Non feci entrare Cinzia.
Restammo sul pianerottolo, con la cartellina rossa tra noi e il rumore dell’ascensore che saliva lentamente.
«Se hai documenti importanti», dissi, «li consegnerai all’avvocata Righi.»
«Non posso più parlarti da madre?»
«Puoi parlarmi. Non puoi minacciarmi.»
Cinzia aprì la cartellina con un gesto nervoso.
Conteneva copie di ricevute d’affitto, pagamenti di utenze del vecchio appartamento e alcune spese che sosteneva di aver anticipato per noi.
In fondo c’era una scrittura privata non firmata da Sara, secondo cui lei avrebbe rinunciato alla sua quota di risparmi in cambio della possibilità di andarsene senza debiti.
«Vedi? Avevamo fatto i conti», disse mia madre.
Sfogliai i fogli senza portarli via.
«Sara non ha firmato questo documento.»
«Stava per farlo. Poi è scappata.»
«E come potrebbe giustificare il trasferimento dell’intero conto sul tuo nome?»
Non rispose.
Le chiesi ancora una volta di consegnare la lettera originale e le comunicazioni relative alla fotografia.
Lei cercò di afferrarmi il polso.
Mi scansai senza toccarla.
«Sono tua madre, Gabriele. Una madre non può essere trattata come una ladra.»
«Essere mia madre non ti autorizzava a prendere i soldi di Sara. Né autorizzava me a cacciarla.»
Fu la prima volta che pronunciavo entrambe le responsabilità nella stessa frase.
Cinzia rimase in silenzio, poi raccolse i documenti e scese le scale.
Non la inseguii.
Inviai subito a Elena un resoconto scritto dell’incontro, senza aggiungere conclusioni su ciò che non avevo visto.
La verifica dei movimenti richiese mesi.
L’avvocata contestò la gestione della delega e promosse le iniziative civili necessarie per ricostruire l’impiego dei fondi; Sara, assistita da Lorenzo e da una collega ancora in attività, fece valere i propri diritti sulla parte del patrimonio comune.
Fu presentato anche un esposto per gli aspetti che potevano avere rilevanza penale.
Non arrivò nessun arresto teatrale, nessuna confessione davanti a una platea.
Ci furono richieste di documenti, depositi, scadenze e colloqui scomodi.
Si accertò che una porzione consistente del denaro era stata usata per comprare un piccolo appartamento da mettere a reddito, mentre un’altra era rimasta su rapporti riconducibili a Cinzia e una parte era stata spesa.
Attraverso un accordo formalizzato tra le parti, con garanzie e un piano di restituzione, Sara ottenne il riconoscimento della propria quota e un primo versamento.
Per il saldo si sarebbero dovuti rispettare tempi di liquidazione e verifiche ulteriori.
Le indagini sui comportamenti di mia madre seguirono il loro corso separato.
Quando mi comunicarono il primo accredito destinato a Sara, provai sollievo.
Poi mi accorsi che stavo per chiamarlo un lieto fine.
Il denaro non poteva restituirle le notti con una neonata senza casa stabile, né i giorni in cui aveva dovuto scegliere fra la spesa e una bolletta.
Solo allora Sara accettò di raccontarmi cosa era accaduto dopo la partenza.
Lo fece durante un incontro concordato con una mediatrice familiare, non per consolarmi ma perché avevamo bisogno di costruire un modo onesto di parlare di Nina.
«Le prime settimane stavo in una stanza messa a disposizione da un’associazione», disse.
«Lorenzo mi aiutò a trovare un’ostetrica e a presentare le domande che potevo fare. Quando è nata Nina, avevo paura perfino di addormentarmi.»
Non cercai la sua mano.
Avevo imparato che il desiderio di essere perdonato può diventare un altro peso per chi ha già sofferto.
«Mi dispiace», dissi soltanto.
«Lo so. Ma il dispiacere da solo non compra il latte, né rende serena una bambina.»
Mi raccontò che aveva ripreso a lavorare appena possibile.
Con il tempo aveva trovato un piccolo appartamento in affitto, poi l’azienda per cui lavorava aveva perso un importante contratto e le sue ore si erano ridotte.
Un problema di salute, senza conseguenze permanenti ma abbastanza serio da imporle una pausa, aveva prosciugato le riserve rimaste.
Per questo l’avevo vista alla distribuzione dei pasti, durante un periodo in cui contava ogni euro.
«Non voglio essere raccontata come una donna salvata dal suo ex marito», aggiunse.
«Ho cresciuto Nina prima che tu arrivassi sotto quel portico. Continuerò a farlo. Se vuoi esserci, devi aggiungere stabilità, non pretendere gratitudine.»
«Hai ragione.»
Pensavo che rispondere così mi sarebbe costato fatica.
Invece fu semplice.
Difficile era vivere in modo coerente con quelle parole.
Cominciarono gli incontri accompagnati con Nina.
La prima volta sedemmo allo stesso tavolino in una sala luminosa, con dei fogli e matite colorate.
Lei disegnò una casa con un tetto giallo e mi chiese se sapessi fare le finestre.
«Non molto bene», ammisi.
«Allora te lo insegno.»
La mediatrice ci aveva suggerito di non iniziare con domande personali.
Seguii il consiglio e le chiesi se la casa avesse un giardino.
Nina disegnò tre fiori enormi, poi una porta azzurra.
«Qui entra la mamma», spiegò.
«E qui?» domandai indicando una finestra.
«Qui mi affaccio quando aspetto qualcuno.»
Non le chiesi chi aspettasse.
Poteva essere un’amica, la maestra, il corriere con un pacco.
Era più importante permetterle di scegliere lei cosa raccontare.
Prima di salutarci, rimise i pastelli nella scatola e controllò che il tappo del pennarello viola fosse chiuso bene.
Sara aveva insegnato a sua figlia a prendersi cura delle piccole cose, anche quando nessuno si era preso cura di loro.
Mi mostrò come tracciare due quadrati storti.
Non mi chiamò papà.
Non glielo chiesi.
Tornai la settimana dopo, poi quella successiva.
Quando un incontro rischiò di saltare per una riunione di lavoro, chiesi al mio responsabile di spostarla, invece di pretendere che Sara cambiasse i propri impegni.
Era una decisione modesta, ma l’avrei evitata qualche anno prima.
Un pomeriggio Nina mi consegnò un disegno ripiegato.
Dentro aveva scritto il suo nome con le lettere irregolari che stava imparando all’asilo.
«Questo lo puoi tenere», disse.
«Grazie.»
«Però non perderlo.»
Lo sistemai in una cartellina trasparente, accanto alle copie dei documenti che avevano cambiato la mia vita.
Per un momento capii che le carte non avevano tutte lo stesso valore.
Una raccontava il denaro sottratto.
L’altra parlava della fiducia che avrei dovuto meritare.
Qualche mese dopo Elena mi chiamò per dirmi che Cinzia aveva chiesto un incontro diretto con me.
Aveva cominciato a collaborare alla ricostruzione dei movimenti e ora voleva parlare senza avvocati.
«Accetterai?» mi domandò Elena.
Guardai il disegno di Nina sul tavolo.
Per la prima volta non cercai qualcuno che scegliesse al posto mio.
«Sì», risposi, «ma con un mediatore presente. E non voglio che Sara o Nina siano coinvolte.»
Cosa avrebbe significato incontrare mia madre senza lasciarle di nuovo decidere per me?
La risposta mi aspettava in quella stanza.
Per scoprire come avrei affrontato mia madre senza perdere ancora me stesso, leggi la Parte 6.













