Sara si alzò lentamente, tenendo una mano sulla spalla della bambina.
Non sembrava sorpresa che avessi riconosciuto qualcosa nel suo viso.
Sembrava soltanto spaventata dal fatto che fossi lì.
«Si chiama Nina», rispose.
La piccola strinse il cucchiaio di plastica.
«Mamma, conosci quel signore?»
Sara rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi capire quanto fosse difficile scegliere le parole.
«Lo conoscevo molto tempo fa, tesoro.»
Avrei voluto chiedere se Nina fosse mia figlia, ma quel diritto non potevo pretenderlo come si pretende una spiegazione da qualcuno che si è accusato ingiustamente.
Mi accovacciai a distanza, in modo da non sovrastarla.
«Ciao, Nina. Mi dispiace se prima ho parlato forte.»
Lei mi osservò con la serietà di chi ha imparato a misurare gli adulti prima di fidarsi.
«La mamma non ha fatto niente.»
Quattro parole.
Non sapevo se le avesse dette per quello che aveva appena sentito o perché aveva dovuto ripeterle altre volte.
In entrambi i casi mi vergognai.
Sara richiuse il contenitore e raccolse lo zainetto della bambina.
«Dobbiamo andare.»
«Aspetta. Per favore. Nina è mia figlia?»
Lei guardò una donna che passava con un ombrello, poi tornò a fissarmi.
«È nata dopo che mi hai cacciata. Se vuoi una risposta che non puoi trasformare in un’altra accusa, parla con il mio avvocato.»
«Lorenzo Conti?»
«Sì. È ancora lui che mi aiuta.»
La menzione di quel nome mi provocò una fitta di rabbia, istintiva e assurda.
Era la prova di quanto poco avessi imparato in quattro anni.
Sara se ne accorse e fece un passo indietro.
«Non ho intenzione di difendermi di nuovo da una fotografia.»
La lasciai andare.
Non la seguii oltre, perché Nina mi stava guardando e non volevo aggiungere un’altra scena spaventosa alla sua giornata.
Rimasi sotto il portico finché non scomparvero tra le persone dirette verso via Indipendenza.
Il volontario con cui distribuivo i pasti, Paolo, mi raggiunse per riportarmi al tavolo.
«Tutto bene?»
«No», ammisi.
Non gli raccontai una storia in cui ero la vittima.
Gli dissi soltanto che avevo insultato una donna che non vedevo da anni e che quella donna aveva una bambina.
Paolo si chinò a raccogliere una scatola caduta vicino alla mia scarpa.
«Allora la prima cosa da fare è smettere di insultarla», rispose.
Era una frase banale.
Per me fu quasi una scoperta.
Quella sera tornai nell’appartamento in cui abitavo ancora, poco distante da casa di Cinzia.
Aprii il cassetto dove conservavo una vecchia copia del certificato di matrimonio e cercai la data della separazione.
Non perché l’avessi dimenticata, ma perché non avevo mai calcolato ciò che quella data significasse per una gravidanza.
Sara era andata via alla fine di marzo, dopo mesi in cui si copriva spesso il ventre con cardigan larghi.
Nina aveva circa quattro anni.
La possibilità era evidente, eppure la mia mente cercava ancora una scappatoia.
Aprii l’app della banca.
Il conto risparmi risultava chiuso da tempo e lo storico disponibile online non risaliva all’epoca del trasferimento.
Per anni avevo preso per vera la versione di Cinzia senza domandare a un solo impiegato cosa fosse successo.
Ora non potevo nemmeno verificare una cifra sul telefono.
Chiamai mia madre.
«Che cosa hai fatto della lettera che Sara mi lasciò?»
«Quale lettera?»
«Quella sotto le chiavi. Ti ho vista prenderla.»
«Parli ancora di quella donna? Ti ha rovinato il matrimonio.»
«Mi hai detto che aveva preso i nostri soldi. Hai visto il bonifico?»
Dall’altra parte arrivò un sospiro.
«Ti ho sempre protetto. È questa la riconoscenza?»
Mi accorsi che non aveva risposto a nessuna delle due domande.
Le dissi che il mattino seguente sarei andato in banca.
«Non farlo», replicò troppo in fretta.
Rimasi immobile accanto alla finestra.
«Perché?»
«Perché riaprirai soltanto ferite. Fidati di me.»
Quella era stata per anni la formula con cui mi aveva chiesto di non pensare.
Riattaccai senza promettere nulla.
La mattina dopo entrai nella filiale dove avevamo aperto il conto.
Con il documento d’identità e il numero del vecchio rapporto chiesi un appuntamento per ottenere gli estratti storici e gli atti relativi alla delega.
L’impiegata mi spiegò che una parte della documentazione era archiviata e non sarebbe stata pronta immediatamente.
Firmò la richiesta di accesso e mi consegnò una ricevuta.
Avevo trentasei anni e mi stupivo di quanto fosse facile fare un gesto che avrei dovuto compiere quattro anni prima.
Scrissi poi a Lorenzo Conti, trovando il recapito sul sito dell’associazione presso cui prestava servizio.
Non chiesi l’indirizzo di Sara.
Gli dissi chi ero, raccontai l’incontro e chiesi se avrei potuto parlare con lui alla presenza di Sara, solo se lei fosse stata d’accordo.
La risposta arrivò due giorni dopo.
«Sara accetta un incontro nel mio studio. Senza Nina. È necessario che lei venga disposto ad ascoltare e a non registrare la conversazione.»
Quando entrai nello studio, Lorenzo aveva i capelli bianchi e una cartella azzurra davanti a sé.
Sara sedeva vicino alla porta.
Le sue dita stringevano un bicchiere d’acqua senza berne una goccia.
«Prima di cominciare», disse Lorenzo, «deve sapere che non siamo qui per convincere Sara a tornare da lei.»
«Lo so.»
Sara mi guardò per la prima volta negli occhi.
«No, Gabriele. Non credo che tu lo sappia davvero.»
Non risposi.
Lei inspirò piano.
«Quando mi hai cacciata, ero al settimo mese. Nina è nata circa due mesi dopo, quando eravamo ancora sposati. Per la legge eri già suo padre, Gabriele, ma non ti sei mai occupato di lei. Il suo nome compariva nelle comunicazioni inviate durante la separazione. E la prima volta che mia figlia ti ha visto, ti ha sentito prendermi in giro mentre chiedevo da mangiare.»
Sentii ogni frase come una porta che si chiudeva.
Non cercai di interromperla.
Lorenzo aprì la cartella, ma Sara gli fece cenno di aspettare.
«C’è una cosa che devi sapere prima di guardare qualunque documento. Per anni Nina mi ha chiesto perché il suo papà non venisse. Io le ho detto soltanto che gli adulti possono sbagliare e che lei non aveva colpa.»
«Sara, io…»
«Non chiedermi perdono adesso. Prima dimostra di voler conoscere la verità, anche quando ti mette dalla parte di chi ha fatto del male.»
Lorenzo voltò verso di me la prima pagina della cartella.
In alto c’era la data del giorno in cui mia madre aveva scattato la fotografia.
Sotto, un timbro del consultorio che non avevo mai visto.
Per capire che cosa nascondeva davvero quell’immagine, continua con la Parte 3.













