guardò Lila, che fingeva di non ascoltare mentre tendeva le mani verso la stufa.
Non voleva interrogarla davanti a una donna impaurita.
Eppure una domanda gli bruciava in gola.
«Mio padre sa che Isabella è viva?»
Ada non rispose subito.
Andò alla finestra, scostò di un dito la tendina e scrutò la via.
«Ci sono cose che dovrebbe domandare a sua moglie», disse infine.
«Io le ho promesso una sola cosa: che la bambina non sarebbe stata lasciata sola.»
Lila sollevò la testa.
«La mamma torna?»
Ada le accarezzò i capelli.
«Farò tutto il possibile perché torni presto.»
Gabriele si inginocchiò davanti alla stufa.
«Lila, non so se un giorno vorrai parlarmi ancora, ma ti prometto che non ti chiederò di andare via con me.»
La bambina cercò la fotografia con lo sguardo.
Gabriele gliela porse.
Lei la strinse contro il petto, poi la posò con attenzione sul tavolo, come un oggetto che finalmente poteva riposare.
Ada estrasse da una scatola di fili un foglio ripiegato.
«Isabella mi ha lasciato questo, nel caso in cui arrivasse un uomo con un anello d’argento.»
Gabriele riconobbe la scrittura prima ancora di leggere.
Le lettere erano inclinate verso destra, con la stessa piccola curva alla fine della parola «Gabriele» che Isabella tracciava nei biglietti lasciati sul tavolo della colazione.
Il messaggio era breve.
«Se sei davvero tu, non tornare da tuo padre. Vieni alla casa con la porta verde, dietro la chiesa di San Lorenzo. E, qualunque cosa ti abbiano detto, non lasciare sola Lila.»
«Perché non è qui?» domandò.
Ada strinse il bordo della tavola.
«È andata a incontrare una persona che conserva qualcosa dell’incidente. Doveva essere di ritorno prima di mezzogiorno.»
Dal campanile vicino arrivarono dodici rintocchi.
Gabriele sentì il gelo risalirgli lungo la schiena.
«Vado a cercarla.»
«Se la vedono uscire di qui, sapranno che conosce la bambina.»
Ada gli indicò una piccola porta sul retro, che dava su un cortile comune.
Gabriele esitò davanti a Lila.
«Tornerà?» gli domandò lei.
Per sei anni aveva vissuto circondato da parole che gli altri pronunciavano al posto suo.
Questa volta scelse una promessa più piccola, che poteva davvero mantenere.
«Tornerò a dirti che cosa ho scoperto.»
Uscì dal retro e raggiunse la casa indicata nel biglietto passando per vie secondarie.
La porta era verde, ma il legno era segnato da molti inverni.
Gabriele bussò una volta.
Poi una seconda.
Dall’interno arrivò un rumore di passi.
Una donna parlò attraverso il battente, con una voce spezzata che lui avrebbe riconosciuto tra mille.
«Gabriele, se sei tu, non aprire. Mio suocero sa che siamo a Verona.»
Lui rimase immobile con la mano ancora sollevata.
Dall’altra parte della porta c’era Isabella, e il primo ordine che lei gli dava dopo sei anni era di restare lontano.
Per sapere che cosa Isabella temeva più del loro incontro, continua con la Parte 3.












