«Sono sua sorella», disse Chiara.
Quelle tre parole non produssero subito una reazione.
Restarono tra noi e la tavola apparecchiata, quasi nessuno sapesse dove metterle.
Poi sentii un tintinnio: mia suocera Teresa aveva urtato il piattino con la forchetta.
«Non dire sciocchezze», mormorò.
Chiara non guardò Matteo.
Guardò lei.
«Mio padre si chiamava Giorgio Rinaldi.
Era anche il padre di Matteo.»
Conoscevo Giorgio da quando ero poco più che ventenne.
Era morto cinque anni prima, dopo una malattia breve.
Ricordavo l’uomo che mi aveva insegnato a scegliere i pomodori al mercato e che, al nostro matrimonio, aveva pianto senza cercare di nasconderlo.
Non riuscivo a sovrapporre quel ricordo all’idea di una figlia mai nominata.
«Matteo», chiesi, «tu lo sapevi?»
Lui passò una mano sulla fronte bagnata.
«L’ho scoperto da poco.
Volevo parlarvene nel modo giusto.»
«A chi?»
Non rispose.
Sua sorella Beatrice, seduta dall’altro lato del tavolo, fissava il bordo del piatto.
I parenti più lontani avevano smesso persino di fingere di mangiare.
Chiara aprì la borsa, ma non ne trasse subito nulla.
Disse che non avrebbe raccontato la propria vita davanti a persone che non aveva mai visto.
Era arrivata perché Matteo le aveva promesso che quella sera avrebbe potuto parlare con Teresa.
Non le aveva detto che sua moglie non conosceva neppure il suo nome.
Il rossore mi salì fino alle orecchie.
Avevo scambiato la sua paura per la paura di essere scoperta.
Ero stata io a umiliarla, senza darle una possibilità di spiegarsi.
«Mi dispiace per quello che ho detto», le sussurrai.
Chiara annuì appena.
Il cameriere, rimasto prudentemente a qualche passo, si avvicinò per chiedere se avessimo bisogno di qualcosa.
Teresa rispose che si trattava di una questione privata e ordinò di portare il dolce.
Fu un gesto talmente assurdo che mi fece capire quanto fosse abituata a decidere come dovevano apparire le cose, anche quando erano già andate in pezzi.
«Il dolce può aspettare», dissi.
Sul tavolo, accanto al mio piatto, c’era il regalo che avevo preparato per Teresa: un album di fotografie di famiglia, con le immagini dei Natali trascorsi insieme e delle gite con Giorgio.
Avevo passato un intero pomeriggio a scegliere quelle pagine.
Per la prima volta mi chiesi quante persone fossero rimaste fuori dalle inquadrature non per caso, ma perché qualcuno aveva stabilito che non dovessero esserci.
Guardai Chiara, che stringeva la cinghia della borsa come ci si aggrappa a un sostegno.
Non assomigliava a una persona venuta a rovinare una festa.
Assomigliava a qualcuno che aveva dovuto raccogliere il coraggio per entrarvi.
Misi l’album sotto la sedia.
Non volevo usarlo come un’accusa contro Teresa, e neppure fingere che quelle fotografie non avessero più valore.
Erano state vere anche le giornate felici.
Il problema era la parte di storia che nessuno ci aveva lasciato vedere.
Teresa alzò gli occhi su di me.
«Alessia, questa non è una faccenda che ti riguarda.»
«Se mio marito mi mente per tre settimane e mi porta qui senza avvertirmi, mi riguarda.»
Matteo cercò di prendere la parola, ma Chiara gli fece cenno di lasciarla finire.
Disse di avere ventotto anni e di essere cresciuta con sua madre, Silvia Bellini, in un appartamento sulla via Casilina.
Silvia era morta due mesi prima.
Nel riordinare le sue cose, Chiara aveva trovato una busta con una fotografia, alcune lettere e un nome che sua madre aveva pronunciato raramente.
«Non sono venuta a chiedere soldi», precisò.
«Volevo sapere perché lui non mi ha mai riconosciuta.
E se qualcuno di voi conosceva la mia esistenza.»
Teresa incrociò le mani sul grembo.
«Una fotografia non dimostra niente.»
«Non ho detto che lo dimostra.»
La risposta di Chiara era ferma, priva della sfida che Teresa sembrava cercare.
Matteo, invece, aveva un’espressione esausta.
Mi spiegò che Chiara lo aveva contattato tre settimane prima, allegando la copia di una lettera firmata da Giorgio.
Lui le aveva risposto, poi l’aveva incontrata due volte.
Aveva verificato le date, confrontato la calligrafia con quella di suo padre, parlato con sua madre.
«E ogni volta che ti chiedevo chi fosse, mi dicevi lavoro», osservai.
«Avevo bisogno di capire.»
«Potevi dirmi che non eri pronto a parlarne.
Mi hai detto una cosa falsa.»
Non rispose nemmeno questa volta.
Teresa si alzò, stringendosi lo scialle sulle spalle.
«Una sconosciuta non rovinerà il mio compleanno.
Matteo, accompagnala fuori.»
Fu Beatrice a intervenire, finalmente.
«Mamma, siediti.»
La voce di mia cognata tremava, ma il modo in cui guardava Teresa mi colpì.
Non sembrava sorpresa della storia.
Sembrava spaventata da ciò che sarebbe accaduto se qualcuno avesse insistito.
Chiara richiuse la borsa.
Disse che non avrebbe costretto nessuno ad ascoltarla al ristorante.
Si avviò verso l’uscita senza correre.
Io la seguii, lasciando sul tavolo il bicchiere vuoto.
Matteo venne dietro di noi.
Fuori, l’aria di Roma era umida e il rumore delle auto cancellava quasi del tutto le voci provenienti dal locale.
Chiara si fermò sotto la luce dell’insegna.
Aveva gli occhi lucidi, ma riusciva ancora a parlare senza piangere.
«Non volevo metterti in mezzo, Alessia.
Pensavo che sapessi.»
«Dovevi poterlo pensare», risposi.
Matteo fece per avvicinarsi a me.
Gli chiesi di non toccarmi e di ascoltare, una volta tanto, senza scegliere cosa omettere.
Chiara tirò fuori una fotografia ingiallita.
Mostrava Giorgio molto più giovane, accanto a una donna dai capelli scuri.
Sul retro, in una calligrafia inclinata che riconobbi dai biglietti d’auguri ricevuti negli anni, c’era scritto: “Silvia, estate 1997”.
Non era una prova sufficiente per risolvere la questione della paternità.
Era però una traccia reale, non il capriccio di una sconosciuta.
«Mia madre ha conservato anche le buste», disse Chiara.
«Una, in particolare, mi ha sempre fatto paura.»
Me la mostrò.
Portava l’indirizzo di una casa di campagna che Giorgio aveva posseduto vicino a Viterbo, un luogo dove avevo trascorso molte domeniche con la famiglia.
Teresa ci aveva sempre raccontato che quella casa era stata chiusa per anni, perché nessuno aveva più avuto voglia di frequentarla.
«Perché questa ti fa paura?» domandai.
Chiara rimise la busta nella cartellina con cura.
«Perché ci sono stata quando avevo sette anni.
E qualcuno mi ha detto di non tornare mai più.»
Non guardò Matteo.
Guardò oltre la sua spalla, verso la porta del ristorante dalla quale, proprio allora, stava uscendo Teresa.
Per capire chi aveva allontanato una bambina da quella casa, continua con la Parte 3.













