La prima cena fu a casa di Elisa.
Ordinò pizza perché disse di non avere nessuna intenzione di dimostrare il proprio valore cucinando per quattro adulti.
Lorenzo arrivò con una bottiglia di vino.
«Regalo costoso?» chiese Davide.
«Dodici euro e novanta.»
«Accettabile.»
Ridemmo.
All’inizio parlammo del tempo, del traffico, del bambino di Marta. Ogni volta che la conversazione si avvicinava al lavoro, qualcuno la spostava. Era imbarazzante scoprire quanto poco sapessimo stare insieme senza un argomento utile.
Poi Elisa tirò fuori una scatola di fotografie.
In una c’era Anna con i tre bambini davanti al vecchio capannone dove avevo iniziato. Lorenzo aveva nove anni, Elisa sette, Davide poco più di uno. Io ero sullo sfondo con una tuta da lavoro sporca d’olio.
«Guardate papà», disse Elisa. «Una volta possedeva vestiti peggiori di quelli del test.»
«E nessuno mi dava cento euro per andare in albergo», risposi.
La battuta uscì prima che potessi fermarla.
Elisa si irrigidì.
«Scusa.»
«No», disse. «Posso sopportarla.»
Poi aggiunse: «Ma non usarla ogni settimana.»
«Affare fatto.»
Fu una regola utile.
Potevamo parlare di quello che era successo, ma non trasformarlo in un’arma eterna.
La seconda cena fu da Lorenzo.
La villa era la stessa, ma sul vialetto mancava la seconda auto. Sua moglie mi salutò con un certo imbarazzo. Non avevamo mai discusso direttamente della sera in cui ero rimasto fuori dal cancello.
A metà cena fu lei a farlo.
«Vittorio, quella sera ho avuto paura.»
«Di cosa?»
«Che qualunque problema avessi sarebbe diventato anche nostro. Ho pensato ai bambini, alla casa, a tutto quello che dipendeva ancora dalla famiglia.»
Lorenzo la guardò.
«Non devi spiegarti.»
«Invece sì.»
Si rivolse a me.
«Non è stato generoso. Ma non voglio far finta che fosse solo cattiveria.»
Annuii.
«Grazie.»
Nessuno chiese perdono in modo teatrale.
Nessuno pianse.
Finimmo il risotto, sparecchiammo e parlammo della scuola delle bambine.
Eppure tornando a casa mi accorsi che quella cena aveva fatto più per noi di molte riunioni in cui avevamo usato parole importanti.
Nel frattempo, anche il lavoro cambiava.
Il consiglio di Bellandi Macchine nominò una società esterna per valutare le candidature ai ruoli direttivi che si sarebbero aperti l’anno successivo. Io mi esclusi formalmente dal processo.
Lorenzo presentò domanda per una posizione da direttore commerciale europeo.
Non venne scelto.
Quando lo seppe, mi chiamò.
«Sapevi il risultato?»
«No.»
«Hai parlato con loro?»
«No.»
Silenzio.
«Posso vedere la valutazione?»
«È un tuo diritto.»
Due giorni dopo mi richiamò.
«Hanno ragione su due punti.»
«Quali?»
«Mi manca esperienza nella gestione internazionale e ho sempre lavorato con margini di errore che altri candidati non avevano.»
Aspettai.
«Mi hanno proposto di guidare un progetto in Polonia per dodici mesi. Stesso livello, più responsabilità.»
«Cosa farai?»
«Accetto.»
Sentii l’impulso di dirgli che era la scelta giusta.
Lo lasciai passare.
«Fammi sapere come va.»
«Tutto qui?»
«Vuoi la mia opinione?»
Rise.
«Non ancora.»
Anche Elisa lasciò lo showroom di Porta Nuova.
Scelse uno spazio più piccolo a Lambrate e pagò il deposito con i propri risparmi. Per la prima volta mi mostrò un bilancio senza chiedermi di coprire niente.
«È più brutto», disse.
«Molto.»
«Grazie.»
«Ma è tuo.»
Si fermò.
«Sì.»
Davide, invece, continuava a fare esattamente la stessa vita di prima.
Turni, autobus, la moto vecchia che alla fine non aveva venduto, corsi di aggiornamento e visite ostetriche con Marta.
Una sera gli chiesi se si fosse pentito di aver rifiutato i due milioni.
«Quando vedo gli annunci delle case, sì.»
«Posso immaginare.»
«Ma se me li offrissi di nuovo domani nello stesso modo, direi ancora no.»
«E in un modo diverso?»
Mi guardò.
«Quale sarebbe?»
«Non lo so ancora.»
«Allora aspetta di saperlo.»
Quella risposta divenne la mia disciplina.
Non risolvere subito.
Non comprare subito.
Non trasformare il disagio in una transazione.
Prima dell’ultima cena, ci fu anche una domenica a casa mia. Preparai io il pranzo, con risultati abbastanza mediocri da convincere tutti che non avessi assunto uno chef di nascosto. Lorenzo lavò i piatti. Elisa trovò in un cassetto alcune lettere di Anna e ne lesse una ad alta voce. Davide rimase a lungo davanti a una fotografia di noi cinque al mare. Non risolvemmo nulla quel giorno, ma nessuno ebbe fretta di andarsene. Quando guardai l’orologio erano passate quasi cinque ore, e nessuno aveva parlato di denaro, quote, eredità o successione. Era successo quasi senza che ce ne accorgessimo, ed era una piccola novità inattesa.
Alla quarta settimana toccava a Davide ospitare la cena.
Marta aveva preparato lasagne e continuava a dire che il bambino sarebbe nato “quando avrebbe smesso di prendere a calci le costole”.
A metà del secondo piatto si fermò.
Posò la forchetta.
Guardò Davide.
«Credo che sia arrivato il momento.»
Quindici minuti dopo eravamo tutti nel corridoio, confusi e inutili, mentre Davide prendeva la borsa preparata da settimane.
«Papà, puoi guidare?»
«Certo.»
«Piano.»
«So guidare.»
«Lo so. È quello che mi preoccupa.»
Elisa rise nervosamente.
Lorenzo prese le chiavi dalle mie mani.
«Guido io.»
Per una volta non discussi.
In ospedale aspettammo per ore.
Io, Lorenzo ed Elisa seduti su tre sedie di plastica, con caffè pessimo e nessuna possibilità di controllare ciò che stava accadendo.
Alle quattro e dodici del mattino Davide uscì.
Aveva il volto stanco e completamente diverso.
«È una bambina.»
Elisa lo abbracciò per prima.
Lorenzo subito dopo.
Io rimasi fermo.
Davide si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla.
«Nonno, vieni.»
Marta teneva la bambina contro il petto.
«Si chiama Anna», disse.
Per qualche secondo non riuscii a parlare.
Mia moglie era morta sei anni prima.
Nessuno mi aveva detto che avrebbero usato il suo nome.
Davide osservò la mia faccia.
«Non è un premio.»
Scoppiai a ridere mentre mi asciugavo gli occhi.
«Ho capito.»
Tre giorni dopo, Laura venne a casa mia con la versione definitiva dei documenti di successione.
Questa volta non c’era nessun test.
Nessuna porta da bussare sotto la pioggia.
Chiamai i miei figli e dissi soltanto:
«Vorrei leggervi cosa ho deciso. Potete venire domenica. Se volete.»













